La serie evento Rai debutta stasera, 1° dicembre, prodotta da Lux Vide e Fremantle con Can Yaman, Alanah Bloor, Ed Westwick e Alessandro Preziosi. Tra libertà, identità e colonialismo, il mito di Salgari torna con una sensibilità nuova, più umana e contemporanea
Dopo quasi cinquant’anni, Sandokan torna in televisione. La nuova serie prodotta da Lux Vide per Rai Fiction, con la regia di Jan Michelini, porta di nuovo sullo schermo la “Tigre della Malesia”, interpretata da Can Yaman, affiancato da Alanah Bloor (Lady Marianna), Ed Westwick (Lord James Brooke) e Alessandro Preziosi (Yanez de Gomera).
Girata tra Calabria e Toscana, la serie ricrea il Borneo ottocentesco in chiave spettacolare e simbolica, trasformando i paesaggi italiani in un luogo mitico e senza tempo. Ma più che la geografia, è il cuore dei personaggi a cambiare: il nuovo Sandokan non è solo un racconto d’avventura, ma una riflessione su libertà, identità e appartenenza, in un mondo che risuona sorprendentemente vicino al nostro.
Trama
Siamo nella prima metà dell’Ottocento, in un arcipelago del Sud-Est asiatico sotto il dominio britannico. Sandokan, pirata e ribelle, guida un gruppo di uomini contro l’Impero che gli ha strappato la patria. La sua vita cambia quando incontra Lady Marianna, la “Perla di Labuan”: figlia del console inglese, cresciuta nell’agio e nella rigidità del potere coloniale. Marianna è divisa tra dovere e desiderio, tra il privilegio che la protegge e la voglia di scoprire chi è davvero.
Il loro incontro accende un conflitto che va oltre la guerra: è il confronto tra due libertà, tra chi lotta per riconquistare la propria terra e chi vuole liberarsi dai confini invisibili della propria classe sociale.
Libertà: la ribellione non è solo in mare
Nel Sandokan del 2025 la libertà non è un concetto romantico, ma un atto di resistenza quotidiana. Il protagonista combatte contro l’impero inglese, ma anche contro le proprie catene interiori. È un uomo che non si riconosce più nei miti del passato e cerca un nuovo senso di giustizia.
Marianna, invece, incarna una libertà più silenziosa e complessa: quella di chi ha sempre vissuto in una gabbia dorata. Alanah Bloor la interpreta come una giovane donna curiosa, contraddittoria, pronta a scoprire la realtà che le è stata nascosta. La sua ribellione non passa per la spada, ma per la consapevolezza. Il personaggio si muove tra desiderio e incertezza, e nel suo sguardo si riflette la tensione di ogni epoca: il bisogno di essere liberi anche quando non sappiamo da cosa vogliamo fuggire.
Identità: chi siamo quando ci tolgono il ruolo
Se la libertà è la spinta del racconto, l’identità è il suo enigma. La serie trasforma Sandokan da eroe monolitico a uomo in costruzione: non più soltanto la leggenda, ma la persona dietro la leggenda. Can Yaman interpreta un personaggio tormentato, consapevole del fatto che il suo nome sia già un simbolo, e proprio per questo deve riscoprire chi è.
Marianna, allo stesso modo, affronta un percorso di riconoscimento. È la figlia del potere coloniale, ma in lei si nasconde la curiosità per il mondo che il suo stesso Impero opprime. Attraverso Sandokan vede la possibilità di una vita diversa, ma non smette di essere divisa tra il privilegio e la coscienza.
La loro relazione è quindi più di un amore proibito: è il punto d’incontro tra due identità incomplete, che si cercano per definirsi. In questo, la serie riflette un sentimento profondamente contemporaneo: non sapere più chi siamo e scoprire che – forse – è proprio questo il primo passo verso la libertà.
Confronto tra vecchio e nuovo Sandokan: dal mito all’uomo
Nel 1976, Sandokan di Sergio Sollima era un kolossal televisivo che univa l’esotismo al fascino dell’eroe invincibile. Kabir Bedi incarnava la leggenda pura, la forza, l’avventura. Era un racconto lineare, morale e idealizzato, dove il bene e il male erano chiaramente separati.
La nuova versione, invece, vive di ambiguità e introspezione. Il Sandokan di Yaman è più vulnerabile, meno mitico, ma più autentico. La serie rinuncia alla patina romantica per esplorare i dilemmi etici e psicologici dei personaggi, restituendo complessità ai rapporti di potere e ai conflitti culturali.
Anche visivamente, la scelta di girare in Calabria e Toscana (con location che diventano giungle, porti e isole tropicali) sottolinea un concetto chiave: non serve andare lontano per raccontare l’altrove, basta guardare con occhi diversi ciò che abbiamo vicino. È un modo per trasformare la memoria in contemporaneità, e la leggenda in esperienza personale.
Conclusione
Questo nuovo Sandokan è un racconto di formazione, più che d’avventura. Tra colonialismo, emancipazione e scoperta, i personaggi non cercano più solo un nemico da sconfiggere, ma se stessi da capire.
Il mare – che nella serie è onnipresente – non è più solo teatro di battaglie: è uno specchio. Riflette ciò che ognuno teme di vedere: la propria identità in trasformazione.
La Tigre della Malesia torna dunque non per ruggire, ma per domandare: cosa significa essere liberi, oggi come allora? Forse la risposta è la stessa che cerca Marianna quando guarda l’orizzonte. Non sapere dove andare, ma sapere che non si può restare fermi.
a cura di
Michela Besacchi
Articolo realizzato con il parziale ausilio di intelligenza artificiale

