Arrivati quasi a metà festival, il programma continua ad essere molto ricco. Anche la quarta giornata mi ha regalato momenti sorprendenti, in particolare la proiezione del film muto sovietico “Moj Syn” e quella di “Brazil” in Piazza Maggiore con ospite il regista Terry Gilliam
Il Cinema Ritrovato 2025 continua a sorprendermi anche nella sua quarta giornata. Il mio buon proposito di trovare un tema comune alle proiezioni purtroppo questa volta mi è risultato difficile. The North Star (Fuoco a Oriente) di Lewis Milestone è un film statunitense la cui sola esistenza non può che stupire, dal momento che tratta della resistenza di un villaggio ucraino contro l’invasione nazista. Moj Syn, invece, è un ritrovamento incredibile del periodo sovietico, per la prima volta restaurato. Contrariamente alle tendenze dell’epoca, l’opera di Evgenij Červjakov segue vicende personali piuttosto che sociali. Infine, Brazil di Terry Gilliam è un film su un futuro distopico – o, quantomeno, quello che appariva come futuro nel 1985.
Le mie proiezioni della giornata sono quindi estremamente diverse tra loro. Esagerando un po’, forse si potrebbe individuare un filo conduttore nel tema della resistenza. Nel caso del film di Milestone, si tratta di una resistenza letterale. In Moj Syn, invece, prende la forma della sovversività di un regista che sceglie di parlare di singoli individui, pur operando sotto un regime nemico dell’individualismo. Infine, Brazil è una storia di resistenza ad un regime, in cui l’unica forma di fuga è l’immaginazione.
Ed ora – ormai lo sapete – è il momento di approfondire le singole proiezioni.
“The North Star”, 1943 (106’)
Cinema Jolly, ore 11.15. Parte della retrospettiva dedicata al cineasta Lewis Milestone, The North Star è un film del 1943, la cui realizzazione potrebbe oggi apparire inverosimile. L’opera racconta infatti la resistenza di un villaggio ucraino, parte dell’Unione Sovietica, all’invasione nazista. Visionandolo nel 2025 con la consapevolezza di tutti gli eventi storici successivi (in primis la Guerra Fredda), sembra impossibile che, in un dato momento della loro storia, gli Stati Uniti abbiano prodotto un film così fortemente pro-sovietico. Eppure è proprio così: la prima mezz’ora di The North Star mostra il modello di vita dell’Unione Sovietica in modo idilliaco.
Sicuramente, rendere il villaggio una sorta di Eden in cui tutti vivono un’esistenza serena ha una funzione narrativa importante. Tanto più dolce è l’inizio, tanto più spaventosa diventa l’invasione nazista e la brutalità della guerra. Ma questa rappresentazione ha anche una forte componente propagandistica: The North Star è, infatti, la prova tangibile di un periodo storico in cui gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano alleati di guerra. Il film nasce dunque come tentativo di sollevare il morale ed incoraggiare il popolo ad avere buoni sentimenti nei confronti dei loro alleati sovietici.

Ma qui le cose si fanno interessanti, perché, come tutti sanno, finita la guerra l’atteggiamento statunitense verso l’Unione Sovietica è drasticamente cambiato. E così The North Star da grande successo è diventato un’arma a doppio taglio per il suo regista. Ai tempi del maccartismo, il film venne infatti usato come prova principale per dimostrare il comunismo di Lewis Milestone. Nonostante questo, apparentemente la pellicola fu oggetto di una redistribuzione nel 1957, eliminando però la parte iniziale relativa all’idillio sovietico.
“Moj Syn”, 1928 (50’)
Cinema Lumière, ore 18.30. Passando ora ad un’opera prodotta sotto l’Unione Sovietica, entriamo nell’universo dei film ritrovati. Moj Syn di Evgenij Červjakov è una pellicola muta riscoperta nel 2011 che, nonostante la mancanza della sua parte centrale, diventa testimonianza di un cinema a volte dimenticato. A rendere ancora più magica l’esperienza è stato l’accompagnamento musicale di John Sweeney al pianoforte e Frank Bockius alla batteria.
Prima di Moj Syn, gli unici film sopravvissuti di Červjakov erano tutti parte della fase sonora e, come ha detto Peter Bagrov nella sua introduzione, non particolarmente riusciti. Tutti, ad esclusione di uno che, però, glorificava i gulag. Ciò che, invece, sorprende in questa pellicola è la sua distanza dalla tradizione sovietica. Moj Syn non tratta, infatti, di questioni sociali, ma, piuttosto, delle emozioni dei singoli individui.
La premessa è piuttosto semplice, ma efficace: una donna rivela al marito che il loro bambino non è suo figlio. Da qui si dipana una storia incentrata sul dolore di ogni personaggio. Anche da un punto di vista registico, emerge l’aspetto individualista: Červjakov privilegia i primi piani e i background spogli, così da non distogliere l’attenzione dal dramma personale. Anche la recitazione è piuttosto minimalista per l’epoca, con pochi gesti e poca mimica, ma, allo stesso tempo, una fortissima dimensione interiore.
La sovversione del regista, purtroppo, non è durata in eterno ed i limiti imposti dal regime ad un certo punto hanno avuto il sopravvento. Prova di ciò è proprio il film che ha realizzato con una rappresentazione positiva dei gulag. Questa oppressione esistenziale ed artistica si è rivelata essere troppo pesante per lui m, tanto da condurlo, negli anni successivi, all’alcolismo. La parabola di Červjakov si conclude tristemente con la sua morte in guerra, un suicidio mascherato da arruolamento.
“Brazil”, 1985 (144’)
Piazza Maggiore, ore 21.45. La piazza è particolarmente in fermento per l’arrivo di Terry Gilliam, previsto per l’introduzione del suo capolavoro, Brazil. E, infatti, nel momento in cui Gilliam sale sul palco il pubblico impazzisce e gli regala una meritata standing ovation. Con grande simpatia, il regista rivela che la versione restaurata che stiamo per vedere è il terzo director’s cut dell’opera, contenente una scena che era stata eliminata per l’anteprima a Londra nel 1985.

Pur avendolo in lista da tempo, non avevo ancora mai visto Brazil, un film folle in cui l’immaginazione diventa l’unica via di fuga da un regime totalitario. L’opera rientra quindi nella tradizione distopica, ricordando per certi versi altri capolavori letterari e cinematografici del genere. La differenza principale, però, è che la distopia di Brazil non è cupa e spoglia (come poteva essere, per esempio, 1984 di Orwell), bensì colorata e frenetica. Per il pubblico del 1985 questo doveva essere un film sul futuro, ma, come ha affermato anche Gilliam stesso, l’opera tratta invece di tematiche già esistenti all’epoca.
Il grande tema centrale – attuale oggi come poteva esserlo nel 1985 – è la contrapposizione tra regime e immaginazione, tra imposizioni esterne e libertà della fantasia. Di fatto, il protagonista del film ha un mondo interiore immaginifico enorme che, se da una parte è il suo rifugio personale, dall’altra è una chiave per decodificare la realtà.
Sam (Jonathan Pryce) ha dei desideri intimi che vivono solo in questa dimensione e che fanno da contrasto a quelli materialisti del resto della società. Gli altri personaggi che lo circondano sono infatti ossessionati dalla giovinezza eterna, dal potere e dalla ricchezza. Eppure, questi sono tutti elementi che provengono da un tipo di immaginazione esterna, imposta all’individuo dalla società e, pertanto, in opposizione a quella di Sam.
Brazil rimane quindi ancora oggi un’opera molto interessante che indaga il significato dell’arte. Personalmente, non vedo l’ora di poter assistere alla conversazione con Terry Gilliam che si terrà nei prossimi giorni.
A presto con nuove notizie da Il Cinema Ritrovato 2025!
a cura di
Claudia Camarda

