Dio ride – la recensione in anteprima del nuovo film di Pierfrancesco Favino

Da oggi al cinema, l’ennesima prova attoriale di Pierfrancesco Favino, in cui l’attore dimostra la sua magnetica e carismatica versatilità

Dio ride è il film che ha chiuso l’83 Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia con una risata liberatoria – quasi eretica – e oggi arriva sul grande schermo.

Presentato fuori concorso come film di chiusura dell’83esima edizione, la pellicola si presenta come un dramma storico, coraggioso e attuale. Una presa di posizione da parte del regista Giovanni Veronesi, che, al fianco di Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini e Nicola Deorsola, scrive il suo film più maturo e la più spiazzante scommessa della sua carriera. Un’opera intensa, dove ironia e leggerezza vengono applicate alla serietà di un tema tradizionale, riuscendo (citando Alberto Barbera) a dare vita a un certo cinema italiano spesso ormai trascurato.

L’opera di Veronesi

Veronesi abbandona quasi totalmente la commedia brillante di Manuale D’amore (o del più recente Romeo è Giulietta), per abbracciare questo nuovo registro e portare un messaggio chiaramente politico.
Dio ride, infatti, non è solo un dramma in costume, ma una metafora attualissima. In un’epoca di pulpiti, veri o virtuali, che predicano in una lingua incomprensibile ai più, la storia di frate Leopoldo ci ricorda che si può spegnere una voce, ma non ciò che quella voce ha lasciato negli altri.

Pierfrancesco Favino interpreta Frate Leopoldo da Casamacchia, un personaggio estremamente umano che incarna un santo senza aureola e che coraggiosamente – o forse inconsciamente – sfida la Chiesa, insultandone la sua solennità.
Dopo essere scappato da un paesino impestato e aver perso un suo caro fratello, l’uomo cerca infatti rifugio in un borghetto Toscano, dove viene visto dal popolo come grande predicatore. Diventa così il cantastorie del villaggio, che intrattiene bimbi e contadini con parabole raccontate come fosse uno spettacolo di “stand-up comedy”.

Le chiese si svuotano, le piazze si riempiono, e il nome di questo misterioso Leopoldo è sulla bocca di tutti.
Quel clamore arriva fino a Roma. Ed è proprio a Roma, dove il potere dell’istituzione prevalica sull’atto di buona fede e dove si governa attraverso la paura, che una voce così rappresenta il maggior pericolo.

Perché se la Chiesa predica in latino, Frate Leopoldo racconta il Vangelo con gioia contagiosa, parlando di un Dio vicino agli uomini, capace persino di ridere insieme a loro, motivo per cui il clero e il Papa stesso (interpretato da Carlo Cecchi) lo considerano una minaccia, una mancanza di rispetto alla loro vocazione.

Temendo questo nuovo avversario, Papa Innocenzo X cercherà dunque di sopprimere la sua voce prima che sia troppo tardi, affidando il caso al suo Inquisitore più autorevole (nonché probabile successore). Un uomo di fede convinto, c he porta il nome di Vincenzo Maculani. Nei panni di questo cardinale Silvio Orlando ci regala una performance straordinaria, rendendo tangibile la lenta crepa del dogmatico attraverso le azioni di un uomo che, fatta conoscenza di Frate Leopoldo, si vedrà crollare davanti agli occhi tutte le sue certezze.

Il rapido processo inquisitorio si trasformerà così in qualcos’altro: un confronto tra due idee di fede opposte destinato a incrinare certezze che sembravano incrollabili.

“Dio ride”, tra pregi e difetti

A livello tecnico, inoltre, le musiche avvolgenti di Paolo Buonvino non scivolano mai nel manierismo e la splendida fotografia di Maurizio Calvesi rende ogni inquadratura meravigliosa ed estremamente sporca al tempo stesso. Attraverso un continuo gioco di luci – reso esso stesso protagonista della pellicola -, con un contrasto caravaggesco il direttore della fotografia rende solenni e drammatici sia i paesaggi e che i primi piani, innalzando la portata dell’opera.

Un limite, tuttavia, è sicuramente il palpabile didascalismo del film, che risulta a tratti esagerato, come, per esempio, sul finale, dove il tentativo di lasciare un concetto moralista risulta un po’ forzato. In questo ritroviamo sicuramente il peggior difetto di un film che può piacere, può far sorridere e far riflettere, ma che può anche far storcere il naso per la smielata prevedibilità.

D’altra canto, tuttavia, il punto di forza di Dio ride forse risiede proprio nel suo messaggio contro l’oppressione, risultando non tanto un film anticlericale, ma sulla libertà di pensiero e di espressione di chi sa fa beffa del potere.

Perché, come detto dallo stesso Veronesi, il potere teme sempre la comicità, perché “rilassa il popolo.
E chi è rilassato pensa, e chi pensa può dire di no”.

a cura di
Olga Raimondo

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