Io sarò il rovo, le fiabe di Francesca Matteoni che guidano verso la scelta di liberarsi dalle gabbie o la consapevolezza di volerci restare
Trovo che scrivere di queste fiabe sia complesso ma altrettanto irresistibile. Da libraia, pensando al libro del mese per il gruppo di lettura a tema “il corpo“, ho subito pensato a Io sarò il rovo, di Francesca Matteoni. Un argomento vasto, che ha mille sfumature, come si fa a trovare una storia che le contenga tutte, nel modo in cui serve a tutti?
Spoiler, non c’è un modo uguale per tutti e le fiabe di Matteoni sono esattamente quello che cercavo.

La casa
La prima associazione che faccio è il corpo come casa, un organismo che abitiamo e ci abita dentro, quella che culla, che protegge, che si rompe.
Casa di fiaba,
casa stregata.
Casa di foglie
e di rami, di nebbia.
Casa che brucia,
casa incantata.
Topipittori Editore ha pubblicato una poesia di Giovanna Zoboli, con le illustrazioni di Anna Emilia Laitinen, in cui sono le nostre esperienze che sembrano guidarci nell’esplorazione con parole che si impregnano di immagini.
Casa di ghiaccio,
di polvere e terra.
Nido d’uccello,
casa sbagliata.

Casa sbagliata, corpo sbagliato: sono le fondamenta, il tetto, il colore? Forse le finestre o, come diceva la canzoncina, non si poteva entrarci dentro perché non c’era il pavimento? Quanti hanno scelto di restare in case così e quanti invece hanno scelto di andare? Il testo di Topipittori, Casa di Fiaba, prosegue:
Casa sprangata,
porta sul mondo,
orto e giardino,
parco di re.
Oggi, seduta qui sulla soglia,
guardo i tuoi muri
e vedo me.
Vedo me.
Proprio da qui può iniziare il viaggio in compagnia di Francesca Matteoni e del suo Io sarò il rovo, pubblicato da Effequ.

La strada
Mettete da parte l’associazione che vi spinge a pensare alla fiaba e a dire Disney o, al massimo, Grimm. Mollate quella gentilezza che poco ci dice dei mostri e di come sconfiggerli e pensate alla fiaba come a una lezione di vita che racconta di vittorie sudate, di amici lasciati indietro tra le fauci della bestia e anche di amore che è amore, che non deve aspettarsi niente se sceglie di farsi amputare una mano.
Si, le fiabe non è che siano proprio sempre mazzi di tenerezza e cotillon.
Il libro si apre con un indice che parte dalla cima dei monti e pian piano arriva alle colline, poi al fiume e infine alla discesa. Linee appena accennate che non rimandano assolutamente a qualcosa di definito geograficamente ma che lasciano spazio al percorso interno del lettore. Ad un certo punto, con le fiabe, bisogna discendere da qualche parte.

«Potrei perdermi… ancora».
«Ci si può perdere in tanti modi diversi e più volte. Ma, sai, c’è un solo modo per tornare ed è lì che nascono i sogni. O le vie».
«E qual è questo modo?» chiese il Pellegrino, spingendosi per metà nella tana.
«Perdendosi. Accettando di camminare quando non si sa più dove si sta andando. Affidandosi al cammino. […] Quando non ce la fanno si siedono e aspettano che il cammino li raggiunga, che abbia per loro un po’ di compassione» disse l’Eremita guardando il Pellegrino che entrava nella tana e cedeva al sonno. «Alcuni vanno a Ovest».
Ovest è stata la prima fiaba in cui mi sono persa, anche quando l’ho ri-letto per la terza volta nel corso di qualche anno. Mettendo da parte la difficoltà che si può riscontrare nella comprensione immediata di una fiaba, si può provare a leggerne la simbologia: Ovest, chi sei?
L’età adulta, la forza dell’Orso, della Terra e della crescita: è dove il sole muore per lasciare spazio alla notte che conosce il buio e il nero che ne protegge i colori, come nere sono le Tende della Luna dove si trascorreva il periodo mestruale.
Ovest, questa seconda fiaba di Io sarò il rovo, ci può aiutare a trovare il coraggio del ritorno che passa per la scelta di ripartire da Est, dalla nascita dopo la morte, dall’Aquila che sfiora il sole. Tornare non è sconfitta, ma scelta di cominciare un nuovo ciclo.
Il bosco del silenzio
Nelle fiabe, oltre alla componente magica, c’è quella terrena fatta di acqua, di terra e cielo. C’è polvere e fuoco, vento e pioggia. Ogni elemento però è lì per un motivo e in questo grande bosco che cammina con noi ritroviamo dei punti comuni: l’ecosistema, il rapporto della natura con l’uomo ingordo e aggressivo, il fiume che scompare e diventa un piccolo rivolo e i palazzi che invece crescono alti, allungando ombre e distruggendo le case, le vie, i corpi abitati degli altri.

Io sarò il rovo si accompagna alla frase “fiabe di un paese silenzioso”. Quanto silenzio serve per ascoltarsi? E se accade qualcosa nei nostri boschi interni, chi sente le vibrazioni, i suoni, la pioggia? L’Io più grande di questo bosco conosce e abbraccia tutte le voci che si possono ascoltare, anche quando sono in silenzio. Il primo racconto è quello della salvezza, forse. Quando il bosco cammina sa raccontare di un taglio improvviso, di una condizione di pericolo, di mancanza d’acqua. Si muove verso il torrente scomparso, la salvezza. Non sono servite guerre a questo bosco, non ha nemmeno provato a difendersi; più semplicemente, se ne è andato.
Questo è il più grande insegnamento che una fiaba può lasciarsi, secondo me. Di fronte a qualcosa che non può essere contrastata, l’unica salvezza è cercare il torrente altrove. Ripetere
Sapevo la via come si sa il corpo in cui si cresce.
E poi chiedersi se quel corpo è andato verso Ovest, se ha lasciato parti di sé altrove, se può trasformarsi. Se è disposto, questo corpo, a guardare nuovi muri per vedere nuov* me.
a cura di
Ylenia Del Giudice

