“Pyongyang”: la follia di una dittatura raccontata a fumetti

Come sarebbe visitare uno dei paesi più isolati e misteriosi al mondo? E come sarebbe poterci andare non da turisti ma per motivi lavorativi?

Mandato in Corea del Nord per collaborare con la Sek (Scientific Educational Korea), lo studio d’animazione più importante del paese, Guy Delisle ha potuto vivere da vicino questa realtà distopica. Da questa esperienza è nata la sua graphic novel autobiografica, Pyongyang, uscita in Italia nel 2013 per Rizzoli Lizard.

Guy Delisle è un fumettista e animatore canadese divenuto celebre per l’opera Cronache di Gerusalemme. Quest’opera gli è valsa il premio come Miglior Opera al Festival di Angouleme.

Oltre a Pyongyang e a quest’ultima, ha pubblicato anche Shenzen, Cronache birmane e il più recente Fuggire- Memorie di un ostaggio. Oltre a queste ha pubblicato tantissime altre opere e nel campo dell’animazione è considerato un professionista.

Trama

Delisle viene mandato in uno dei tre alberghi destinati agli stranieri, lo Yanggakdo, posto su un’isoletta del fiume Taedong. Gli stranieri vengono fatti alloggiare tutti al 15° piano dell’edificio, l’unico dotato di luce elettrica.

Nella capitale incontra diversi personaggi, sia coreani che occidentali, che diventano i protagonisti del suo fumetto. Perennemente in compagnia della guida e dell’interprete, Guy scopre il cibo, la cultura e visita i pochi luoghi turistici del paese (almeno quelli accessibili agli stranieri).

Assiste inoltre a scene che hanno dell’incredibile (come quelle dei “volontari” che lui intravede dalla macchina, ovvero persone comuni che, nei loro giorni liberi, lavorano per il governo). Tutti i coreani che incontra sembrano fatti con lo stampino: rispondono alle domande come se dovessero seguire un copione e non si sbilanciano mai oltre un certo limite.

Infatti nel fumetto i nativi sono raffigurati come “marionette” o come “bambolotti”, cui basta girare la chiavetta dietro alla schiena per attivarsi.

Scopre che in Corea del Nord non ci si può spostare autonomamente se non si è accompagnati da una guida e un interprete. Gli unici che possono girare da soli sono i membri delle Ong (organizzazioni umanitarie). E’ vietato circolare di domenica. In città la luce elettrica scarseggia e di notte non c’è nemmeno. Ma in alcuni luoghi, come nella metro di Pyongyang, è tutto perfettamente illuminato, appunto per mostrare l’efficienza del governo. Appena arrivati in aeroporto il cellulare viene confiscato. Non esiste internet e nessun tipo di musica che non sia quella della propaganda. Inoltre, nel paese non ci sono bar, discoteche, cinema o luoghi ricreativi. Eccetto le discoteche e i casino, riservati agli stranieri e ai pochi nordcoreani “privilegiati”.

È quasi impossibile incontrare dei nordcoreani, che non siano militari, guide turistiche o personale degli hotel in cui si alloggia. Le strade della capitale sono perfettamente pulite e deserte, non si vedono mendicanti o persone comuni che si fermano a parlare tra loro. Tutti sembrano camminare verso una meta precisa.

L’immagine e le parole del grande leader della nazione, Kim Jong-Il, sono ovunque, in ogni stanza di ogni casa o luogo pubblico del paese. Così come nelle strade, nelle piazze e persino in luoghi impensabili (Guy trova delle scritte fatte sull’erba in una foresta e dei cartelli in mezzo ai campi).  

La faccia di Kim Jong-Il è onnipresente, tant’è che l’autore se la immagina anche dove non c’è.

Quest’opera ci fornisce uno spaccato molto realistico della Corea del Nord, paese per noi inaccessibile e allo stesso tempo affascinante. Infatti la conosciamo solo tramite i nostri telegiornali e i documentari. Delisle la descrive usando anche l’ironia e il risultato è un’opera illustrata che tratta argomenti seri, ma che non risulta per niente pesante.  

A fine lettura c’è una frase dell’autore che rimane impressa: ci crederanno davvero, i cittadini nordcoreani, a tutte le fandonie che gli vengono raccontate?

A un certo livello di oppressione, poco importa quale forma prende la verità, perché in fin dei conti più enorme è la menzogna e più il regime dimostra il proprio potere. E più getta la popolazione nel terrore. Un terrore nascosto, sordo.

a cura di
Silvia Ruffaldi

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di Silvia Ruffaldi

Silvia ha studiato Scienze della Comunicazione a Reggio Emilia con il preciso scopo di seguire la strada del giornalismo, passione che l’ha “contagiata” alle superiori, quando, adolescente e ancora insicura non aveva idea di cosa avrebbe voluto fare nella vita. Il primo impatto con questo mondo l’ha avuto leggendo per caso i racconti/reportage di guerra di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani. Da lì in poi è stato amore vero, e ha capito che se c’era una cosa che voleva fare nella vita (e che le veniva anche discretamente bene), questa doveva avere a che fare in qualche modo con la scrittura. La penna le permette di esprimere se stessa, molto più di mille parole. Ma dato che il mestiere dell’inviato di guerra può risultare un tantino pericoloso, ha deciso di perseguire il suo sogno, rimanendo coi piedi ben piantati a terra e nel 2019 ha preso la laurea Magistrale in Giornalismo e cultura editoriale all’Università di Parma. Delle sue letture adolescenziali le è rimasto un profondo senso di giustizia, e il desiderio utopico di salvare il mondo ( progetto poco ambizioso, voi che dite ?).

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