Spotify e Universal Music Group hanno raggiunto un accordo storico che rappresenta un primo passo molto preoccupante nel mondo della musica: questo accordo permetterà agli abbonati di generare cover e remix delle canzoni utilizzando l’intelligenza artificiale.
Per Spotify è una prima volta, visto che in precedenza non aveva mai permesso agli utenti di creare qualcosa utilizzando l’intelligenza artificiale; la funzione dovrebbe assumere la forma di un componente aggiuntivo a pagamento, riservato agli utenti Premium. Questi potranno rielaborare i brani degli artisti aderenti per produrre “cover su licenza”.
Sia Spotify che UMG hanno presentato l’iniziativa come un’opportunità per generare un flusso di entrate ulteriore per artisti e autori, in aggiunta alle royalty già percepite; questo può avere senso per gli artisti più famosi, che sono talmente popolari da generare ogni giorno volumi enormi di ascolti, interazioni e contenuti derivati. In questa prospettiva, la musica potrebbe avvicinarsi sempre di più alle dinamiche di intrattenimento immersivo proprie degli spazi digitali dedicati ai giochi da casinò, dove l’esperienza non si limita al singolo contenuto, ma si costruisce attraverso ambienti interattivi, percorsi personalizzati e una permanenza più coinvolgente all’interno dell’ecosistema.
L’opinione pubblica però non sembra condividere lo stesso auspicio, visto che l’operazione ha sollevato più di un interrogativo sul reale beneficio per i musicisti e sulle priorità economiche che la guidano.
Cosa prevede l’accordo e come viene presentato
Per il momento le informazioni pratiche sono ancora avvolte nel mistero. Universal Music Group non ha ancora annunciato quali saranno i musicisti che aderiranno effettivamente al programma, né hanno chiarito i termini economici dell’intesa; quello che si sà è che il mercato ha già accolto in maniera positiva la notizia: la sola Spotify, ad esempio, ha guadagnato circa il 16% in una sola giornata, sostenuto da previsioni di crescita dei ricavi superiori al 35% entro il 2030.
È stata però resa nota l’idea alla base della collaborazione: Spotify, con i suoi portavoce, ha parlato di un progetto fondato sul consenso, sul credito e sulla compensazione degli artisti coinvolti, mentre Universal ha descritto l’iniziativa come orientata alla persona e all’artista, radicata in un uso responsabile dell’AI. Per distinguere queste nuove tracce da tutta la musica realizzata precedentemente, la piattaforma ha anche introdotto un sistema di verifica i cui termini tecnici sono però ancora tutti da capire.
I limiti di una scelta orientata ai margini
La risposta del pubblico non è stata delle più calorose, complice anche una certa opacità sui meccanismi che regoleranno il tutto. L’accordo, infatti, nonostante sia stato presentato come incentrato sugli artisti è privo di indicazioni sui compensi, i meccanismi di distribuzione dei ricavi o perfino privo di elenco di partecipanti: tutti dati fondamentali per capire se i musicisti ne potranno effettivamente trarre un vantaggio reale.
Sulla base di ciò che sappiamo e, soprattutto, sulle previsioni di crescita della piattaforma, è legittimo pensare che per Spotify questa operazione sia un nuovo canale di monetizzazione e di contenimento dei costi, in aperta contrapposizione con quello che è percepito come il problema storico di fondo dell’intero ecosistema streaming: la scarsa remunerazione agli artisti.
Questo accade perché quando un contenuto culturale viene trasformato in un oggetto modificabile, replicabile e monetizzabile a più livelli, la relazione tra pubblico e artista si modifica attraverso l’intrusione delle logiche di consumo continuo, un passaggio delicato mascherato sotto l’egida della libertà creativa dell’utente finale. Questo processo si è già visto altrove nel mondo dell’intrattenimento online: quando una piattaforma trasforma ogni contenuto in un’occasione di interazione, personalizzazione e consumo ripetuto, il confine tra esperienza culturale e prodotto digitale tende ad assottigliarsi; una dimostrazione facile è data da la popolarità della Starburst slot tra i giocatori, spesso citata come esempio di prodotto digitale capace di mantenere alta l’attenzione del pubblico.
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