Il film, in uscita il 28 maggio, segue le vicende di una gallina che riesce a fuggire da un allevamento intensivo. Ciò che trova al di fuori, però, non è meno crudele.
Hen – storia di una gallina è un film diverso da quelli che siamo abituati a vedere, caratterizzato da un realismo crudo, violento, che mette davanti alle brutture del mondo con un’originale schiettezza. Tutto ciò, adottando un punto di vista quantomeno peculiare: quello di una gallina in fuga, che cerca di sopravvivere nonostante le insidie del mondo.
Diretto dal regista ungherese György Pálfi, il film sbarcherà nelle nostre sale il 28 maggio grazie alla distribuzione di Officine UBU.
Sballottata
Hen – storia di una gallina comincia con una sequenza d’impatto, che fin da subito imposta il tono dell’intera narrazione: un uovo esce da una gallina, cade in un impianto industrializzato ad hoc, dando vita ad un pulcino nero. In mezzo ad una cacofonia di pigolii e piume gialle, svetta per il suo colore diverso. Tutti gli esserini vengono sballottati, ammassati sul nastro, cadono e vengono spostati con poca delicatezza, per finire in gabbie poco spaziose dove cresceranno.
Ciò che fa più impressione, a questo punto, è come queste piccole creature vengano mosse, ammucchiate, spostate senza che riescano a capire dove siano e cosa stia succedendo loro. Ciò non cambia, più avanti: anche una volta cresciuta, la gallina nera è sempre, costantemente, sballottata dalle circostanze, da un mondo che va più veloce di lei e che non può capire davvero.
Crescendo, infatti, la nostra protagonista viene portata via, pronta a diventare una buona cena. Riuscita a scappare, si avventura per la prima volta nel mondo esterno, fatto di pericoli animali e non, come le volpi e le auto. Fin qui, è mossa dal puro e semplice istinto di sopravvivenza, confrontandosi con il fatto che le minacce sono molte e sempre pronte a sopraffarla.
Ci riesce un cane, che la porta dal suo padrone. La gallina sembra trovare una casa: un pollaio in cui qualcuno la nutre e, in fondo, si prende cura di lei.
Ma per lei non è abbastanza.
Un profondo dramma umano
Il luogo in cui arriva la gallina è un vecchio ristorante in disuso, dove vive una famiglia sull’orlo del tracollo. Tra loro, c’è un vecchio (Ioannis Kokiasmenos) inasprito dalla vita. Piegato, ma ancora in grado di dire la sua. Un uomo che vuole solo rimodernare la casa e riaprire il ristorante.
Con lui, vivono anche la figlia e la nipote, con il compagno della figlia che passa a trovarla in modo saltuario. Quest’ultimo è una vera testa calda, immischiato in affari loschi di traffico di migranti, con persone tutt’altro che raccomandabili. Un uomo che si ostina a continuare le sue attività, coinvolgendo la casa del proprietario.
Il dramma di questa famiglia si consuma a discapito della nostra gallina, che riesce sempre ad essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, combinando un sacco di disastri. Ma, in fondo, non è colpa sua: lei vuole solo che le sue uova si schiudano, nonostante qualcosa lo renda continuamente impossibile.
Il suo è un desiderio tutto sommato semplice, che si complica per i motivi più disparati. Sullo sfondo di questo dramma animale si tirano le fila di quello umano: le vite degli abitanti della casa non sono meno sballottate, in balia di circostanze che non possono controllare.
Lo sono quelle dei migranti, che sperano in una vita migliore, ma devono confidare nelle azioni dei trafficanti che, di certo, non agiscono per il loro bene. Lo è anche quella del proprietario del ristorante, anche se ancora non si è rassegnato all’idea di non avere davvero potere nelle scelte della sua stessa vita.
Mondo animale e mondo umano si intersecano, non troppo distanti tra loro, eppure separati da una profonda incomprensione. La gallina è cieca alla tragedia che avvolge la casa, tanto quanto l’uomo non riesce a vedere il desiderio dell’animale. Eppure, in fondo, i due sono molto simili: entrambi sopravvissuti alle avversità della vita, entrambi continuamente alla loro mercé.

Otto galline protagoniste
Sebbene la protagonista del film sia solo una, le “attrici” che l’hanno interpretata sono state ben otto. Il regista, infatti, è partito con l’intenzione di non utilizzare CGI o AI, ma veri animali per mantenere il realismo nel film.
Ciò ha comportato un lavoro sul set dettato dalle necessità delle galline: andare ai loro ritmi, seguire i loro momenti più imprevedibili e le tempistiche diverse. Gli attori “umani” hanno adeguato la propria performance, rimanendo nel ruolo anche se la priorità veniva data alle galline. Anche la troupe ha dovuto seguire i ritmi degli animali e mantenere sempre la calma per non agitarli.
Insomma, sicuramente il periodo delle riprese è stato peculiare.
Ognuna delle otto galline aveva un proprio punto di forza, chi a beccare, chi a saltare, chi a fingersi morta. Addestrate da Árpád Halász, sono state preparate per mesi alla parte e, poi, portate dall’Ungheria in Grecia per le settimane di ripresa.
Nello specifico, tre galline hanno interpretato la gran parte delle scene della protagonista: Feri, la vera anima del ruolo, Anett, precisa e calma, e Nóra, la più espressiva. Loro hanno conferito corpo e spirito alla protagonista, mentre, come già accennato, le altre eccellevano in specifiche azioni.
Per dare coerenza e concretezza al personaggio, poi, è stato fatto un grande lavoro di regia e di montaggio: guardando il film, la gallina sembra una soltanto e sembra reale. Pur comportandosi come uno si aspetta dall’animale, si capiscono i suoi desideri e le sue paure come se parlasse.
La volontà della gallina è impressa nella pellicola con grande maestria e, in fondo, è ciò che rende possibile il film. Sicuramente, questa è la vera grande lezione per la marea di sceneggiature verbose che spesso si vedono al cinema, in cui gli sceneggiatori traducono ogni sentimento in una battuta o un dialogo.
Qui ogni elemento confluisce nella trasmissione delle emozioni dei protagonisti, animali e umani, e la storia si comprende senza bisogno di tante parole. Anzi, giusto qualche chiocciare.

Individuale e universale
Hen – storia di una gallina è un film sui generis. Magari non piacerà a tutti, ma il suo coraggio nella messa in scena e nella storia raccontata lo rendono una piccola gemma che rimane impressa negli spettatori.
La pellicola ci ricorda che il dramma umano è solo una prospettiva, che il mondo è pieno di narrazioni viste da occhi diversi. Ricorda che ogni creatura cerca il suo spazio, il suo senso, che sia più elaborato o semplice.
Volenti o nolenti, siamo sempre tutti tra i piedi di qualcun altro, anche quando non è nostra intenzione. Mentre stiamo solo cercando la nostra piccola pace.
a cura di
Francesca Maffei

