Due Procuratori – la recensione in anteprima del nuovo film di Sergei Loznitsa

Otto anni dopo Donbass, l’acclamato documentarista ucraino Sergei Loznitsa torna all’opera di finzione portando sullo schermo uno dei periodi più bui del Novecento: sono gli anni del terrore staliniano, gli anni delle Grandi Purghe che tra il 1936 e il 1939 avrebbero causato la morte di oltre 225 mila persone invise al regime.

Ispirato al racconto del 1969 del fisico Georgij Demidov Dva prokurora – una testimonianza diretta e feroce delle atroci condizioni di vita all’interno dei gulag sovietici (e per questo a lungo sequestrato dal KGB) – Due Procuratori è un concentrato narrativo sui meccanismi di funzionamento dei regimi repressivi, film più che mai necessario per riflettere di un passato che tanto somiglia al nostro presente.

Presentato in concorso al 78° Festival di Cannes, Due Procuratori esce oggi nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.

La burocrazia del terrore

URSS, 1937. Migliaia di lettere di detenuti ingiustamente accusati dal regime vengono bruciate all’interno di un carcere, a Brjansk, sud-ovest dell’Unione Sovietica. Persone la cui unica colpa è quella di trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato della storia, dove la verità è continuamente distorta, dove ogni pensiero può trasformarsi in crimine, dove non si processano i fatti, ma le intenzioni. 

Uomini che chiedono aiuto a quello stesso sistema per cui hanno combattuto e che li ha traditi. Un grido di giustizia più forte delle sbarre che lo intrappolano, e che arriva lontano, fino alla scrivania di un giovane procuratore appena assunto. Bolscevico convinto, Aleksandr Korneev ha in mano un biglietto a forma di mezzaluna (ogni riferimento è puramente intenzionale) scritto con il sangue. Appartiene a un suo vecchio professore universitario, ora rinchiuso in una cella umida e dimenticata: chiede di poter parlare con qualcuno, la questione è urgente. Non una supplica, ma un avvertimento.

Due Procuratori è il viaggio circolare di un eroe in giacca e cravatta, che parte dall’ingresso del carcere di Brjansk per giungere a suo compimento nello stesso, medesimo punto. Nel mezzo un mondo segreto e corrotto, dove ogni gesto, ogni sguardo, sono lame molto più affilate di qualsiasi coltello. E’ lo scontro tra l’implacabile disumanità del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni NKVD – il famigerato ministero per la sicurezza dell’Unione Sovietica – e l’illusione e l’innocenza dei grandi ideali.

Nulla è come appare

Di chi ci si può realmente fidare se tutto è corrotto all’origine?

Un film immobile, statico nelle inquadrature eppure inesorabile nell’accompagnare il protagonista verso un destino già scritto in partenza. Il procuratore Aleksandr sa già tutto, eppure non arretra mai, davanti a stanze del potere che diventano sempre più grandi, quasi ad avvertirlo di un pericolo incombente. 

E’ il cinema di Loznitsa all’ennesima potenza, che osserva la Storia e la seziona, restituendoci un piccolo ma cruciale spaccato di cosa fosse l’Unione Sovietica del 1937, di una burocrazia del potere che inghiotte tutto e tutti legittimando anche i crimini più efferati (memorabile in tal senso l’incontro sul finale tra il nostro protagonista e Andrej Vyšinskij, il tristemente noto giudice-boia al servizio di Stalin).

Aleksandr Kuznecov è perfetto nel ruolo del procuratore Korneev, così come lo sono Anatolij Belyj (Vyšinskij) e tutti gli altri comprimari, a testimonianza del grande livello della scuola attoriale russa. Personaggi che si muovono tra gli anfratti bui delle prigioni e le stanze spoglie dei burocrati, ambienti prosciugati dell’anima che sembrano inermi davanti allo scorrere degli eventi.

Non c’è spazio per alcuna redenzione, ciò che vediamo nasconde sempre un lato oscuro più vicino al vero di quanto la superficie possa mostrare. Sergei Loznitsa rievoca la Storia per riflettere su un presente più che mai incerto, che guarda al futuro ma rivolto pericolosamente indietro.

a cura di
Alessandro Bertozzi

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