Al cinema Anteo di Milano, The Last Viking ha inaugurato la rassegna ScienceFOR, che coniuga cinema e scienza. Il film è una riflessione tragicomica sulla salute mentale e su cosa voglia dire essere normale. O non esserlo.
Presentato Fuori Concorso a Venezia, The Last Viking è stato scelto per inaugurare la rassegna ScienceFOR, ideata e promossa dal cinema Anteo e dalla Fondazione Umberto Veronesi. Il film è stato accompagnato da un dialogo sul tema della salute mentale (qui l’articolo completo), che è il focus principale della pellicola.
La trama
The Last Viking comincia con una cornice particolare: una fiaba nera, realizzata in animazione. Si tratta del racconto di un popolo di vichinghi ai quali, alla perdita della gamba di uno di essi, il capo decide di tagliare un arto ciascuno. La morale della favola ci suggerisce fin da subito la chiave di lettura del film: per non sentirsi diversi, si può cambiare il mondo intorno a noi.
Facciamo a questo punto conoscenza con i nostri protagonisti: abbiamo Anker (Nikolaj Lie Kaas), incarcerato per quindici anni a causa di una rapina. Prima di essere portato via dalla polizia, l’uomo aveva affidato un compito al fratello Manfred (Mads Mikkelsen): nascondere una borsa nella foresta vicino alla casa della loro infanzia.
Così, veniamo riportati al presente. Anker torna in libertà e vuole ritrovare i soldi, specialmente perché un suo vecchio “collega” lo minaccia di morte se non glieli consegnerà. Il problema è che Manfred non vuole rivelare dove li ha nascosti e, anzi, non vuole proprio che lo si chiami così. Ora lui è John. John Lennon.
Con lui non si può ragionare! Al sol sentire il suo nome di battesimo si getta dalla finestra, se non è intento a rubare il cane di qualche signora dei paraggi. Manfred ha, infatti, scelto di cambiare la realtà intorno a lui, preferendone una diversa. Scegliendo, insomma, di essere una persona che tutti amano.
Anker lo mette in crisi, perché è l’unico che non ha accettato la sua nuova identità. La soluzione? Riunire i membri del Beatles – o, almeno, persone che hanno deciso di essere gli altri membri – per calmare la crisi del fratello.
La realtà può essere dolorosa
The Last Viking è una commedia nera che coniuga perfettamente l’ironia con una riflessione sulla salute mentale e sul significato di un trauma. Se, infatti, inizialmente l’unico ad apparire malato è Manfred – fin da piccolo problematico e istintivamente portato a crearsi una sua realtà -, pian piano scopriamo che nessuno nel film può essere considerato davvero normale.
Ogni personaggio è fuori dagli schemi, ha convinzioni su se stesso e sul mondo che agli altri (e al pubblico) sembrano folli. Ciò su cui la pellicola porta a riflettere è proprio questo: ognuno di noi si crea la propria realtà, per renderla più sopportabile. Così, lo stilista che non ha mai creato nulla sta lavorando ad un libro per bambini da anni. La modella che ha girato una sola pubblicità ha rinunciato alla carriera per amore.
Ognuno crea un racconto della propria vita che la renda più tollerabile. Se Manfred ha deciso di essere un’altra persona, Anker ha direttamente rimosso gli episodi più traumatici della propria vita. Anche lui ha riplasmato la propria realtà, che a volte è davvero troppo dolorosa.
Forse, in fondo,la soluzione è proprio quella di assecondare la propria mente. Proprio per questo motivo un personaggio fondamentale è Lothar (Lars Brygmann), che spinge a sostenere la fantasia di Manfred e riunire i Beatles. A lavorare tutti assieme per un unico, delirante, scopo.

L’ultimo Vichingo
Come abbiamo visto, quindi, quello che emerge è una riflessione a tutto tondo su follia e normalità, su identità e felicità. Ciò avviene tramite una commistione di stili visivi, a partire dalla cornice di animazione, delicata e, al tempo stesso, violenta.
La storia principale di The Last Viking è contraddistinta da una regia più classica. In questo modo, viene lasciato un maggiore spazio alle interpretazioni degli attori, su cui si concentra l’attenzione del pubblico.
Unica eccezione è data dalle inquadrature dedicate ai flashback, che rimandano al passato di Manfred e Anker. Lo stile si fa onirico, caratterizzato da oscillanti riprese con la macchina a mano, dalla vignettatura sfocata. L’intento è quello di simulare una mente traumatizzata che accede a ricordi che avrebbe preferito lasciare nel dimenticatoio.
In generale, il regista Anders Thomas Jensen presenta una regia piuttosto semplice, ma al tempo stesso efficace. Il suo focus principale è la storia, avvincente e ben ritmata. Spesso il realismo viene sacrificato per la comicità ed alcune questioni vengono un po’ abbandonate a se stesse, ma il tono grottesco e surreale fa sì che lo spettatore soprassieda a questi buchi, a favore del messaggio di fondo.
Tutti erano ugualmente felici
Un plauso va alle ottime interpretazioni di tutti gli interpreti. I due protagonisti hanno realizzato un lavoro eccellente: Nikolaj Lie Kaas dipinge un Anker contraddistinto dalla rabbia, che non sempre è in grado di contenere dentro di sé. Reso ostile da ciò che lo ha plasmato fin da piccolo, l’uomo non è mai davvero riuscito a superare il trauma passato.
Mads Mikkelsen, invece, interpreta Manfred, cogliendo perfettamente la duplicità del personaggio. Da una parte il fratello sembra caratterizzato dalla follia, da comportamenti irrazionali e da un carattere immaturo pari a quello di un bambino. Dall’altra, emerge in lui la paura di essere abbandonato nuovamente e la voglia di proteggere un fratello che lo ha sempre difeso a sua volta. Manfred non parla molto, eppure la complessità del suo personaggio viene resa perfettamente grazie a una grande interpretazione.
Una menzione d’onore anche al già citato Lars Brygmann, che interpreta un ruolo complesso e che, in fondo, riesce a veicolare gran parte del messaggio del film. Grande prova anche per Kardo Razzazi – che è “Paul McCartney” “George Harrison”, “Bjorn Ulvaeus” e anche “Iron Man”.
Alla faccia di chi sostiene che si debba scegliere.
Dormiamo e domani scopriamo chi siamo
Terminata la visione di The Last Viking, si ha l’impressione di aver passato un paio d’ore in un mondo complesso e bizzarro, neanche troppo lontano dal nostro. La pellicola è una fiaba che parla di diversità e realtà, trattando anche dello stigma della malattia mentale. Il film, infatti, fa riflettere sul senso di solitudine che può provare una persona malata e isolata in quanto diversa.
Insomma, viviamo in un mondo in cui sembra sempre più importante risultare perfetti e nascondere ciò che non si ha. La vita va avanti in una ricerca sfrenata di quel di più irraggiungibile, in una vana illusione di spensieratezza e di assenza di problemi. The Last Viking ci ricorda invece una verità importante: in fondo, è proprio quando a tutti sembra mancare qualcosa, che in realtà non manca a nessuno.
E qualche rotella manca un po’ a tutti.
a cura di
Francesca Maffei

