Un tuffo nella nebbia che sa di nostalgia, ma che fatica a ritrovare il cuore pulsante dell’originale! Così si potrebbe sintetizzare l’essenza di questo film, che tuttavia, andando oltre alla semplice comparazione con i videogiochi della serie, si porta dentro una tematica importante. Riuscirà a convincere anche i più scettici?
Quando Christophe Gans portò al cinema Silent Hill nel 2006, fece qualcosa di raro: trasformò un videogioco in un’opera esteticamente sublime, forse imperfetta nella narrazione, ma viscerale. Una pellicola che, per certi versi, non è riuscita a catturare i fan della saga, forse troppo esigenti per una trasposizione che necessitava inevitabilmente di adattamenti per il grande schermo.
Vent’anni dopo, il regista francese torna sul luogo del delitto con Return to Silent Hill, adattando quello che è universalmente considerato il capolavoro della saga videoludica: il secondo capitolo. Un’impresa veramente ardua.
Le aspettative erano altissime, forse troppo. E la domanda che ci siamo posti tutti entrando in sala era semplice: Gans è riuscito a catturare di nuovo quel dolore straziante che rendeva James Sunderland un protagonista così tragico? Scopriamolo assieme.

James, Mary e una città che sta morendo
James Sunderland (Jeremy Irvine) è un uomo distrutto con un’unica fonte di distrazione, l’alcool. Al telefono una chiamata ricorrente: M. una telefonata a cui non vuole rispondere, perché gli ricorda che la sua vita è andata a rotoli.
Dopo l’ennesima sbronza torna a casa e trova a terra una misteriosa lettera firmata dal suo unico amore, Mary (Hannah Emily Anderson) che lo invita a tornare nel loro “posto speciale”, la Silent Hill conosciuta nel preludio della pellicola. Una città idilliaca dove aveva incontrato lei, dove si era trasferito per lei e ora (fan della saga videoludica a parte) non sappiamo perché per lui è solo un ricordo.
Tornando a Silent Hill – una città che non è più quella dei suoi pensieri -, la ritrova coperta di cenere, vuota di persone, ma con personaggi definiti che cercando di aiutarlo… o forse no? Un paese come immagine distorta di una psiche labile che tanto ancora ci deve raccontare, e questo farà la pellicola, che ci porterà in una spirale discendente che divide le giornate tra cenere e ombre, tra felicità e tenebre.
Se c’è una cosa che Gans sa fare, è dipingere l’incubo. L’atmosfera c’è, palpabile e densa. La nebbia (dovuta più alla cenere che ad altro) non è solo un effetto scenico, ma un sudario che avvolge i personaggi, isolandoli in una bolla di sofferenza.
Tuttavia, rispetto alla potenza emotiva del primo film, qui si avverte una certa freddezza. Irvine ce la mette tutta per trasmettere il tormento di James, ma la sceneggiatura a volte corre troppo, sacrificando l’approfondimento psicologico in favore di una sequenza di mostri che, per quanto iconici, rischiano di sembrare un semplice fan service slegato dal contesto emotivo.

Un’estetica che divide
Visivamente, Ritorno a Silent Hill è un’opera di contrasti. Ci sono momenti di pura poesia macabra, dove la regia di Gans ci ricorda perché lo abbiamo amato in passato. L’uso delle luci, i colori rugginosi dell’Otherworld, tutto grida: “Silent Hill!”.
D’altra parte, però, non si può ignorare una certa artificialità in alcuni effetti visivi, che in certi frangenti rompono quella sospensione dell’incredulità necessaria in un horror psicologico di questo calibro. È come guardare attraverso uno specchio rotto: l’immagine c’è, ma è frammentata, a tratti confusa. Tanto da far pensare che la CGI arrivi direttamente dagli anni ’90, aspetto che denota la presenza di un budget sostanzialmente risicato.
Il ritorno di Akira Yamaoka alla colonna sonora è il vero collante dell’opera. Le sue melodie malinconiche – quel mix inconfondibile di trip-hop industriale e pianoforte struggente – riescono a comunicare quel senso di ansia ed inquietudine che le parole a volte falliscono nel trasmettere.
La musica non accompagna semplicemente le immagini, ma racconta il non detto, il dolore che James non riesce a verbalizzare. Nei momenti di silenzio è il sound design a farci accapponare la pelle, ricordandoci che a Silent Hill il vero mostro è spesso ciò che non si vede.
La prova attoriale dei due protagonisti vive anch’essa di contrasti e per lunghi tratti ci sembra di essere realmente nel videogioco per movimenti e per tipologia di dialoghi (che con le giuste pause ti riportano a quei momenti davanti allo schermo quand’eri appena scappato dalla Bubble Head Nurse di turno, spesso perdendosi nella fretta di concludere).

L’accettazione come simbolo del tutto
Return to Silent Hill è un film che vive di luci e ombre. Non è il disastro che alcuni temevano, ma nemmeno il capolavoro che speravamo.
È un’opera profondamente umana nelle intenzioni, che cerca di parlare di amore e sacrificio, ma che inciampa nella sua stessa ambizione di voler essere troppo fedele e al contempo diverso.
Funziona? A tratti. Per i fan storici sarà un viaggio dolceamaro, pieno di riferimenti visivi ma forse povero di quella profondità narrativa che ha reso Silent Hill 2 una pietra miliare.
Per il pubblico generalista, potrebbe risultare un horror gotico affascinante ma un po’ sconnesso, una pellicola che diventa allegoria di accettazione, un’intricato percorso per lasciare andare qualcosa di tanto amato, ma che ci sta distruggendo dentro.
Un ritorno gradito, sì, ma che lascia addosso quella strana sensazione di aver sfiorato la grandezza senza mai afferrarla del tutto, nonostante la pellicola ci lasci quelle vibes videoludiche nei dialoghi e in alcune inquadrature tipiche del videogioco da cui è tratta.
Per i fan più sfegatati il finale sarà una gradita sorpresa perché riprendere a piene mani uno dei sei che potete sbloccare concludendo il videogioco. Ma non vi spoilero quale.
Ps. non fate il mio stesso errore di rimanere per tutti i titoli di coda aspettando una scena post credit, sarà un’attesa vana.
Buona visione!
a cura di
Andrea Munaretto
Articolo realizzato con il parziale ausilio di intelligenza artificiale

