Ieri sera, 17 gennaio, ho visto alla ChorusLife Arena di Bergamo Aggiungi un posto a tavola. Un titolo che per me non è “solo” un musical; è una questione di famiglia
Le commedie musicali di Garinei & Giovannini sono sempre state una presenza costante a casa mia, soprattutto grazie a mio papà, appassionato vero, di quelli che ricordano le prime storiche e che ancora oggi nominano con un mezzo sorriso la stagione con il mitico Johnny Dorelli. Quando ero piccolo, le repliche passate in TV finirono su VHS e io sono letteralmente cresciuto con quelle. Il risultato? Conosco quest’opera a memoria e Aggiungi un posto a tavola è sempre stata la nostra preferita.
Questa stagione ha anche un sapore speciale: è quella del 50° anniversario, un traguardo enorme per un’opera italiana capace ancora oggi di riempire teatri e arene e di parlare a pubblici molto diversi tra loro.
Una trama semplice, ma costruita con intelligenza
La storia è nota e volutamente lineare: Don Silvestro, parroco di un piccolo paese, riceve una telefonata “dall’Alto” che lo avvisa di un imminente diluvio universale. Il compito è assurdo e gigantesco: costruire un’arca e salvare la comunità (e gli animali) prima che sia troppo tardi. Da qui si innesca una catena di equivoci, resistenze, piccole meschinità e grandi slanci collettivi, fino a un finale che – da cinquant’anni – funziona perché arriva dritto ai valori più semplici.
E sì, è vero: i tempi sono cambiati profondamente dagli anni Settanta. Non viviamo più i grandi bisticci tra Stato e Clero di un tempo, eppure lo spettacolo regge perché non racconta “la Chiesa” in astratto: racconta un paese. Un microcosmo chiuso, magari, ma genuino. Dove la parrocchia è ancora un centro di aggregazione, dove ci si guarda in faccia, si condivide, si litiga e poi – se va bene – ci si ritrova a tavola a condividere il companatico.

Garinei & Giovannini: la commedia musicale all’italiana al suo massimo
Aggiungi un posto a tavola è uno di quei titoli che ricordano cosa sia stata (e cosa possa essere ancora) la commedia musicale italiana: una scrittura che mescola leggerezza e malinconia, battuta e sentimento, senza mai perdere il ritmo. Garinei & Giovannini qui sono in stato di grazia: gag, trovate, tempi comici e personaggi secondari che spesso rubano la scena ai protagonisti.
E poi ci sono le musiche di Armando Trovajoli: un repertorio che definire “bello” è riduttivo. Sono canzoni che sembrano semplici, ma in realtà sono costruite con una naturalezza rara, e restano in testa perché hanno un’anima.
I personaggi secondari sono il motore comico (e morale)
Una delle cose che amo di più di quest’opera è che i personaggi “di contorno” non sono mai davvero secondari. Sono maschere chiare, immediate, quasi archetipiche, e proprio per questo potentissime.
Il sindaco Crispino incarna la cupidigia, il potere piccolo, la furbizia di paese e il denaro come ossessione.
Consolazione, la “Maddalena”, è la peccatrice vista e giudicata dalla comunità: figura comica, sì, ma anche emblema di emarginazione e dignità. In questa edizione è interpretata da Lorella Cuccarini, accolta da un affetto enorme e manifestato, soprattutto, al momento degli applausi finali.
Toto è l’ingenuità pura: lo “strano” del paese, quello a cui sembra mancare sempre qualcosa, ma che in realtà è spesso l’unico con un cuore davvero limpido.

Sono loro a dare il “la” ai siparietti comici con Don Silvestro, ma non solo: permettono di raccontare l’accoglienza e la solidarietà senza farne un discorso teorico. Lo fanno attraverso le dinamiche umane, quotidiane, riconoscibili.
La parte più sorprendente: la critica bonaria e l’amore proibito
In mezzo alla commedia, lo spettacolo non rinuncia a punzecchiare. C’è una critica lieve ma presente al mondo sacerdotale, alle sue contraddizioni, e lo fa con una delle trovate più brillanti: le “risposte dall’Alto”, che sembrano innocue ma in realtà sono stoccate piene di senso (e qui il tema del celibato torna in modo ironico e spiazzante).
In questo quadro si inserisce l’amore impossibile tra Don Silvestro e Clementina: lei è l’anima sognante, ingenua, cresciuta in un ambiente piccolo; lui è l’uomo adulto, colto, “irraggiungibile” per definizione. È un nodo narrativo che porta una vena dolceamara, e dimostra come Aggiungi un posto a tavola non sia solo risata: sotto la leggerezza ci sono sfumature anche drammatiche.
Scenografie “da kolossal” e momenti spettacolari
Dal punto di vista tecnico, lo spettacolo continua a essere sorprendente. È una commedia musicale che, pur con una storia essenziale, ha un respiro quasi “da colossal”: e alcuni momenti restano memorabili anche solo per l’impatto scenico.

Le scenografie sono ricchissime e numerose: si passa con fluidità dalla canonica alla piazza, dal bosco alla casa del sindaco, fino all’arca, e già questo, oggi, è tutt’altro che scontato. La pedana rotante aiuta a rendere i cambi scena rapidi e dinamici, spesso accompagnati da raccordi musicali in cui gli attori partecipano attivamente allo spostamento degli elementi, mantenendo sempre vivo il ritmo.
Ma il vero “effetto wow” arriva nei momenti spettacolari: il fulmine e soprattutto il diluvio sono resi con una potenza scenica sorprendente, con effetti che dal vivo risultano davvero impressionanti e danno allo show quella dimensione grandiosa che lo rende unico. Anche i costumi completano il quadro: colorati, curati, con un gusto che richiama i paesi italiani di una volta (anni ’50-’60), perfetti per far respirare l’atmosfera genuina dell’opera.
Un evergreen che non invecchia (anche se cambia)
Da “esperto” – e qui lo ammetto – mi sono anche divertito a notare le differenze rispetto alle versioni che ho visto nel corso degli anni: battute modificate, piccoli aggiustamenti e cambi di ritmo. A tratti mi ha persino infastidito, proprio perché conosco ogni virgola del copione originale. Però fa parte del gioco: ogni stagione deve respirare, adattarsi e rinnovarsi un minimo. E soprattutto: questi cambiamenti non snaturano l’opera. La sua anima resta intatta.
Conclusione: Aggiungi un posto a tavola anche per me… che sto arrivando!
Aggiungi un posto a tavola è un caposaldo del teatro musicale italiano. È una commedia costruita benissimo, piena di gag, personaggi memorabili e canzoni strepitose, ma soprattutto è un’opera “multistrato”: sotto la fiaba c’è una riflessione sull’umanità, sulla comunità, sul perdono, sulla solidarietà e sull’amore.
Il 50° anniversario non è solo una ricorrenza: è la prova che questo spettacolo è diventato una pietra miliare, un vero evergreen. E sì: non ha nulla da invidiare ai musical di matrice americana che dominano i cartelloni.
Se non l’avete mai visto, prima o poi va recuperato. E se lo avete già visto, sapete benissimo perché torna sempre voglia di… aggiungere un posto a tavola.
a cura di
Daniele Marazzani
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