Alessandro Zappulli e l’orologio di “Fuori Tempo Massimo”   

Alessandro Zappulli

Alessandro ci presenta un album dal sapore di vissuto, “Fuori tempo massimo”. Il tempo è al centro e dondola tra sua la percezione introspettiva e lo scorrere del mondo

“Fuori tempo massimo” ci racconta il tempo, anzi il tempo di Alessandro Zappulli. Di quello mancato, ricorso, atteso e perduto.

Dal gruppo al singolo

Cresciuto nella città di Roma, dove ha collaborato con varie band per una ventina di anni, Alessandro si è poi trasferito a Brescia, dove ora vive e lavora. Oggi, nei suoi quarant’anni, trova la propria strada come solista, fondendo la tradizione della canzone d’autore italiana alle atmosfere della new wave anni Ottanta.

Nel 2025 escono i suoi primi tre singoli sotto l’etichetta Bravehop record, intitolati “Le spose”, “Non trovi anche tu” e “Terra di nessuno”.

Nel novembre dello stesso anno pubblica l’album “Fuori tempo massimo”, insieme al producer Giovanni De Relitti e al Blue Moon Studio di Firenze. Alessandro riesce a mergere e bilanciare perfettamente la tradizione classica del cantautorato italiano e le taglienti cadenze punk-rock.

Se gli arpeggi di chitarra e la voce ci parlano, gli assoli elettrici ci sussurrano. Sono come mormorii che evidenziano e portano a galla i pensieri dell’autore, i temi che vuole affrontare e che gli sono vicini, rendendoli riconoscibili e di maggiore impatto emotivo.

Inseguire la gallina

Quell’aspirazione, quel desiderio che si è rincorso tanto e che poi è scomparso proprio davanti ai nostri occhi, è questo ciò che trasmette la musica di Alessandro Zappulli. Nel pezzo di apertura, “La più grande tentazione”, ci racconta delle sue occasioni perse e di quelle inghiottite dalla fretta di realizzarsi.

Dolcemente, la strada è luminosa.
Dovrà portare pure a raggiungere qualcosa.
Non saprei e non lo saprò mai.

Il brano ci ricorda quelle che sono, erano, e magari saranno, le nostre aspirazioni. Ponendoci davanti alla possibilità di star cercando di raggiungere qualche cosa che non esiste. Qualcosa che è la proiezione di quello che la società vuole da noi e di quello che noi ci imponiamo di ottenere, senza una vera ragione.

Ad insorgere è la sensazione di non sapere per quale fine si sta lavorando, perché la sua esasperazione ne offusca lo scopo. Rimanendo, così, inghiottiti dalla “speranza di raggiungere qualcosa”.

Il linguaggio dell’empatia

Alessandro fa musica mosso dal desiderio di diffondere idee, valori e ciò in cui crede, con una gentilezza un po’ sarcastica. La sua critica è reale ma gentile, rivolta alla società e più specialmente a chi la costituisce: noi.

Si ha così una “vocina” che narra di pressioni sociali, disparità di genere e mascolinità tossica. Il malessere interiore di cui parla in “Non è importante” accomuna un po’ tutti noi. L’indifferenza, la mancanza di consapevolezza ed empatia ci portano così, a “sbagliare sempre e non capire dove”.

Moto eterno

Il costante movimento… Alessandro lo cita spesso, lo fa proprio. Lui che si sente fuori tempo, in ritardo, è capace di descriverlo perfettamente.

Sentimenti di un artista che ha pubblicato il suo primo album a quarant’anni e che è egli stesso la dimostrazione che non è mai troppo tardi.

Nell’ottica del non perdere tempo, tutto appare offuscato dalla fretta e dalla velocità di voler fare, ottenere, portare a termine… E alla fine ci si rende conto di averne perso ancora di più, dando vita a “risposte confuse che generano altre domande”

In “La ruota”, Alessandro ci descrive quella sensazione di fastidio verso la condizione di stallo, mentre tutto il resto va avanti. Quella necessità di stare al passo, di proseguire allo stesso ritmo degli altri. Necessità che molto spesso si rivela logorante e poco fruttifera.

Alla fine, “la vita è solamente una stramaledetta ruota che gira”, va avanti anche senza che vi partecipiamo. E, forse, il cuore minerale che fa da copertina all’album, ci dice che le cose più preziose hanno bisogno di tempo per generarsi e che essere “fuori tempo” spesso è la cosa più giusta e più sana da fare.

a cura di
Agnese Piana

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