28 anni dopo – Il Tempio delle Ossa: la recensione in anteprima

In arrivo al cinema il nuovo capitolo della famosa saga horror, un distopico che riflette sulla spiritualità di un mondo distrutto.

Più di vent’anni fa arrivava sullo schermo 28 giorni dopo di Danny Boyle, con protagonista Cillian Murphy: un film destinato a diventare un cult del genere. Uno dei motivi di tale successo sta certamente nella lucida riflessione sull’umano e il disumano che emerge dalla pellicola.

Gli zombie sono, infatti, una minaccia reale, ma non la peggiore, poiché la disumanizzazione di chi non è stato infettato spaventava (e spaventa) molto di più. La chiave di riflessione che la pellicola proponeva era proprio questa: quanto è sottile la linea tra umano e disumano e quanto è facile valicarla.

Dopo un secondo capitolo (28 settimane dopo) con una sequenza iniziale pazzesca e un proseguo trascurabile, a giugno 2025 è arrivato nei cinema un nuovo film.  È sia un seguito, che il primo capitolo di una nuova saga: 28 anni dopo, ambientato nello stesso universo narrativo, ma in un mondo profondamente mutato.

Si tratta di un’Inghilterra invasa dalla natura, in cui i pochi superstiti devono avere a che fare non solo con gli zombie “classici” che corrono velocemente per attaccare, ma anche con una fauna di creature mutate, con caratteristiche e comportamenti diversi. In 28 anni dopo, questo scenario ospita la storia intima di un viaggio. Spike, un ragazzino circondato dalla morte fin dalla sua nascita, attraversa terre devastate per cercare una cura per la madre malata.

In questo nuovo capitolo, il suo viaggio continua, ritrovando volti già conosciuti, ma anche nuovi personaggi. In un mondo distrutto, in cui è impossibile capire se sia peggio imbattersi in uno zombie o in un’altra persona.

Sir Jimmy Crystal – Padre, perché mi hai abbandonato?

Dopo un viaggio intimo e spirituale, 28 anni dopo terminava con l’arrivo di questo personaggio che, sia a livello estetico che sonoro, rompeva completamente il clima commovente e riflessivo che aveva contraddistinto tutto il film. Un cambio di marcia assoluto e scioccante, fatto di una violenza “pop” che già introduceva un racconto diverso, più feroce.

La costruzione del personaggio di Jimmy (Jack O’Connell) è quantomeno interessante: la parola d’ordine è, sicuramente, figlio. Jimmy è, innanzitutto, figlio di un tempo interrotto. Questo virus che ha sconvolto l’Inghilterra è arrivato quando era piccolo, solo un bambino. Tutti i suoi riferimenti dipendono, dunque, da ciò che vedeva in televisione prima che il virus sconvolgesse il suo mondo.

Come i Teletubbies, di cui racconta sempre gli stessi episodi e che ispirano il vestiario delle sue Dita, i suoi scagnozzi. A livello estetico, c’è un richiamo diretto a Jimmy Savile: tute monocolore, lunghi capelli biondi e gioielli pacchiani, oltre a una frase rituale spesso ripetuta. Per porre fine alla conversazione, lui urla “howzat”, che sarebbe “how about that?” (nella traduzione italiana “Si fa così? Così si fa”).

Savile era un personaggio televisivo e radiofonico di enorme successo nell’Inghilterra degli anni ’90. Dopo la sua morte (2011), si è scoperto che si trattava di un predatore sessuale, con centinaia di vittime. Nell’universo di 28 anni dopo, chiaramente questo non si è mai scoperto: il riferimento diretto alla sua figura, però, è indicativo di ciò che Jimmy rappresenta. Il male.

Infatti, sappiamo anche che lui è il figlio di un pastore. 28 anni dopo inizia, infatti, proprio con la scena del trauma che lo ha segnato per sempre: dopo che gran parte della sua famiglia viene uccisa da un’orda di zombie, Jimmy riesce a correre in chiesa dal padre, che lo tradisce. Invece di proteggerlo, infatti, accoglie gli infetti come segno del giudizio universale.

Il bambino si sente abbandonato. Così, rinnega il padre e capovolge la collana della croce che lui gli ha donato, dicendo di esser figlio del diavolo, del vecchio caprone. La sua missione sulla terra diventa quella di torturare e uccidere, di fare la carità a chi incontra, con la morte che impone come una liberazione. L’abbandono del padre diventa il motore scatenante per rinnegare tutti i principi cristiani e umani: la parola d’ordine è “violenza”.

Dr. Ian Kelson – Memento mori

Se, in questo film, Jimmy rappresenta il male, un altro personaggio è il suo specchio capovolto. Si tratta del dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes), già presentato in 28 anni dopo.

Kelson è un medico che ha eretto un vero e proprio santuario fatto di ossa, da cui riprende il titolo del film. Si tratta di un vero e proprio baluardo della spiritualità, un monumento ai defunti in un mondo in cui la morte è all’ordine del giorno. Lui vive lì, da solo, dopo aver affinato diverse tecniche di sopravvivenza piuttosto bizzarre, come cospargersi di iodio per tenere lontano il virus.

Vive la vita giorno per giorno, seguendo la filosofia del memento mori: tutti devono morire. Non bisogna temere la morte, che è un fatto naturale. Bisogna anzi celebrarla, per celebrare anche la vita. Sia dei sani che degli infetti: per lui, tutti sono sullo stesso piano.

In questo nuovo film, Kelson torna in tutta la sua eccentricità. Tinto di rosso all’interno del suo tempio, viene scambiato per il vecchio caprone, cosa che attrae Jimmy e i suoi scagnozzi da lui. Ciò dà adito ad un confronto tra i due davvero interessante: l’uomo si apre a Kelson, lasciandoci intravedere la sua parte più umana, che sembrava annientata. In cambio, il dottore ci offre una performance da urlo sulle note di The Number of The Beast.

Ralph Fiennes interpreta nuovamente questo personaggio, che è senza dubbio il più affascinante di tutti nelle sue eccentricità e nella sua visione del mondo scientifica e spirituale al tempo stesso.

Samson – la luna

Un’altra figura chiave approfondita in questo film è sicuramente Samson (Chi Lewis-Parry), l’alpha della zona. Viene rinominato in questo modo da Kelson, con un riferimento diretto alla Bibbia e alla figura, appunto, di Sansone, per la sua forza. Ad un loro incontro, il medico lo seda con della morfina e, sorprendentemente, l’alpha continua a tornare da lui non per ucciderlo, ma per la droga.

Kelson capisce presto che Samson va incontro ad un bisogno ben preciso: quello della pace. Ciò diventa la base di un’amicizia fondata sulla reciproca compagnia, perché quello che accomuna l’uomo e l’infetto è proprio questa ricerca.

Ancora una volta in questa saga si riflette sull’umano e il disumano, il bene e il male: quello che dovrebbe essere lo zombie più cattivo, l’alpha, balla mezzo intontito con un vecchio folle. Jimmy, illeso dal virus, tortura ogni persona che incontra.

Tramite la caratterizzazione di personaggi così diversi tra loro e la loro interazione, si dipinge sullo schermo una riflessione profonda su spiritualità e violenza, sull’umanità in un mondo distrutto. Alex Garland, sceneggiatore di tutti i film eccetto il secondo, fa un ottimo lavoro proprio nel narrare questo scenario e i suoi abitanti.

In attesa di un nuovo capitolo

La storia di qualche personaggio si chiude, alcune porte si riaprono e, al tempo stesso, altre questioni che si erano aperte nel primo capitolo vengono qui lasciate da parte. Come la bambina miracolosa e Aaron Taylor-Johnson, che non compaiono in questo film.

Le fila del discorso vengono, insomma, lasciate ad una terza parte di cui per ora non si sa granché. Aggiungo solo che, con l’ultima scena, sono proprio saltata sulla poltrona e sono ancora più curiosa di vedere come si concluderà questa saga di orrore e riflessione.

Buona visione!

a cura di
Francesca Maffei

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