No Other Choice – la recensione in anteprima del nuovo thriller coreano che ha conquistato Venezia

No Other Choice

L’arrivo di uno dei film più attesi dell’ultimo periodo inaugura il nuovo anno: si tratta del thriller No Other Choice di Park Chan-wook.

Dal regista di Old Boy e Decision to Leave arriva un nuovo film, che unisce il thriller alla riflessione sociale. No Other Choice mette in scena il tema del lavoro e del significato che il licenziamento può assumere nella società di oggi, in cui la tecnologia toglie sempre più posti di lavoro.

Una pellicola intrisa di umorismo, che accompagna il dramma in maniera impeccabile.

La trama

Sulle note del Concerto No.23 in La Maggiore per pianoforte di Mozart, la scena si apre su una famiglia riunita in un giorno spensierato, durante il quale il padre Yoo Man-su (Lee Byung-hun) pensa di essere arrivato all’apice della propria felicità.

L’uomo è infatti convinto di avere tutto: la casa dell’infanzia sistemata negli anni, una famiglia amorevole completa di due simpatici golden retriever, un lavoro stabile dove tutti lo apprezzano. Così tanto che gli hanno perfino regalato un’anguilla, che in Corea è considerata un alimento altamente pregiato.

Nel giro di un paio di scene, però, capiamo che il dono non è un premio per il suo contributo, ma una sorta di ultima gioia prima del licenziamento: dopo venticinque anni di duro lavoro in un’azienda specializzata nella produzione di carta, quest’ultima è stata comprata dagli americani e il personale, a poco a poco, viene tagliato.

Yoo Man-su si ripromette di trovare lavoro entro tre mesi, tempo per cui la famiglia può permettersi di mantenere lo stile di vita tenuto fino a quel momento. Dopo tredici mesi e diversi colloqui, però, la situazione non è cambiata. E pian piano la psiche del nostro protagonista si deteriora, assieme alla vita che in tutti l’uomo aveva costruito.

I primi a lasciarci sono i simpatici golden retriever, temporaneamente affidati alle cure dei genitori della madre, Lee Mi-ri (Son Ye-jin). Quest’ultima rinuncia al tennis e al corso di ballo e inizia a lavorare part time da un giovane dentista, suo compagno di tennis e forse un po’ troppo preoccupato del benessere della donna.

Probabilmente, però, il colpo di grazia sulla stabilità mentale di Yoo Man-su arriva nel momento in cui l’uomo capisce che dovranno vendere la casa, che aveva a lungo sognato e per cui aveva lavorato duramente. E forse è proprio questa la goccia che fa traboccare il vaso. Così, Yoo Man-su arriva alla consapevolezza che non c’è altra scelta: deve trovare un lavoro.

A costo di far fuori, letteralmente, la concorrenza.

L’ironia nel dramma

No Other Choice si presenta così: come un film di due ore e mezzo che parla di un problema che attanaglia la nostra società, la disoccupazione, con un ritmo incalzante e un’ironia che riesce a strappare un sorriso anche nei momenti più tragici.

Questo avviene, principalmente, perché Yoo Man-su non è uno spietato e cinico omicida, ma un disperato e, su certe cose, anche un po’ inetto. L’uomo non sa, infatti, come si uccida davvero una persona ed empatizza fin troppo con questi uomini che gli assomigliano tantissimo.

Nella sua mente, però, la ricerca del lavoro diventa un gioco di sopravvivenza in cui può vincere solo una persona: una semplice questione di necessità. Una legge matematica per cui può farcela solo uno, che dev’essere lui.

La pellicola lascia intendere in diversi momenti che non sia proprio così: ad uno dei concorrenti, la moglie rimprovera di non esser cambiato, di non aver scelto un altro lavoro per andare avanti e, così facendo, aver rovinato tutto. Un altro concorrente, invece, aveva cercato una via d’uscita, iniziando a lavorare in un negozio di scarpe. Ma la sua esistenza è misera tanto quanto quella dell’altro, perché lui è nato per lavorare con la carta e non farlo lo distrugge.

Avendo a che fare con questi due personaggi, Yoo Man-su vede con i suoi occhi quello che potrebbe essere il suo futuro: lasciarsi andare, crogiolandosi nell’alcol, odiato da chi un tempo lo amava, oppure deprimersi in un lavoro per cui non è capace né felice.

Per questo, capisce che deve trovare una terza via, per quanto terribile.

Il lavoro nobilita l’uomo

Nella società di oggi, molte persone sentono che il successo a livello professionale definisca il proprio valore personale. Forse perché, fin da bambini, ci viene insegnato a misurarci con voti e a dover scegliere il prima possibile ciò che vogliamo essere. Il lavoro spesso diventa una vera e propria definizione: è un dottore, un avvocato, un dentista… .

Hegel sosteneva che esso fosse cruciale per lo sviluppo della coscienza nell’uomo, ma forse questo concetto ci sta un po’ sfuggendo di mano. Si rischia, infatti, di vedere la perdita del lavoro come una macchia di disonore sulla propria vita. A maggior ragione nelle società orientali, in cui, anche più che nella nostra, l’etica del lavoro è profondamente legata all’identità personale.

Yoo Man-su per venticinque anni è stato un operaio dell’industria della carta. E non può essere nient’altro, nonostante sia anche appassionato di piante e abbia altre capacità ed interessi che potrebbe approfondire. Perché, se non è quello, non è nulla.

Il lavoro non lo nobilita, anzi lo deforma: gli fa compiere azioni che non avrebbe mai fatto, costringendolo ad uccidere e facendolo riprendere a bere, dopo anni ed anni di sobrietà. Insomma, lo rovina.

La tragedia del film sta tutta in questo dramma implicito, peggiorato ulteriormente dall’avanzamento della tecnologia. L’automazione sottrae posti, dunque le persone vengono licenziate e, perdendo il lavoro, perdono loro stesse.

Un reparto tecnico impeccabile

Questo film è curato in ogni suo dettaglio: ogni reparto ha fatto il suo lavoro in maniera impeccabile. La sceneggiatura presenta un ottimo ritmo, facendo rimanere lo spettatore incollato allo schermo, nonostante sia un film piuttosto lungo.

La fotografia e la regia riescono a raccontare visivamente questo dramma, con alcuni momenti che diventano dei veri e propri quadri. Come quello in cui Yoo Man-su tiene il vaso alzato sulla propria testa, indeciso se scagliarlo o meno sul proprio rivale. Nel frattempo, l’acqua della pianta gli gocciola sul viso inesorabilmente.

Un altro esempio è…

*** piccolo SPOILER!, se non avete visto il film, vi consiglio di saltare al prossimo paragrafo! ***

… il momento dopo il secondo omicidio, in cui Yoo Man-su decide di nascondere il corpo sotto ad una pianta e lo lega in modo che sia compatto, come un grande seme. L’immagine vive nella mia mente in modo nitido.

Il montaggio sostiene il ritmo della narrazione e aiuta a creare l’ironia di cui è intrisa la pellicola. Ad essa contribuisce anche la recitazione degli attori, tra cui un protagonista davvero fenomenale. Lee Byung-hun dà vita ad un personaggio a tutto tondo, un uomo intriso di ironica tragica. E lo fa magistralmente.

Un ultimo accenno alla colonna sonora, che mischia tracce di musica classica, jazz americano e korean rock. Un bel mix di generi che trovano il proprio posto in momenti diversi della pellicola, scelti sapientemente per esaltare l’elemento comico o drammatico.

Non vi piacciono i thriller coreani?

Che dire? Il fatto che Park Chan-Wook sia un grande regista non è una novità, ma in questo film riesce a unire davvero elementi funzionali e funzionanti in ogni scena. Il risultato è un thriller intrigante e divertente, che riflette al tempo stesso sulla società di oggi e sul futuro. E, nonostante sia uno dei primi film ad uscire nel 2026, ho come la sensazione che sarà uno dei miei preferiti di tutto l’anno.

Quindi, andate a vedere questo film al cinema, anche se non vi piace il genere, anche se è lungo e siete appesantiti dalle feste.

Fatevi questo favore: non c’è altra scelta!

a cura di
Francesca Maffei

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE Avatar: Fuoco e Cenere – la recensione in anteprima
LEGGI ANCHE Father Mother Sister Brother – la recensione in anteprima del nuovo film di Jim Jarmusch

Related Post