“Città fantasma”, l’intensità del silenzio raccontata da Kevin Chen

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Pubblicato in Italia a febbraio del 2025, Città fantasma è l’opera più recente dello scrittore contemporaneo taiwanese Kevin Chen. Vincitore del Taiwan Literature Award nel 2020, l’autore si è dedicato anche alla recitazione, dove è presente in diversi cortometraggi taiwanesi e tedeschi

Città fantasma è un racconto che si sviluppa attorno a molteplici spunti di riflessione. Definirla una semplice saga familiare è riduttivo per la piena comprensione del romanzo. In un frenetico accavallarsi di voci narranti che disorientano e disturbano il lettore, si sviscerano le verità private di una famiglia taiwanese di provincia, inserita in un contesto tradizionalista con riferimenti storici alla cultura dell’isola. Le fragili e complicate relazioni tra i personaggi sono lo specchio doloroso dell’oppressione e della censura di tutto ciò che è considerato diverso dalla società conservatrice. L’imposizione di omologarsi agli usi e costumi locali spinge il protagonista a scappare altrove per ricongiungersi con il proprio Io e sentirsi finalmente libero.

Eppure, la fuga non solo non riesce a curare le ferite dolorose di eventi passati, ma lo isola ancora di più. Il ritorno forzato nel proprio paese natio si carica di intensità emotiva nel momento in cui i tristi ricordi della giovinezza riaffiorano. Le strade cupe e le abitazioni semivuote danno forma alla sofferenza del giovane protagonista, che comprende di essere rientrato in una città “fantasma”, abitata più che da esseri umani da segreti e colpe mai elaborate. La cittadina diventa così il luogo in cui il passato riaffiora, influenzando negativamente il presente.

La necessità di tenere nascosta la propria identità per paura, il silenzio come arma per ferire e la completa dissociazione verso i luoghi dell’infanzia colorano il romanzo con note autobiografiche. Nonostante gli eventi drammatici e la caoticità del lungo racconto, l’autore offre una via di fuga per affrontare i fantasmi del passato: la consapevolezza. Soltanto dando un nome al dolore e accettando il proprio vissuto, per quanto imperfetto e doloroso possa essere, è possibile rompere le catene di sopraffazione e poter continuare a vivere.

La riapertura di ferite del passato

Protagonista di Città fantasma è Chen Tien-hung, uno scrittore taiwanese soprannominato Piccolo essendo l’ultimo fratello di una famiglia particolarmente numerosa. La vita di Tien-hung è segnata, fin dalla sua infanzia, dal tormento: cresce in una piccola cittadina rurale e profondamente conservatrice dove la sua omosessualità non è accettata. Umiliato, escluso e ripudiato per la sua natura sentimentale, Piccolo decide di sfuggire da quel clima anaffettivo e soffocante per rifugiarsi a Berlino. Nella libertà della città tedesca, il protagonista incontra il signor T., con cui vive un amore intenso, totalizzante, che gli offre una sorta d’equilibrio emotivo e mentale apparente.

Il senso di appartenenza si sgretola velocemente quando Chen Tien-hung rivela di aver ucciso il compagno in circostanze ambigue. Dopo aver scontato la pena nelle carceri berlinesi, l’uomo torna nel villaggio natio in occasione della Festa degli Spiriti. Il villaggio rurale assume fin da subito le caratteristiche di una vera e propria città fantasma. La popolazione di Yongjing è composta dalle anime tormentate dei genitori ormai scomparsi, e dalle presenze inquietanti dei fratelli e delle sorelle, le cui vite sono state segnate da disgrazie.

La primogenita conduce una vita mediocre intrappolata in un matrimonio insoddisfacente, mentre la secondogenita trova come unica via di fuga dalla pazzia la lettura di libri. Un’altra sorella ostenta la ricchezza del marito pagando a caro prezzo la sua osannata felicità, quando l’ultima delle sorelle molto avvenente muore prematuramente. Il primo figlio maschio, a lungo desiderato, è sindaco del villaggio e riserva un trattamento freddo e distaccato nei confronti del protagonista, considerato la vergogna della famiglia. In quel clima ostile e inchiodato al passato, Piccolo rivive tutti i traumi subiti in tenera età e mai elaborati.

“Abbiamo ricordi e dolori che vorremmo nascondere, sotterrare, ma il passato ci insegue ovunque come un’ombra. Anche il passato è un fantasma. Forse pure io e voi siamo fantasmi”.

Il silenzio come forma di violenza

In Città fantasma, il silenzio non è semplicemente assenza di parole, bensì il linguaggio principale attraverso il quale il dolore e la colpa vengono rappresentati. Il silenzio modella i rapporti familiari e forgia l’identità del protagonista sin dall’infanzia. La vita domestica di Piccolo è scandita dalla totale mancanza di esternazione delle proprie paure, dei conflitti e delle ferite emotive. Tutto viene represso, nascosto in un silenzio che non è neutro, ma coercitivo. L’omosessualità del giovane non viene mai riconosciuta esplicitamente, impedendogli di autoaffermarsi nella propria diversità e sofferenza. L’obbedienza al silenzio imposta dai genitori, incapaci di elaborare i propri fallimenti, si trasmette ai figli attraverso la totale chiusura emotiva.

Il padre, tradizionalista e anaffettivo, corregge senza mai offrire conforto e comprensione, aiutato dalla severa madre, che, passiva e rigida, incarna un silenzio giudicante. Piccolo e i suoi fratelli crescono con la consapevolezza che parlare è inutile, e che per sopravvivere nell’austera comunità occorre abbandonare la propria individualità per conformarsi. L’assenza di confronto rende il piccolo paese di Yongjing una città muta e immobile dove i silenzi accumulati nel tempo infestano il presente.

La segretezza legata all’orientamento sessuale del protagonista e alla morte dell’amato T. vanno a rafforzare il meccanismo narrativo dell’autore, secondo il quale l’incapacità di comunicare non protegge ma amplifica il trauma. Rompere il silenzio non significa necessariamente dar voce ai pensieri liberamente o confessare il proprio dolore. Soltanto il riconoscimento della propria natura complessa è l’unica via di fuga che Tien-hung percorre per sottrarsi al velenoso silenzio e iniziare, faticosamente, a vivere.

Il sottile confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti

Per apprezzare davvero Città fantasma, occorre abbandonare la struttura logica del tipico romanzo lasciandosi trasportare dall’avvolgente e inquieta scrittura di Kevin Chen. Con un piccolo sforzo iniziale di concentrazione, la sensibilità e l’eccentricità dell’autore riescono a rapire il lettore in un racconto che unisce l’emancipazione e la diversità del singolo alle tradizioni taiwanesi. In Città fantasma, la Festa degli Spiriti non è solo un riferimento culturale, ma assume fin da subito valenza simbolica. Secondo l’usanza popolare, durante questa celebrazione, la realtà dei vivi e quella dei morti vengono a contatto, permettendo alle anime dei defunti di tornare temporaneamente sulla terra.

Il rientro nel villaggio natio di Piccolo proprio in quella giornata ha, pertanto, valore metaforico. I fantasmi dei genitori defunti, dei fratelli e delle sorelle segnati da destini crudeli riemergono dal passato per reclamare attenzione e appesantire l’anima in pena del protagonista. Come se fosse in un limbo tra i vivi e i morti, Tien-hung riconosce di dover riflettere sulla propria condizione esistenziale e di liberarsi di quella carica emotiva, prima che l’abitudine al silenzio non lo costringa a rimanere uno spirito inquieto.

Nel mezzo delle voci dolenti e di difficile interpretazione, l’autore conduce il lettore in un labirinto surreale dove i fantasmi non sono corpi senza vita, ma traumi taciuti. Fino a quando queste entità non vengono smascherate come tali, continueranno a compromettere l’esistenza dei vivi, entrando nella loro mente e prosciugando la loro memoria e identità.

a cura di
Elisa Manzini

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