Primavera – la recensione in anteprima del film con Vivaldi in uscita questo Natale

Dimenticatevi Bohemian Rhapsody, A Complete Unknown o Springsteen – Liberami dal nulla. Primavera è certamente un film sulla musica, ma che rifiuta le forme e le dinamiche del biopic musicale a cui il cinema recente ci ha abituati, intraprendendo piuttosto una via inattesa che regala sorprese.

Liberamente tratto dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Premio Strega 2009), Primavera è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e segna l’esordio al lungometraggio cinematografico di Damiano Michieletto, regista proveniente dal mondo delle produzioni teatrali e quindi già molto in confidenza con la materia trattata.

Ancor prima dell’uscita italiana, il film interpretato da Tecla Insolia e Michele Riondino ha già iniziato a raccogliere premi internazionali come l’Audience Award for the Best Intl. Feature al Chicago Intl e, fin da subito, ha suscitato un forte interesse, presentandosi come una pellicola quasi anomala nella nostra offerta cinematografica, ma che negli ultimi anni sta rivelando sempre più gradite sorprese.

Alle spalle di Primavera c’è infatti una solidissima produzione firmata Warner Bros. Entertainment Italia e Indigo Film, in coproduzione italo-francese con Moana Films, affiancate da Paradise City Sales e con la partecipazione di Diaphana Distribution, che ne certificano l’assoluto valore produttivo e la rendono un ottimo prodotto anche facilmente esportabile all’estero.

Con l’uscita italiana fissata per oggi, giovedì 25 dicembre, quale migliore momento, dunque, se non quello delle vacanze natalizie per godersi in sala questo affresco musicale sulle vite di Cecilia e del suo maestro, un certo Antonio Vivaldi? Un’occasione perfetta per chiudere il 2025 con una delle pellicole italiane più interessanti e ben confezionate dell’anno.

La premessa

Nella cornice decadente della Venezia del 1716 conosciamo Cecilia (Tecna Insolia), giovane ventenne che trascorre la sua esistenza suonando il violino nell’Ospedale dalla Pietà, il più grande orfanotrofio del posto. Il luogo è anche una ferrea istituzione che avvia le giovani trovatelle al mondo della musica, potendo godere di una delle orchestre più apprezzate del momento.

In questo luogo Cecilia riesce a coltivare il suo talento innato, trovando nella musica la possibilità di aprirsi al cambiamento, cosa che purtroppo non le è davvero permessa. Perché La Pietà è al contempo la prigione che non può abbandonare, nella quale può suonare per ricchi aristocratici, ma solo esibendosi dietro una grata insieme al resto delle sue compagne.

La situazione sembra destinata a non fornirle vie di fuga, fino all’arrivo di un nuovo maestro, Antonio Vivaldi (Michele Riondino) che sembra portare dietro di sé un sentore di primavera, che la mette in condizione di valutare nuove prospettive.

Cecilia e Vivaldi, due anime sole, unite dalla musica

Cecilia ci appare fin da prima battuta un personaggio profondamente malinconico e desideroso di riscatto, ostinato a suonare la propria musica. Questa diventa infatti espressione del suo profondo dolore, quello di una ragazza che continua a scrivere lettere a una madre che probabilmente non incontrerà mai. Di una donna sola che pensa di non valere più nulla, prigioniera della sua stessa autocommiserazione.

Nonostante le sue evidenti capacità – che vengono immediatamente riconosciute dallo stesso Vivaldi -, come le altre ragazze Cecilia rimane relegata a suonare lontana dal pubblico, senza poterne ricevere gli apprezzamenti diretti. Anche quando i nobili richiedono all’orchestra delle esibizioni private, le musiciste sono sempre costrette a vestire maschere veneziane, celando le loro identità.

Ma l’arrivo del celebre compositore innesca in lei un’evoluzione che inizia a prendere piede, un’incontro che segna sia un punto di svolta, sia l’inizio di una connessione con un’altra anima profondamente sofferente. Due spiriti distanti, che trovano un’armonia comune attraverso la musica.

Il suo maestro vive a suo modo una situazione analoga di prigionia e di solitudine: la sua asma cronica l’ha costretto infatti a una vita di continue rinunce e di impedimenti che l’hanno quasi per destino portato a condurre un’esistenza dedita esclusivamente alla composizione. E anche quando precedentemente ha tentato lavori e prospettive diverse, queste hanno tutte portato a totali fallimenti, costringendolo a tornare alla Pietà. È sceso a patti col fatto che la musica deve per forza essere tutta la sua vita e il suo unico scopo.

Il suo desiderio ultimo diventa quello di riuscire – a detta sua – a “stordire” il suo pubblico con le sue opere, mentre per Cecilia suonare è manifestazione dell’unica forma di libertà che ha e che rischia di esserle portata via. Ma, per entrambi, essa rappresenta il solo linguaggio che conoscono, quello dove scoprono un’intesa reciproca.

Un film sulla musica diverso

Similmente a come accadeva in Amadeus (1984) di Miloš Forman, l’opera di Michieletto (seppur con intenti molto diversi) non ha come protagonista – come ci aspetteremmo – il celebre compositore, rilegandolo invece a personaggio secondario, funzionale alla crescita della nostra protagonista (qui Cecilia, lì il rivale Salieri), vero focus della pellicola. Il film utilizza la musica per raccontare come l’incontro con qualcuno che valorizzi e riconosca il suo talento dia alla ragazza la forza che le viene richiesta per remare in una situazione dove tutto sembra andarle contro, in un perenne inverno dove sembra non arrivare mai la primavera.

Ne emerge un film che va completamente controtendenza rispetto al solito biopic musicale che ci aspetteremmo su Vivaldi, come quelli visti negli ultimi anni (da Bohemian Rhapsody, A Complete Unknown o Springsteen – Liberami dal nulla). La via che si sceglie è invece quella di immortalare il sincero ritratto femminista di un’orfana che cerca la sua libertà e individualità. Raccontandolo sempre in maniera essenziale, senza mai risultare stucchevoli o retorici, sovvertendo più volte le aspettative dello spettatore e ribaltando continuamente le convinzioni di chi si aspetta che questa storia non possa avere troppi risvolti.

Vivaldi non ne esce glorificato o mitizzato, ma lo si vede qui per quello che era: un uomo che ha dato tutto per la musica, ma il cui valore è stato scoperto solo 200 anni dopo la morte.

Un film in cui la primavera non è il grande brano noto dell’artista eseguito nel climax finale della storia, ma la condizione emotiva di fioritura e di rinascita raggiunta dopo un’esistenza cupa e sofferente.

Un comparto tecnico solido e notevole

Se alla regia di una produzione come Primavera troviamo Damiano Michieletto (uno dei registi d’opera italiani più acclamati a livello internazionale), non stupisce come la sua esperienza pregressa e la conoscenza in materia l’abbiano portato a firmare un’opera sulla musica che nella confezione appare sostanzialmente impeccabile.

La regia, infatti, ci appare ben calibrata e sempre attenta su cosa concentrarsi, mettendoci di fronte a una ricostruzione pressocché perfetta di Venezia, che sembra davvero proiettata indietro di 300 anni. Scenografie e costumi sono tutti accuratissimi, ma ciò che da più forza alle immagini viste su schermo è la splendida fotografia di Daria D’antonio.

I personaggi si muovono tra le scene come all’interno di un continuo e infinito dipinto. La fotografia ci restituisce l’eleganza formale e la precisione di una cornice storica curatissima, delineata da candele e luci naturali che limitano al minino l’uso di quelle artificiali. Primavera non appare mai patinato, ma dominato invece da contrasti, controluci e continue costruzioni dell’immagine che rendono ogni fotogramma visto su schermo un bellissimo quadro.

Anche l’aspetto musicale sorprende notevolmente, perché non scade affatto in soluzioni facili e prevedibili. Fabio Massimo Capogrosso non usa i brani noti di Vivaldi come tracce da riconoscere, ma le riorganizza e le affianca a nuove composizioni originali in modo organico, veicolando l’emotività dei personaggi senza mai eccedere in spettacoli fini a sé stessi.

La sceneggiatura scritta da Ludovica Rampoldi convince, e fa piacere vedere il suo nome a distanza di pochissimo tempo dai recentissimi Il Maestro (scritto) e Breve storia d’amore (scritto e diretto come esordio al lungometraggio), che attestano come questa sia decisamente la sua annata.

Un proposta alternativa per questo Natale

Primavera è sicuramente uno dei titoli italiani più inaspettati di quest’annata, una pellicola solida che si è rivelata una piacevolissima sorpresa e che arricchisce un calendario natalizio già fitto di titoli che meritano la sala.

Un film capace di dialogare con lo spettatore con grande sincerità, proponendo un racconto universale che utilizza la musica solo come espediente di una storia di umanità. Un’opera a cui auguro tutto il successo possibile, in un botteghino natalizio che potrebbe portare ad esiti solo meritati.

a cura di
Alfonso La Manna

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