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Hard Candy è un thriller del 2005, primo lungometraggio di David Slane. Nel cast Elliot Page (allora Ellen Page) e Patrick Wilson. Presentato al Sundance Film Festival il film uscì in Italia nel 2008, direttamente in home video.

In un’industria così voluminosa come quella cinematografica, ci ritroviamo di fronte a diverse casistiche. Pellicole che diventano dei capolavori, altre che diventano dei fenomeni commerciali e di costume, flop incredibili, film d’autore, film trash e così via. Una delle casistiche più affascinanti, però, riguardano i film incompresi, non valorizzati o dimenticati. Opere non perfette e neanche lontanamente capolavori, ma tranquillamente considerabili validi e con un loro spessore, tanto da diventare, nonostante la loro natura semi sconosciuta, dei piccoli cult a modo loro (per esempio Cube e Splice di Vicenzo Natali).

Hard Candy rientra proprio in questa categoria di film. Due soli personaggi, una singola location e una delle tematiche più pesanti e coraggiose da affrontare fanno di questo lungometraggio un thriller di tutto rispetto, emotivamente intenso ma a modo suo anche intrattenente. Divisivo per il tema, ma apprezzato per le interpretazioni, costato neanche un milione di dollari eppure capace d’incassarne più di otto. Il tempo purtroppo non è stato molto clemente con Hard Candy, facendolo scivolare ingiustamente nel dimenticatoio. Ora è arrivato il momento di ridare un po’ di luce a questo piccolo gioiello.

Trama

Il film racconta la storia di Hayley (Elliot Page), ragazza di quattordici anni, che a seguito di una lunga conoscenza e conversazione via chat, accetta un invito a casa di Jeff (Patrick Wilson), un fotografo di trent’anni. Quella che sembra essere una situazione pericolosa per la ragazza, sarà invece un incubo per Jeff, accusato da Hayley di essere un pedofilo e di aver abusato di una sua amica, scomparsa in seguito e per questo torturato sia fisicamente che psicologicamente. Dove sta la verità? Fa bene Hayley a cercare una vendetta fai da te? Ma soprattutto, che atteggiamento bisogna avere nei confronti di un pedofilo?

La scomoda tematica di Hard Candy

Il titolo Hard Candy non è casuale: fa riferimento ad un fenomeno presente in Giappone, dove ragazze, spesso minorenni, adescano via chat uomini più grandi per rapinarli o torturarli. Da questa ispirazione, il film imbastisce un thriller che parla di vendetta, facendosi carico di una tematica pesantissima come quella della pedofilia. I ruoli di vittima e carnefice vengono totalmente ribaltati, mettendo in seria difficoltà la moralità dello spettatore.

Dopo solamente 1/3 del film viene svelato che Jeff è pedofilo, senza confermare però fino alla fine se praticante o solamente possessore di materiale pedopornografico, e soprattutto se è coinvolto nel caso dell’amica di Hayley. Ciò porta nello spettatore un bivio emotivo interessante: è giusto provare godimento nel vedere torturato un mostro, o bisogna provare pietà per una persona che ha una malattia mentale da curare, spesso derivativa dall’aver subito a sua volta violenze da bambino?

Come viene affrontato il tema della pedofilia?

Hard Candy ovviamente non è stato il primo e non sarà neanche l’ultimo film a parlare di pedofilia, ma ha il pregio (o difetto a seconda del proprio punto di vista) di affrontare il tema molto di pancia. Non nega una componente psicologica, ma concentra le sue forze in una pellicola che gioca sulla morale e su una componente intrattenente da home invasion, simile a film come Knock, Knock, ma molto più riuscita. Hai uno spunto di riflessione sul tema, ma senza un film “mattone”, pesante e retorico.

Ha fatto discutere, quella che si può considerare la scena cardine del film, ovvero quella della (vera o falsa?) castrazione. In questa singola e lunghissima scena si strizza l’occhio sia allo spettatore dall’opinione più aggressiva sul tema, sia a quello più sensibile, a causa dei racconti di Jeff legati al suo passato e sul dubbio che sia effettivamente colpevole della sparizione dell’amica di Hayley.

Le interpretazioni e la regia

Una cosa che ha messo d’accordo tutti, sia chi ha apprezzato il film sia i suoi detrattori, sono state le interpretazioni dei due protagonisti. Questo genere di film in “micro-universo”, con pochissimi personaggi e una sola location vivono sulle spalle di una solida sceneggiatura e di interpretazioni di alto livello. Hard Candy ha una storia solidissima dietro, ma è grazie a Patrick Wilson ed Elliot Page che oggi questo film si può considerare una gemma perduta.

Wilson in certi momenti riesce veramente a far provare tenerezza per il suo personaggio, nonostante tutto. Si vergogna del suo segreto, ha provato ad avere una relazione sana, ed è, salvo pochi momenti, totalmente succube degli attacchi di Hayley. Page, all’epoca diciasettenne, invece porta a casa la prova della vita. Viscerale, subdola, rabbiosa e determinata come non mai. Nonostante in seguito i due attori abbiano avuto la fortuna di partecipare a progetti molto più pop e redditizi come gli X-Men o la saga di The Conjuring, Hard Candy rimane uno dei film con le loro interpretazioni più riuscite in assoluto.

Discorso analogo si può fare per il regista David Slane. Il film non presenta fotografia o giochi di macchina da maestro (anche in considerazione del basso budget), ma presenta una regia funzionale, con un montaggio capace di tenere sempre alto il ritmo del film, rendendolo scorrevole. Tenendo conto della sua filmografia – alcuni episodi di serie tv, lungometraggi come 30 giorni di buio, forse il capitolo più brutto della saga di Twilight e quell’occasione sprecata che fu il film interattivo di Black Mirror – si può tranquillamente considerare Hard Candy come uno dei suoi film più riusciti, se non il più riuscito.

In conclusione

Non ci sono motivi validi per non recuperare Hard Candy. Una delle dimostrazioni più efficaci che si può fare un prodotto di qualità e dignità a basso costo. Un ottimo home invasion e thriller ansiogeno, che non ha paura di colpire duramente lo spettatore e che non applica il minimo sconto. In un mondo dove ormai tutto è o capolavoro o spazzatura, senza vie di mezzo, questo film è proprio quella via di mezzo capace di dare soddisfazione.

a cura di
Andrea Rizzuto

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