Flotilla, Gaza, scioperi e chi dice che va bene “ma fino a un certo punto”

Viviamo un periodo storico estremamente particolare. Viviamo giorni (anzi, anni) in cui situazioni palesi vengono commentate e affrontate con pensieri e azioni diametralmente opposte.

Un’operazione come quella della Flotilla dovrebbe essere vista con interesse, se si vuole essere “super partes”. C’è invece chi sminuisce, chi nega l’utilità dell’azione, chi addirittura giura di avere le prove che dietro l’organizzazione di queste persone ci sia un’organizzazione terrorista… e alcuni – con un certo peso e potere decisionale – pensano “Beh, se lo dicono, può essere vero”.

La missione della Flotilla ha avuto successo? Non ha avuto successo? È stata una mossa inutile? È Stata una farsa organizzata con l’ausilio di Hamas? In questi giorni abbiamo sentito qualsiasi cosa a riguardo, sfiorando quasi il tifo da stadio.

Orribile.

Stiamo vivendo, tuttavia, una situazione nuova. Per le strade, nelle piazze. Mobilitazioni spontanee, altre organizzate. Tutto per Gaza e la situazione palestinese che, passatemi la seguente terminologia, dovrebbe essere chiara, palese e inequivocabile per chiunque, al di là di fazioni politiche, etiche, ideali, religiose, complottiste o menefreghiste.

Flotilla ha il merito di aver fatto notare come siano state attuate azioni nei loro confronti non conformi a quelle che sono le leggi universalmente riconosciute dagli Stati: le acque internazionali e i suoi confini sono riconosciuti da tutti, non sono passibili di interpretazioni; il diritto internazionale può essere definito “importante, ma fino a un certo punto”.

Ciò che perplime il sottoscritto è: perché deve esserci per forza qualcuno contro davanti all’ovvietà?

Non comprendo perché si debba sminuire un’azione umanitaria (intesa nel concetto di humanitas, dunque non solo aiuto concreto, ma anche simbolico e di slancio empatico) che sì, obbiettivamente aveva ben poche speranze di arrivare a destinazione, ma che ha comunque dimostrato di come dall’altra parte abbiano ancora una volta cercato di deviare l’attenzione, dichiarare il falso e di attivare meccanismi e azioni scorretti. Ancora una volta.

Altra perplessità: come è possibile che in due anni (dovrebbe essere preso in considerazione un lasso di tempo molto più ampio, ma per l’enormità e la contemporaneità della questione Gaza rimaniamo concentrati sul qui e ora) non si sia passati dalla più che comprensibile solidarietà con lo Stato israeliano a dubbi sulle azioni dello stesso, fino a quel che sarebbe dovuto essere un ovvio dissenso? L’Europa, agli occhi di un cittadino europeo residente in Italia, ha sempre avuto un atteggiamento da “No, così non si fa. Cerca di fare più piano”. Stop. Nessuna azione concreta, solo qualche dichiarazione.

Solo di recente alcuni Paesi hanno intrapreso alcune azioni concrete, seppur timide. Non c’è mai stata compattezza d’intenti. Questo, forse, è il problema maggiore della questione palestinese odierna sul fronte europeo. Perché fare proclami di pace è facile, ma ripetere senza agire risulta stucchevole. Quando però a questi proclami seguono azioni concrete dal basso, come manifestazioni, scioperi o la stessa Flotilla, chi avrebbe maggiore forza decisionale e d’azione sembra spaventarsi, indietreggiare, un po’ dicendo a bassa voce “Provateci, ma non possiamo dirvi ‘bravi’ troppo ad alta voce”.

Il 3 ottobre moltissime città italiane sono state invase da persone che pacificamente hanno creato disagio. È questo, dopotutto, una delle caratteristiche degli scioperi. Creare disagio ma per una causa chiara, tant’è che molti non partecipanti, pur subendo ingorghi, cancellazioni o ritardi di mezzi pubblici, sono risultati comprensivi. Altri si sono adirati, ma la sostanza non così scontata è che le motivazioni c’erano tutte, ci sono tutte. E (quasi) tutti hanno compreso la portata di tali azioni.

Azioni che no, non è vero che non portano a nulla. Sono un qualcosa che può permettere l’avvio di qualche meccaniscmo proattivo, che possa poi far cambiare le carte in tavola. Non tutto e subito, ma è chiaro, palese che sia stato qualcosa di concreto. Finalmente.

a cura di
Andrea Mariano

Seguici anche su Instagram
LEGGI ANCHE – Fragile festival: al via la seconda edizione
LEGGI ANCHE – “CONTRO LA GUERRA – sguardi e immaginari” la mostra a Reggio Emilia

di Andrea Mariano

Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

Related Post