Top Gun, l’iconico film del 1986 con protagonista Tom Cruise, torna al cinema in versione restaurata 4K per festeggiare il 40° anniversario. Non solo un cult cinematografico, ma anche un fenomeno culturale capace di segnare un’epoca.

Quando parliamo di Top Gun, parliamo di molto più di un film. Che siate andati al cinema all’epoca (io si) o che non ci siate andati, saprete sicuramente che Top Gun non è solo un film. Il bellissimo action movie del 1986 racconta un’epoca, icone di stile e armadi pieni di giubbotti di pelle.

Per tutti coloro che, come me, hanno consumato la VHS o lo hanno visto per la prima volta su un televisore 4:3, ma anche per quelli che (incredibilmente) non l’hanno mai visto, Nexo Studios Back To Cult riporta in vita il grande classico promettendo che “lo spettatore potrà vedere ogni singola goccia di sudore di Maverick”.

La distribuzione italiana di questa versione rimasterizzata è fissata per il 6, 7 e 8 ottobre. E per i più impazienti, le prevendite sono già aperte dall’11 settembre su nexostudios.it.

Top Gun: la trama

Lo ammetto, ogni volta che sento “Danger Zone” di Kenny Loggins, il mio istinto è quello di mettermi gli occhiali da sole a specchio anche se sono le undici di sera e sono già a letto. E questo è, in sintesi, l’effetto Top Gun.

Uscito nel 1986, il film di Tony Scott è stata una dichiarazione di intenti visivi. Era un’ode all’estetica, alla velocità e a Tom Cruise che era al suo apice assoluto come incarnazione del carisma spavaldo.

Ai tempi, la critica era divisa: c’era chi lo liquidava come un’operazione di marketing militare, un Blockbuster cinematografico senza spessore fatto solo di sguardi intensi e caccia F-14 Tomcat. Recensioni dell’epoca che ho ritrovato lo descrivevano come “visivamente splendido, ma narrativamente vuoto”, un vero e proprio “soft-focus commercial per la Marina statunitense”. E in effetti, la trama è molto semplice, lineare, tanto che il film sembra durare pochissimo per quanto scivoli via in leggerezza.

Tanto semplice che la posso riassumere nelle prossime tre righe: l’arrogante ma talentuoso pilota Pete “Maverick” Mitchell viene ammesso alla prestigiosa scuola per caccia Top Gun, dove deve affrontare la rivalità con Iceman, superare il dolore per una tragedia e imparare a bilanciare l’istinto ribelle con la disciplina per diventare il migliore.

Fatto.

Anche i personaggi in realtà sono abbastanza scontati, tipici di un film d’azione che al suo interno ha anche una storia d’amore: c’è Maverick, con un Cruise nel proprio acme, ribelle e talentuoso; c’è il trauma (il padre e la perdita di Goose, il migliore amico e partner); c’è la storia d’amore con l’istruttrice civile Charlie (Kelly McGillis), e c’è la rivalità con Iceman (Val Kilmer), che ci ha regalato una delle chimiche più elettriche e non dette della storia del cinema.

Il cult oltre la trama

Le recensioni più recenti, che hanno avuto giusto quei 40 anni per lasciar sedimentare l’impatto culturale del film, lo guardano con un affetto grande quanto il sentimento di riverenza che hanno. Il film infatti ha ridefinito il genere d’azione con delle riprese aeree estremamente realistiche, poi sempre più evolute nel bellissimo Top Gun: Maverick del 2022.

È un film che va dritto al punto, un’esperienza sensoriale.

Oggi si apprezza non solo la regia elegante e “patinata” di Scott, ma anche come il film abbia saputo catturare uno spirito giovanile e ambizioso, trasformando i cliché in archetipi. Il conflitto tra Maverick e Iceman, per esempio, non è solo una gara di machismo, ma un’esplorazione, per quanto semplicistica, del bisogno di equilibrio tra talento e disciplina.

Ci sono infatti dei valori chiave all’interno del film come il coraggio e la determinazione che sviluppano lo spirito di sacrificio, l’eroismo individuale che, nonostante il carattere ribelle, porta il protagonista a esporsi a rischi continui, il patriottismo e il dovere, una forma di propaganda volta a mettere in luce l’aviazione militare statunitense e l’amicizia e la solidarietà che valorizzano le relazioni tra piloti e il sostegno reciproco.

C’è poi la mascolinità virile. Un elemento che, per noi nel 2025, è oramai associato a qualcosa di tossico, ma che negli anni ’80 era considerato un valore, socialmente accettato e anche ammirato. Una esaltazione della forza e della sicurezza con una rappresentazione molto curata e forse esageratamente idealizzata. Vogliamo parlare della sequenza del beach volley? Merita un capitolo a parte. E non sono ironica. Quella sequenza è la quintessenza del cinema anni ’80: muscoli, sudore, inquadrature perfette e zero spiegazioni. Era puro cinema di intrattenimento, e lo era in modo sublime.

L’iconografia che ha definito un decennio

Top Gun non si è limitato a intrattenere lo spettatore: ha dettato mode, ha influenzato scelte di vita ed è stato così pervasivo nella cultura di massa che ancora oggi ne portiamo qualche segno. Noi figli degli anni ’80.

Partiamo dall’estetica. Il giubbotto da aviatore G-1 è passato dall’essere un capo tecnico militare a un must-have globale e lo stesso si può dire per gli occhiali da sole Aviator di Ray-Ban: la loro popolarità era già alta, ma dopo Top Gun hanno conosciuto un vero e proprio boom di vendite.

C’è poi la colonna sonora. Non si tratta di semplici canzoni, ma di veri e propri anthem come “Take My Breath Away” dei Berlin e “Danger Zone” di Kenny Loggins che dopo aver dominato le classifiche sono diventati un sinonimo dello stesso film. Una sorta di brand identity involontario.

C’è poi l’aspetto finale, il più controverso ma difficile da ignorare: l’impatto che il film ha avuto sul reclutamento militare, poiché le polemiche sulla propaganda non erano così infondate. Si è stimato, infatti, che dopo l’uscita del film le iscrizioni alla Marina Militare Statunitense siano aumentate circa del 500% rendendo il film uno strumento di marketing, forse involontario o più probabilmente molto intenzionale, di incredibile efficacia tramite la romanticizzazione della vita del pilota.

Siete pronti per (ri)vedere questo cult al cinema? Non pensate: agite!

a cura di
Sara Alice Ceccarelli

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di Sara Alice Ceccarelli

Giornalista iscritta all’ODG Emilia Romagna si laurea in Lettere e Comunicazione e successivamente in Giornalismo e Cultura editoriale presso l’Università di Parma. Nel 2017 consegue poi un Master in Organizzazione e Promozione Eventi Culturali presso l’Università di Bologna e consegue un attestato di Alta Formazione in Social Media Management presso l'Università di Parma. Ama il giallo e il viola, possibilmente assieme e vive in simbiosi con il coinquilino Aurelio (un micetto nero). La sua religione è Star Wars. Che la forza sia con voi.

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