A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario: la recensione in anteprima

Domani 2 ottobre arriva nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures, “A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario“, un fantasy-romantico diretto dal regista Kogonada. Brillano Colin Farrell e Margot Robbie in una pellicola intima, intrisa di realismo magico, che per molti potrebbe diventare un piccolo cult.

Cosa proveremmo se potessimo attraversare le porte del nostro passato e rivivere in prima persona i nostri momenti più significativi che ci hanno reso le persone che siamo oggi?

Questa è la domanda su cui si fonda A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario, il nuovo fantasy-romantico diretto da Kogonada. Dopo il suo After Yang, presentato nella sezione Un Certain Regard del 74º Festival di Cannes, il regista torna con una nuova pellicola a metà tra un anime di Hayao Miyazaki e il tenerissimo Questione di tempo (About Time) di Richard Curtis del 2013.

Un film intelligente, d’amore e sull’amore. E più di tutto, sull’amor proprio, perché imparare ad amare sé stessi è la cosa più importante prima di cercare la propria anima gemella.

La premessa

Conosciamo David (Colin Farrell) intento a recarsi a un matrimonio. Lo troviamo al telefono con i genitori che a più riprese gli suggeriscono che dovrebbe aprirsi.

Trovando la sua auto bloccata da una ganascia, si ritrova costretto a rivolgersi a un bizzarro noleggio auto che mette subito in chiaro la natura surreale del film. I personaggi di Phoebe Waller-Bridge e Kevin Kline spingono David – in una contrattazione che sembra più un’audizione teatrale – a scegliere una vecchia Saturn con un particolare GPS da integrare.

Quella sera David conosce al matrimonio Sarah (Margot Robbie) e tra i due si instaura subito una certa intesa. Ma qualcosa impedisce ai due di andare oltre: c’è complicità, attrazione reciproca, i due sembrano molto simili, ma anche inibiti e chiusi in corazze inscalfibili.

Giorni dopo, il bizzarro GPS – a metà tra una console Nintendo e il senziente Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio – chiede a David se gli va di intraprendere “Un viaggio grande, intenso e straordinario”. David accetta e viene guidato come prima tappa a una tavola calda dove incontra nuovamente Sarah. I due si rendono conto di aver entrambi accettato di intraprendere un lungo percorso insieme.

Legati da questo colpo del destino, spetta loro percorrere quest’avventura. Entrambi sanno di essere a un punto fermo della loro vita e hanno urgentemente bisogno di quest’odissea che stanno per vivere.

Sentono che qualcosa nelle loro vite sta per cambiare. Hanno l’opportunità di rivivere i momenti più importanti e significativi dei loro rispettivi passati, per fare luce sui loro traumi e su come questi li abbia reso le persone che sono oggi. Hanno un’opportunità di mettersi faccia a faccia con il passato per migliorare il loro presente, e il loro futuro.

Il viaggio – fisico e mentale – nei ricordi

Sebbene tutto possa far pensare che il viaggio indietro nel tempo dipenda dalla loro auto, come una moderna DeLorean, questo accade invece varcando delle porte che saranno la destinazione di ogni tappa. Delle porte situate nella natura come portali per un altro mondo, a la Città Incantata o sbucate direttamente da quelle di Monsters & Co della Pixar.

Superate quest’ultime i due si ritrovano all’interno di tutti luoghi fondativi della loro crescita: scenari di loro traumi, di cambiamento e luoghi che per loro significavano zone di pace tra le loro tempeste interiori.

Per ogni scenario i protagonisti si alterneranno per ricoprire nuovamente i panni dei loro stessi di quei momenti, rivivendo in prima persona quelle esperienze. Nonostante siano pienamente consapevoli dei propri traumi, Sarah e David non possono fare a meno di ripetere gli stessi sbagli. Sono costretti a perseguire quegli errori, a rivivere quei momenti, perché non li hanno mai superati. Non sono persone risolte e per diventarlo, devono ripetere quelle esperienze.

Nel film Questione di tempo, che viene sicuramente in mente vedendo questa pellicola, il protagonista riceveva l’abilità di entrare in stanzini bui e tornare nel proprio passato per alterarlo, rivivendo i suoi stessi panni. In A Big Bold Beautiful Journey la dinamica è simile, ma non segue una logica di effetto-farfalla dove vediamo delle ripercussioni sul presente. Non devono alterare il loro passato, ma riviverlo per affrontarlo con piena consapevolezza perché devono essere loro a cambiare nel presente.

La strada percorsa per raggiungere nuove porte, diventa una chiara metafora del percorso di auto-accettazione che i due dovranno compiere. Essendo reciproci spettatori dei ricordi dell’altro, Sarah e David iniziano a conoscersi in modo autentico, a toccare tangibilmente i nervi scoperti dell’uno e dell’altro. D’altro canto riconoscono la corazza che entrambi portano e realizzano – irrisolti come sono – quanto finirebbero a ferirsi se andassero a fondo nel loro rapporto.

Il viaggio serve loro ad affrontare i propri demoni interiori e ad aprire a un futuro di nuove prospettive.

Le porte

Le pellicola in generale propone un ricco immaginario visivo e peculiare. Ma le porte sono le immagini più emblematiche della pellicola. Queste hanno il potenziale di condurre Sarah e David ovunque, la loro prossima destinazione è sempre ignota. Le porte rappresentano una possibilità e aprirle significa varcare un nuovo momento nella tua vita.

Il viaggio straordinario dei protagonisti conduce a porte sempre più disparate e diverse che collegano a luoghi, densi di ricordi, belli e brutti, a sensazioni, a momenti di cambiamento. Sono la metafora della possibilità di ognuno di noi, che in qualsiasi momento può rimettersi in discussione e aprirsi a favore di un futuro diverso.

Le porte spingono i personaggi a dover affrontare momenti in cui si sono sentiti soli, sono stati rifiutati, hanno frequentato persone sbagliate o rovinato rapporti. A rielaborare perdite e lutti, a ricordare legami perduti. Permettono a David e Sarah di avere una nuova occasione di conoscersi, di raccontarsi e ad accettare i loro errori.

Due protagonisti uguali e diversi

Margot Robbie e Colin Farrell dimostrano una straordinaria chimica come Sarah e David durante il loro viaggio. Consapevoli di essere stati accostati dal fato e dalle circostanze, quell’auto diventa materializzazione del loro percorso insieme, del viaggio che stanno condividendo e della relazione che potrebbero instaurare.

Mentre vivono i ricordi dell’altro, acquisiscono una comprensione più profonda di chi sono nel presente e aprono la porta alla possibilità dell’amore nel loro futuro.

Attraversando la serie di porte, emergono un po’ più risolti, guariti ed evoluti. Si osservano mentre attraversano i momenti più impattanti delle loro vite.

Le loro fratture più profonde emergono dai loro incontri con i rispettivi genitori. Anche rivedere i loro vecchi partner aiuta lo spettatore a capire le profonde insicurezze che albergano nei protagonisti.

David non è appagato dalle precedenti relazioni e si è chiuso in sé stesso. Non ha mai trovato la sua vera gioia e questo l’ha fatto sentire smarrito per anni, facendolo vagare più che vivere.

Sarah invece continua a trascinarsi dietro un macigno di autocommiserazione. Mette in chiaro fin da subito di essere una traditrice compulsiva e capiamo quanto sia terrorizzata dall’idea di essere amata. Si sente profondamente colpevole di tutti i suoi sbagli passati e non crede di meritare l’amore.

Hanno un effetto magnetico reciproco e ugualmente consapevoli di quanto anche potenzialmente nocivi. Sarah ha paura di essere ferita e di esporsi. Ormai da anni ha costruito una corazza emotiva e ha fatto di tutto per evitare di essere ferita. Nonostante la forte attrazione con David, teme che lui possa distruggerla definitivamente.

Entrambi sono dunque profondamente irrisolti e il viaggio sarà la condizione che li metterà di fronte la possibilità di avere risposte sulla loro vita. Sarà fondamentale per imparare ad accettare sé stessi, prima di poter considerare di intraprendere un percorso emotivo insieme, di raggiungere una destinazione comune.

Una pellicola permeata da un costante realismo magico

Per definizione, il realismo magico è uno stile artistico che mescola elementi fantastici e magici con una realtà altrimenti verosimile, creando un’atmosfera in cui l’incredibile e l’ordinario coesistono senza creare stupore.

Ed è esattamente quello di cui Kogonada ha permeato A Big Bold Beautiful Journey. La regia di quest’ultimo è sempre ricca di idee e di trovate. Tante sono le sequenze suggestive, in una continua commistione tra elementi scenografici teatrali a panorami immersivi ricchi di dettagli.

Il registro del film mescola elementi fantasy come i vari portali, GPS improbabili, ad altri verosimili come paesaggi normalmente inaccessibili, ambientando tutto in un mondo normale e ordinario.

Lo stesso tono del film alterna momenti di pura rom-com, dramma, musical, a momenti profondamente teatrali con una sola luce presente come unico elemento di scenografia.

Kogonada confezione un film senza soluzione di continuità. Sempre imprevedibile, come le porte successive del percorso che attendono i protagonisti. Ne viene fuori una pellicola unica, bizzarra, che per molti potrebbe diventare un nuovo piccolo cult.

Nel suo essere un film sull’amore così atipico non può che ricordare anche le opere dei rispettivi regista e sceneggiatore di Eternal Sunshine of the Spotless Mind: Michel Gondry con il suo cinema sperimentale e sognante e Charlie Kaufman con le sue sceneggiature da capogiro.

Ma altrettanto evidente per il lavoro di Kogonada è l’influenza dell’immaginario dell’animazione, in particolar modo quello orientale. Il regista nomina espressamente il lavoro del leggendario cineasta giapponese Hayao Miyazaki, co-fondatore dello Studio Ghibli e uno dei registi più influenti viventi, come riferimento assoluto per la pellicola.

“Miyazaki crea mondi dove tutto è possibile, ma allo stesso tempo è profondamente radicato nell’esperienza della vita quotidiana. Ci sforzavamo di catturare quel tipo di magia, che è sia straordinaria che ordinaria.”

Kogonada

A testimonianza di questo, Kogonada ha anche coinvolto il compositore giapponese Joe Hisaishi, storico sodale di Miyazaki, per portarlo per la prima volta in una pellicola hollywoodiana.

Nel film la musica di Hisaishi conferisce un’atmosfera assoluta, stratificata e super riconoscibile. La pellicola guadagna un tono misterioso, dinamico ed estremamente complesso, grazie a sonorità completamente inedite per il cinema americano.

Il risultato

Kogonada firma una pellicola originale e unica nel suo genere, figlia di altri film che come questo hanno utilizzato l’espediente del film d’amore per pellicole più complesse e autoriali. Il tono di cui è permeata la pellicola rendono la visione sempre stimolante e mai appesantita, nonostante i continui cambi di registro.

Il soggetto alla base è molto intelligente nella sua semplicità e si segue sempre con grande curiosità il percorso di David e Sarah, perché sempre incuriositi da quale sia la prossima destinazione.

Rivivere quei momenti è necessario, ed è altrettanto necessaria l’auto-consapevolezza che quei ricordi hanno reso i protagonisti le persone che sono in quel momento. I due portano ancora addosso il segno di profonde cicatrici e l’unico modo che hanno per liberarsene è ripercorrere la strada alla ricerca di risposte. Sottrarsi a questo significherebbe non darsi una chance e poter voltare pagina.

Prima di correre rischi e varcare le porte di nuove possibilità, è necessario risolvere prima sé stessi se non si vuole proiettare i traumi in un nuovo partner. Questo il film ce lo dice veicolandocelo abilmente con un viaggio irresistibili di sensazioni, emozioni e la meravigliosa musica di Joe Hisaishi che già da sola vale il prezzo del biglietto.

a cura di
Alfonso La Manna

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