Con la nona e ultima giornata si chiude “Il Cinema Ritrovato 2025”. Ma la prossima edizione è già stata annunciata e si terrà dal 27 giugno al 5 luglio 2026.
Arrivati al nono e ultimo giorno, Il Cinema Ritrovato 2025 ha raggiunto la sua conclusione. Come sempre, la fine del festival lascia un po’ un senso di vuoto, ma, allo stesso tempo, ripensando alle giornate passate, posso ritenermi più che soddisfatta. Parlando con varie persone tra una proiezione e l’altra ho riscontrato un po’ il mio stesso pensiero su questa edizione: le scelte dei film sono state più radicali del solito, però questo mi ha permesso di vivere tanti momenti unici.
Gian Luca Farinelli ha anche già annunciato le date per il prossimo anno, quindi, tenendo le dita incrociate, spero di potervi raccontare di nuovo le mie avventure dal 27 giugno al 5 luglio 2026.
Il nono giorno de Il Cinema Ritrovato non ha previsto conversazioni con i registi, ma solo proiezioni. Detto questo, è stata una degna conclusione per un festival che celebra il cinema in tutte le sue forme.
Per l’ultima volta nel 2025 andiamo ad approfondire le proiezioni!
“Performance”, 1970 (106’)
Nel 1968 Donald Cammell e Nicolas Roeg girarono un film effettivamente distribuito solo due anni dopo: Performance. La pellicola segue la fuga del violento gangster Chas (James Fox) dal suo boss. Per salvarsi, Chas si nasconde nello scantinato di una rockstar in declino (Mick Jagger) e delle sue compagne. Visti i temi di violenza e sessualità esplicita, il film ha subito una censura, tuttavia, con il tempo è diventato un vero e proprio cult movie.
Uscita dalla sala, non sono stata in grado di capire se Performance mi fosse piaciuto o meno. Sicuramente, che incontri o meno il gusto dello spettatore, è un’opera molto interessante nei temi e nello stile. In 106’, tirando le somme, non accadono troppi avvenimenti, eppure, allo stesso tempo, i protagonisti subiscono delle trasformazioni, arrivando a fondere le loro identità.
L’intero film ruota attorno al concetto di performance di un ruolo e, infatti, tutti i personaggi ne stanno interpretando uno senza rivelare mai veramente chi siano nel profondo. O forse, non stanno facendo altro che mostrarlo attraverso il ruolo che si sono scelti: a questo dilemma è difficile trovare risposta.

Anche lo stile è una performance. Il film sperimenta molto a livello visuale e non ha paura di usare immagini frammentate che rispecchiano appieno il mosaico identitario messo in scena. Anche il montaggio è frammentato, proponendo passaggi rapidi in cui, talvolta, è difficile ricostruire l’ordine temporale degli eventi. Tutto questo, però, oltre a contribuire all’estetica del film, permette di immergersi ulteriormente nella costruzione identitaria dei personaggi.
“Yi Yi”, 2000 (173’)
Nel 2000 Edward Yang firma Yi Yi, un gigantesco affresco sociale visto attraverso le lenti dei turbamenti dei membri di una famiglia. Il film segue infatti le vicende di più personaggi, intrecciando con abilità i loro destini e i loro tormenti personali. Ma tutti loro, in un certo senso, sono lo specchio gli uni degli altri e, infatti, come dimostra anche il titolo, la pellicola gioca molto con la ripetizione.
Tra i personaggi ci sono NJ, dirigente di un’azienda; Min-min, sua moglie; Ting-ting, la figlia; Yang-yang, il figlio minore. A dare inizio alla crisi esistenziale di tutti questi personaggi è il coma in cui cade la suocera di NJ a inizio film. Da qui inizia l’esplorazione dei turbamenti interiori dei personaggi.
E così, per esempio, NJ ritrova un vecchio amore e si interroga su cosa sarebbe potuto accadere se solo fossero rimasti insieme (una sottotrama che ricorda molto Past Lives di Celine Song). Min-min, invece, sconvolta per il coma della madre si ritira in un monastero alla ricerca della pace spirituale. Ting-ting sperimenta per la prima volta i turbamenti dell’amore, uscendo quindi dalla sua bolla di fantasia. Insomma, ciascun personaggio ha una propria crisi specifica da affrontare, ma, contemporaneamente, l’unione dei loro dolori personali crea un’unica armonia.

Yi Yi è un film molto curato che, nel cercare di rappresentare questo spaccato di società, mantiene comunque sempre una sua leggerezza. Probabilmente è un’opera in cui un’unica visione non basta per comprenderne tutte le sfumature e, infatti, personalmente mi sento come se ne avessi ricavato solo un quadro astratto. Sono anche, però, abbastanza convinta, che, vedendolo una seconda volta, riuscirei già a mettere più a fuoco i singoli dettagli.
“The Zone of Interest”, 2023 (101’)
Chiudere Il Cinema Ritrovato 2025 con un film uscito nel 2023 può sembrare una scelta azzardata, ma, in realtà, The Zone of Interest è un film senza tempo i cui temi si riflettono tristemente ancora nel presente. Jonathan Glazer, presente anche in Piazza Maggiore ad introdurre la pellicola, ha saputo creare un’opera straordinaria sulla banalità del male. Il film è, dunque, una riflessione sulla totale normalità della maggior parte delle persone che hanno preso parte al genocidio: molti di loro erano solo alla ricerca di una vita migliore per sé stessi.
The Zone of Interest, pur basandosi sul romanzo omonimo del 2014, lo reinventa completamente, creando una narrazione basata prevalentemente sulla sottrazione. Ciò che viene catturato sullo schermo non è altro che una serie di momenti banali nella vita della famiglia Höss. Tuttavia, ciò che non viene mostrato assume altrettanta importanza, ma, d’altro canto, Jonathan Glazer ammette apertamente di avere grande interesse per il non visibile.
In questo film, l’assenza di immagini sull’olocausto in senso stretto viene sostituita dall’elemento sonoro. Il suono è ciò che scatena l’immaginazione dello spettatore e gli permette di associarvi immagini specifiche di morte.

Ma il suono, che, quindi, assume una consistenza materiale, riesce nel suo intento evocativo grazie a tutti i film sull’olocausto che hanno preceduto The Zone of Interest. Glazer, che si è sempre molto preoccupato dell’etica della rappresentazione, con quest’opera ha sicuramente contribuito alla creazione di un nuovo immaginario.
I film sull’olocausto hanno infatti a lungo rischiato di divenatre quasi un sotto-genere commerciale, cosa che la pellicola di Glazer ha sovvertito. Tuttavia, il regista non condanna i film che hanno preceduto il suo, ma, anzi, a suo avviso, senza di essi, The Zone of Interest non sarebbe mai potuto esistere. E, in effetti, a ben pensarci, i suoni del film evocano immagini ben specifiche che abbiamo visto tante volte in altre opere.
Qui si chiude la mia avventura a Il Cinema Ritrovato 2025. Spero di potervi raccontare il festival anche il prossimo anno!
a cura di
Claudia Camarda

