In dirittura di arrivo de “Il Cinema Ritrovato 2025” le sorprese ancora non hanno fine. I momenti chiave della settima e dell’ottava giornata del festival sono state le conversazioni con Jonathan Glazer e Jim Jarmusch.
Ormai siamo agli sgoccioli de Il Cinema Ritrovato 2025, ma le giornate continuano ad essere molto interessanti. Due momenti fondamentali sono stati sicuramente le conversazioni con Jonathan Glazer e Jim Jarmusch. Detto questo, però, ho anche partecipato a proiezioni veramente speciali.
Il 27 giugno ho fatto un viaggio nel cinema non occidentale, prima con Al Ôrs, film tunisino del 1978, e poi con il “curry-western” bollywoodiano Sholay in Piazza Maggiore. Questa seconda proiezione in particolare ha infiammato la piazza, facendo scoppiare applausi e risate per tutti i suoi gloriosi 204’ di durata.
Il 28 giugno ho invece partecipato al secondo cineconcerto previsto in Piazza Maggiore. Il soggetto questa volta è stato il film sovietico Stačka (Sciopero) di Sergej Ėjzenštejn, ma la vera sorpresa dell’evento è la sonorizzazione. Se The Gold Rush era stato accompagnato dall’orchestra del Teatro Comunale, Stačka ha avuto un accompagnamento musicale inedito e moderno assolutamente incredibile.
E ora, per la penultima volta, entriamo nel dettaglio.
“Al Ôrs”, 1978 (91’)
Anche quest’anno ci tenevo a partecipare ad almeno una proiezione della rassegna CinemaLibero, dedicata a pellicole non occidentali tendenzialmente sconosciute. Di fatto questa è probabilmente una delle rassegne più interessanti ed eroiche del festival, dal momento che propone veramente film rari provenienti da culture molto diverse dalla nostra. Questa volta l’opera che ho scelto è stata Al Ôrs, un film tunisino del 1978 realizzato dal Collettivo del Nouveau Théâtre di Tunisia.
Basato su un’opera teatrale messa in scena nel 1976, il film mostra in modo chiaro la sua origine, tanto che, in molti momenti, sembra proprio di assistere ad uno spettacolo teatrale. La trama segue la dissoluzione di una coppia piccolo-borghese nell’arco di una notte. Conosciamo i due personaggi come infelicemente sposati e li salutiamo con la certezza che continueranno ad essere infelici. Ciò che avviene nel mezzo è semplicemente un’esplorazione di questo rapporto malsano, delle bugie dette all’altro e di quelle necessarie da raccontare a sé stessi.
Un aspetto estremamente interessante di Al Ôrs, o quantomeno interessante per me, è la sua compiutezza nonostante la totale assenza di mezzi. Fadhel Jaïbi, Fadhel Jaziri, Jalila Baccar, Mohamed Driss e Habib Masrouki non avevano conoscenze cinematografiche particolari, né grandi possibilità economiche. L’opera è stata girata usando una pellicola scaduta, nessuno è stato pagato e la location dove hanno girato è stata offerta gratuitamente.
Eppure il film funziona e, anzi, risulta molto più coeso di tanti altri. Insomma, tralasciando le sue radici teatrali, si tratta di una pellicola che fa molto riflettere sulla possibilità di realizzare grandi opere con molto poco.
In conversazione con Jonathan Glazer
Il 27 giugno ho partecipato alla conversazione con il regista Jonathan Glazer che, nell’arco di un’ora, ci ha fatti entrare almeno per un po’ nel suo mondo. Il cinema non ha sempre rivestito un ruolo centrale nella vita di Glazer, che, anzi, da ragazzo si limitava a vedere film in tv con suo padre. La pellicola che ha cambiato tutto per lui, facendogli rendere conto dell’esistenza di metodi alternativi nel cinema, è stata O Lucky Man! di Lindsay Anderson.
Molto attaccato alla sensibilità italiana, francese e indiana più che a quella inglese, Glazer ama profondamente il lavoro di worldbuilding che deriva dal creare un film. Ciò che gli interessa maggiormente è l’esplorazione del non visibile, di ciò che rimane allo spettatore tolte le immagini: l’esperienza emotiva. Un buon esempio di ciò è l’utilizzo del suono in The Zone of Interest. In più, anche il suo rapporto con gli attori ha come obiettivo il raggiungimento del non visibile. Glazer tende infatti a guidarli attentamente così da raggiungere una performance che sia realmente sentita.
I film di Glazer sono poi spesso incentrati sul concetto di “casa”, dal momento che il regista ama porsi dei limiti spaziali. Tuttavia, pur avendo uno spazio singolo, il tempo tende a diventare più flessibile. Il punto è che ciò che è stato nel passato e ciò che è nel presente spesso e volentieri hanno una profonda correlazione. Rendendo il tempo flessibile, Glazer sta semplicemente mettendola in evidenza (come accade nel finale di The Zone of Interest).
Il processo creativo di Glazer
Nonostante sia una figura di spicco da anni, Glazer ha realizzato solo quattro film. La ragione di ciò è che il regista vive l’atto creativo come un’urgenza e, dunque, fa un film solo quando sente di doverlo fare. A ciò va anche aggiunto che la fase di ricerca gli richiede parecchio tempo: prima di buttarsi in un progetto vuole essere sicuro delle sue idee.
It takes me time to interrogate my ideas and feel sure of them.
Jonathan Glazer
In The Zone of Interest la ricerca è chiaramente di tipo storico, tuttavia questo non si applica a tutte le sue pellicole. Per esempio, Under the Skin nasce come riflessione su come rappresentare in modo non eccessivamente performativo l’arrivo di un alieno sulla Terra. Glazer, pur ammirando l’estetica dell’alieno pensata in altri film, voleva infatti trovare una nuova chiave di lettura meno appariscente.
Un altro punto chiave della ricerca del regista è il suono che, nella sua mente, è tanto importante quanto l’immagine. E così, mentre scrive le sue opere, Glazer ascolta spesso a ripetizione gli stessi pezzi, trasformando la musica in uno stato d’animo. Questo modo di vivere il sonoro, viene anche trasmesso ai suoi film, dove l’elemento musicale ricopre ruoli diversi a seconda dell’obiettivo. In The Zone of Interest il suono permette di vedere ciò che non viene mostrato, mentre in Under the Skin serve a far capire le sensazioni dell’alieno.
“Sholay”, 1975 (204’)
Lasciatemi un attimo dipingere un’immagine per voi. Immaginate un western di più di tre ore in cui i protagonisti indossano jeans a zampa di elefante. Ora condite quest’immagine con dei momenti musicali in stile Bollywood e ciò che otterrete è Sholay, “curry western” indiano del 1975 diretto da Ramesh Sippy. La genesi di quest’opera folle risiede nella volontà del regista e di suo padre, il produttore G. P. Sippy, di creare il più grande film di avventura-azione che l’India avesse mai prodotto.

La trama di Sholay mischia tantissimi generi cinematografici, ma, al suo nucleo centrale è la storia di un ex-poliziotto che recluta due criminali per difendere il villaggio di Ramgarh dal bandito Gabbar Singh. Il restauro di questa pellicola è stato molto complesso e ha richiesto ben tre anni di lavoro. Tuttavia questa fatica ha permesso di proiettare in Piazza Maggiore la versione originale dell’opera con l’epilogo finale privo della censura che il film aveva attraversato negli anni Settanta.
All’epoca della sua uscita, inizialmente l’opera venne giudicata negativamente, ma, dopo sole dieci settimane, le sorti del film si ribaltarono completamente, trasformandolo in un successo clamoroso. A cinquant’anni dalla sua uscita Sholay rimane un film maestoso e divertente che, nonostante abbia un minutaggio spaventosamente lungo, intrattiene dall’inizio alla fine. Questa è stata la mia esperienza e, dal numero di risate e applausi che ho sentito in piazza, direi che è stata anche l’esperienza di molti altri.
In conversazione con Jim Jarmusch
Il 28 giugno Jim Jarmusch ci ha regalato un’ora del suo tempo per una conversazione sul suo cinema e sull’inizio della sua carriera. Jarmusch parte come studente di letteratura con una formazione di tipo internazionale. Infatti, si appassiona realmente il cinema durante il suo periodo a Parigi e, con una circolarità che fa sorridere, sono i critici della Nouvelle Vague a fargli scoprire il cinema statunitense.
Quando finalmente intraprende studi di cinema alla NYU, Jarmusch diventa assistente del regista Nicholas Ray che, di fatto, sarà il suo mentore. Jarmusch non nega l’impatto di Ray sulla sua vita, anche se non ha mai provato ad imitarlo stilisticamente, preferendo sviluppare la sua voce narrativa. Un’altra figura molto importante conosciuta proprio attraverso Ray è stata Wim Wenders.
Jarmusch ha infatti raccontato la generosità di Wenders nel regalargli del materiale girato e non utilizzato, materiale poi finito in Stranger Than Paradise. Jarmusch ci tiene però a ricordare anche altre figure come Sam Fuller e William S. Burroughs.
In realtà, il regista ha poi menzionato anche alcuni personaggi femminili, riconoscendo alla loro influenza un impatto forse ancora maggiore, soprattutto nel modo di guardare al mondo. Tra queste ha ricordato in particolar modo Patti Smith, la montatrice Thelma Schoonmaker e Tilda Swinton. In particolare, Jarmusch ha ammesso di ammirare tantissimo la Swinton, attrice con cui ha anche collaborato e che ritiene una persona brillante.
Il cinema di Jarmusch
Entrando nel vivo del cinema di Jim Jarmusch, bisogna intanto menzionare il ruolo centrale della musica nel suo atto creativo. Il regista è anche un musicista e, normalmente, quando si siede a scrivere una sceneggiatura, si fa guidare dalla musica. A suo avviso, musica e film hanno alcuni aspetti simili: la velocità con cui passano e l’imperfezione nella perfezione.
Qui bisogna poi aggiungere un altro elemento altrettanto fondamentale: i personaggi. Jarmusch tende a rappresentare sullo schermo degli outsiders che, pur cercando di dare senso alla loro vita, non hanno l’ansia di raggiungerlo. Il risultato è un’attenzione particolare ai momenti di vita privi di elementi drammatici, dal momento che, secondo il regista, anche ciò che non viene fatto ha molto rilievo.
Di fatto, Jarmusch attua l’opposto dei film biografici (che infatti non ama particolarmente), dove, invece, vengono selezionati solo i momenti drammatici della vita di una persona. A causa di questa sua tendenza a concentrarsi sull’esplorazione dei personaggi, molti critici accusano i film di Jarmusch di essere privi di trama. In realtà, una trama esiste sempre, è solo secondaria.
Il regista ha anche una preferenza per la narrazione ad episodi, di cui farà uso per il suo prossimo film. Di per sé la narrazione episodica ha una storia molto antica in tutte le forme d’arte, tuttavia, Jarmusch la intende come un’unica armonia. I singoli episodi assumono infatti senso nel loro insieme e da soli non riuscirebbero a funzionare. Questo sta alla base del suo nuovo film in uscita in autunno, che si svilupperà come un trittico. L’unica eccezione nella sua filmografia è Coffee and Cigarettes, in cui Jarmusch ha volutamente costruito episodi a sé stanti ridicoli.
“Stačka”, 1924-1925 (94’)
Ho concluso l’ottava giornata de Il Cinema Ritrovato 2025 con un cineconcerto eccezionale. Dopo The Gold Rush con l’accompagnamento dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, questa volta la scelta è ricaduta su Stačka di Sergej Ėjzenštejn. L’opera realizzata ai tempi dell’Unione Sovietica mette in scena in sei atti lo sciopero degli operai di una fabbrica. Quello che su carta dovrebbe essere un film lineare, lasciato nelle mani di Ėjzenštejn diventa un film anarchico che ignora tutte le regole di regia attuate fino a quel momento.

Il regista scelse innanzitutto di girare in una fabbrica vera, ignorando tutte le convenzioni conosciute sull’uso della luce e delle angolazioni. Va da sé che l’opera riscontrò varie forme di resistenza a livello produttivo a causa del suo carattere innovativo e anarchico, all’epoca percepito come follia. In realtà, ai nostri occhi, Stačka risulta come un’opera estremamente moderna, nonostante la sua realizzazione risalga ad un secolo fa.
Per un’opera così proiettata nel futuro non poteva che corrispondere una sonorizzazione altrettanto moderna. Ciò che ha reso questa esperienza in Piazza Maggiore veramente unica è stato proprio l’accompagnamento musicale elettronico e psichedelico. Tra gli strumenti scelti si ricordano il sax elettronico, la batteria elettronica, il basso, il violoncello, la chitarra elettrica e la tromba. Con una sonorizzazione del genere la proiezione non poteva che acquisire ancora più valore e, infatti, si è meritata una standing ovation da parte della piazza.
A domani con le notizie dell’ultimo giorno de Il Cinema Ritrovato 2025!
a cura di
Claudia Camarda

