“Il Cinema Ritrovato 2025”, giorni 5 e 6 – in conversazione con Terry Gilliam e Asghar Farhadi

Anche la quinta e la sesta giornata de “Il Cinema Ritrovato 2025” hanno proposto talk interessanti e proiezioni speciali. Di particolare interesse gli incontri con Terry Gilliam, Asghar Farhadi. 

La magia de Il Cinema Ritrovato 2025 non si esaurisce nemmeno nella quinta e sesta giornata del festival. Gli eventi a cui ho partecipato hanno visto un’alternanza di incontri speciali e proiezioni curiose. Alla prima categoria appartengono senza dubbio gli incontri con i registi Terry Gilliam e Asghar Farhadi. Nel regno delle proiezioni curiose rientrano invece Pink Narcissus e Café Flesh, due pellicole che mi hanno fatto viaggiare nel mondo del porno autoriale.

Altro momento indimenticabile è stata la visione di The Gold Rush (La febbre dell’oro) di Charlie Chaplin in Piazza Maggiore con l’accompagnamento dell’orchestra del teatro comunale di Bologna. 

Ma adesso, vista la quantità di materiale di cui parlare, entriamo nel vivo degli eventi!

In conversazione con Terry Gilliam

I’ve never studied to be a director.

Terry Gilliam

L’incontro che si è tenuto al cinema Modernissimo ha dimostrato la genialità e la simpatia di Terry Gilliam, artista incredibile che non ha paura di osare nei suoi film. Il sospetto che questo suo coraggio derivasse dalla grande libertà creativa avuta nel periodo insieme ai Monty Python un po’ lo avevo già, ma questa conversazione lo ha confermato. I Monty Python nascono infatti come un gruppo di sei persone con un obiettivo comune: far ridere senza porsi alcun limite creativo. 

Questa esperienza di libertà ha certamente contribuito alla creazione dei suoi film. In particolare, all’incontro abbiamo parlato nel dettaglio di Brazil, visto la sera prima in Piazza Maggiore. Qual è dunque la genesi della pellicola? Gilliam ha citato un po’ di elementi che hanno contribuito alla formazione del nucleo tematico del film. Da un lato ci sono le ispirazioni storiche, dall’altro i fenomeni sociali.

Intanto va menzionato il contesto in cui l’opera è nata, vale a dire il periodo dei governi conservatori di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. A ciò si deve aggiungere che, al tempo, Gilliam si stava informando sulla storia della caccia alle streghe, riscontrando nelle azioni del governo Argentino un modus operandi fin troppo simile. Infine, un’altra grande ispirazione viene dal cosiddetto “principio di Peter”. Si tratta di un fenomeno per il quale spesso nelle grandi organizzazioni  una persona competente ad un livello sale ad un altro in cui risulta incompetente. 

Sorprendentemente, invece, 1984 di Orwell non ha fatto parte del processo creativo alle spalle di Brazil. Gilliam ha infatti ammesso di aver letto il romanzo solo dopo l’uscita del film, sorprendendosi per l’alto numero di similitudini (in primis il finale). Sicuramente aveva una vaga idea del concetto di “Grande Fratello”, ma la sua conoscenza pregressa si limitava a questo. Eppure, per quanto le somiglianze siano solo una coincidenza, forse è più giusto leggerci dentro una capacità da parte del regista di saper cogliere lo spirito del tempo. 

La difficile distribuzione di “Brazil”

Nell’incontro Gilliam ha anche ricostruito la sua lotta con la Universal Pictures per la distribuzione del film. Che Brazil non sia un’opera qualsiasi è quasi scontato: a livello stilistico presenta una grande mescolanza di generi, mentre, a livello tematico, non ha paura di toccare questioni sociali calde. Detto questo, il totale rifiuto della Universal Pictures di distribuire l’opera si fondava sull’odio dell’allora capo Sid Sheinberg. A Sheinberg il film non era piaciuto per nulla, probabilmente perché non lo aveva  compreso (d’altro canto avrebbe voluto cambiare il titolo in Love Conquers All). Da qui si è scatenata una lotta in cui Gilliam non ha risparmiato alcun colpo.

Tra le strategie usate dal regista le più memorabili sono state due: l’appello pubblico su Variety e l’intervista a Good Morning America. Per la prima, Gilliam ha acquistato una pagina su Variety su cui ha fatto scrivere un messaggio semplice e diretto: “Caro Sid Sheinberg, quando ha intenzione di distribuire il mio film Brazil? Firmato Terry Gilliam”.

L’intervista a Good Morning America è stata a suo modo ancora più diretta. Di fatto lo show aveva chiamato Robert De Niro che, però, aveva deciso di portare con sé “il suo amico Terry”. Alla domanda sui problemi che stava avendo con gli studios di Hollywood, Gilliam ha affermato senza mezzi termini di non avere problemi con gli studios, ma con un uomo solo: Sheinberg. E poi, come in uno sketch comico, ha tirato fuori una foto del capo della Universal da mostrare alle telecamere. 

Nonostante le difficoltà, alla fine Gilliam ha comunque vinto la battaglia e dimostrato di avere ragione, dal momento che Brazil resta ancora oggi un capolavoro. 

“Café Flesh”, 1982 (75’)

Il 25 giugno, piuttosto che andare in Piazza Maggiore, ho preferito fare una scelta audace e andare alla proiezione di Café Flesh di Rinse Dream, pseudonimo di Stephen Sayadian. Nonostante questo non sia né il primo né l’ultimo caso di regista che fa uso di un pseudonimo, qui la ragione è piuttosto interessante. Café Flesh è infatti, senza ombra di dubbio, un film pornografico e, all’epoca della sua uscita, le leggi contro la prostituzione di Los Angeles permettevano di perseguire penalmente i registi di fim porno.

Ridurre Café Flesh a semplice pornografia sarebbe però un errore e, per meglio comprenderne le ragioni, bisogna fare un passo indietro. Sayadian nasce come fotografo e negli anni Settanta i progetti a cui lavorava erano prevalentemente di due tipi: poster di film per il cinema e copertine di VHS pornografiche.

Il problema con la seconda categoria è che, molto spesso, gli utenti che vedevano i porno di cui Sayadian aveva realizzato le copertine, avevano due critiche. In primis perché la modella sulla copertina non era poi presente nel film, in secondo luogo perché il film non aveva l’estetica della copertina. Queste ragioni spinsero i produttori a chiedere a Sayadian in persona di realizzare un film porno, Nightdreams. L’opera fu fallimentare perché, per usare le parole memorabili di un utente, “è come masturbarsi su L’Esorcista”. 

Nonostante tutto, venne affidato un secondo film a Sayadian, Café Flesh. In questo caso l’erotismo, seppur presente in scene decisamente esplicite, diventa quasi funzionale alla storia che il regista cerca di raccontare. Di fatto la pellicola è ambientata in un mondo distopico post-nucleare in cui il 99% della popolazione non può più provare piacere sessuale.

I sesso-negativi hanno dunque una sola possibilità di provare qualcosa, cioè l’osservazione dello spettacolo messo in scena dall’ 1% della popolazione: i sesso-positivi. Il film si struttura dunque seguendo il modello di Cabaret, intervallando la narrazione con dei numeri, in questo caso chiaramente di natura sessuale. Il risultato è un film folle sui generis appartenente ad una corrente di film spesso dimenticata. 

“Pink Narcissus”, 1971, (71’)

Andando un po’ indietro nel tempo, ma rimanendo in un certo senso nell’ambito della pornografia autoriale, un altro film che ho visto in questi giorni è Pink Narcissus. La pellicola è diretta dal fotografo di nudi maschili James Bidgood, che ha rivendicato la paternità dell’opera vent’anni dopo la sua uscita (i crediti del film sono infatti firmati come Anonymous). 

Pink Narcissus si configura come un’opera erotica, ma allo stesso tempo esistenzialista. Il protagonista, interpretato dalla musa ispiratrice di Bidgood Bobby Candle, sparito dalle scene dopo questo film, si rifugia in un mondo di fantasia per sfuggire alla crudezza della realtà.

L’immaginazione del protagonista lo porta a vivere fantasie erotiche in cui il punto centrale è l’ammirazione narcisistica della propria bellezza. Il narciso rosa del titolo si immagina come matador trionfante, come gladiatore scelto dall’imperatore, come efebo in un harem…In ogni caso è sempre un mondo incredibile in cui la sua perfezione trionfa.

Ad irrompere nelle sue fantasie colorate ci sono i momenti di vita reale, in cui impariamo la verità sulla condizione del narciso. La vita di strada e il contatto con i suoi “clienti” sono dipinti con toni cupi e “sporchi”, creando un contrasto non indifferente. La paura più grande del protagonista è perdere la sua perfezione e gli intermezzi di vita reale lo rendono un timore assolutamente concreto. 

In conversazione con Asghar Farhadi

Il 26 giugno ho invece partecipato alla conversazione con il regista iraniano due volte premio Oscar Asghar Farhadi, ospite de Il Cinema Ritrovato 2025. Farhadi è un’artista potente che ci ha fatti entrare nel suo mondo creativo per un’ora. 

Un buon punto di partenza per capire il cinema di Farhadi è il suo contesto culturale. L’Iran è sempre stato un paese estremamente cinefilo con uno sguardo di riguardo al neorealismo italiano, di cui Farhadi ammira molto la profondità nella caratterizzazione dei personaggi. in più, si tratta di un paese in cui la stratificazione culturale è molto forte. Basti pensare alla lingua persiana, così indiretta e piena di significati da scoprire, così come lo è il cinema persiano. 

Il cinema di Farhadi, però, sembra voler anche perpetuare un attacco contro questa tendenza all’indiretto della società persiana. A questo proposito il regista ha affermato che, per quanto rispetti la propria cultura, ritiene anche che abbia delle controversie da esplorare. Il suo obiettivo, però, non è tanto esprimere un giudizio, quanto creare uno spazio emozionale che permetta al pubblico di ragionare.

Nel fare ciò, il regista si tiene ben lontano dal simbolismo, dal momento che non crede nella creazione di significato attraverso i simboli. Farhadi preferisce concentrarsi sulla rappresentazione della realtà in un modo che sia comprensibile per tutti. Ecco, dunque, che entra in gioco la scelta di utilizzare il dramma e la necessità di individuare una crisi di partenza: senza la crisi non c’è realmente una storia da raccontare. 

Come Farhadi ricerca il materiale per i suoi film

Un grande tema nei film di Farhadi è la rappresentazione della lotta tra classi all’interno della società persiana. La divisione non è solo di facciata, ma esiste proprio un forte sentimento di odio tra le classi. Il regista ha fatto uso di questa consapevolezza nella scrittura del suo film Una separazione.  

Si può quindi affermare che Farhadi sia un grande osservatore delle classi sociali e il materiale usato nei suoi film spesso e volentieri viene collezionato semplicemente ponendo attenzione al mondo esterno. In particolare, il regista ritiene che i bambini abbiano una perspicacia e un’attenzione al dettaglio a cui chiunque voglia fare cinema dovrebbe aspirare. 

Dall’osservazione si passa poi alla creazione e la prima questione che Farhadi preferisce determinare è il tipo di crisi che vuole raccontare. A suo avviso, le parole e le azioni dei personaggi acquisiscono nuovo valore in funzione della crisi che li investe. Di più, è la crisi a determinare chi sia veramente un personaggio, ragion per cui il processo creativo deve avvenire in questo ordine. 

“The Gold Rush”, 1925 (88’)

In chiusura della sesta giornata ho partecipato ad un’esperienza veramente speciale: la proiezione di The Gold Rush in Piazza Maggiore con l’accompagnamento dell’orchestra del teatro comunale di Bologna. I cineconcerti sono sempre un momento magico nella programmazione de Il Cinema Ritrovato, ma devo ammettere che vedere Chaplin proiettato in Piazza Maggiore ha aggiunto valore all’evento. 

Uscito nel 1925, The Gold Rush è il secondo lungometraggio di Charlie Chaplin e segue il protagonista mentre cerca oro in Alaska, come tanti altri avventurieri del tempo. Il film alterna momenti esilaranti ad altri toccanti nel classico stile di Chaplin. 

La pellicola ha avuto però una storia complicata, dal momento che, all’inizio degli anni Quaranta, Chaplin vi mise mano per renderla sonora. Questa scelta non fu né compresa né condivisa dal pubblico e dai critici. Nonostante ciò, è innegabile che le composizioni musicali di questa versione siano incredibili.

Chaplin si impegnò poi a far sparire tutte le copie esistenti della versione muta, rendendo quella sonora l’unica disponibile. E qui entra in gioco il lavoro di restauro attuato dalla Cineteca di Bologna, che ha eroicamente ricostruito la versione originale del 1925. Il maestro d’orchestra Timothy Brock si è invece impegnato per riadattare le musiche della versione del 1942 a quella del 1925. Il risultato è stata una serata magica sotto le stelle di Bologna, tra musica dal vivo e risate.

A presto con altre notizie da Il Cinema Ritrovato 2025!

a cura di
Claudia Camarda

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