“immagini sensibili“, pubblicato lo scorso 16 maggio per Panico Dischi, è l’album di debutto di CALLIOPE: un’opera potente, delicata ed evocativa. Il progetto della cantautrice toscana Giulia Agostini, già vincitrice del premio Music is the Best 2024, nasce dal bisogno profondo di fermare il tempo e di mettere in musica le parole e i pensieri che a loro volta diventano le pennellate con cui dipindere il paesaggio in cui l’artista vive e in cui il disco è stato prodotto.
Sette canzoni nate tra i 25 e i 30 anni, anni di trasformazione, terremoti interiori e nuove radici da piantare: “immagini sensibili” attinge alla poesia – da Dickinson a Cavalli – e alla natura come specchio dell’anima. I testi, scritti in solitudine, si intrecciano alla produzione di Andrea Scardigli e Renato D’Amico, dove suoni acustici e sintetici si fondono per dare vita a un mondo sospeso tra il sogno e il reale.
In questo articolo, Calliope ci accompagna in un viaggio traccia dopo traccia attraverso i luoghi, i ricordi e i sentimenti che abitano il suo album d’esordio.
fiori finti fatti a mano
Nata nel 2020, dopo i solitari mesi di quarantena rividi finalmente mia nonna, che però non era più la stessa, non riusciva più a parlare. Solo mesi dopo avremmo scoperto che si trattava di SLA. È stato un colpo al cuore. Lei era sempre stata una che parlava tanto e senza peli sulla lingua. Perdere la voce, per lei, è stata come una condanna. “Si vede che dovevo imparare ad ascoltare” mi scrisse su un foglio.
In quei mesi si era dedicata a un mazzo di fiori fatti a mano, all’uncinetto. Aveva comprato dei fiori finti, staccato le corolle e ricreato i petali intrecciando il cotone sui gambi rimasti nudi. Mi regalò il mazzo e, con la sua solita ironia, mi scrisse: “Almeno questi non ti muoiono”. Forse sapeva che di lì a poco sarebbe toccato a lei. Forse voleva lasciarmi qualcosa che durasse. Se n’è andata a ottobre dello stesso anno.
Quando sono tornata a casa dal funerale ho preso la chitarra e su un arpeggio ossessivo è uscita questa canzone. L’ho scritta di getto, senza pensare troppo a una struttura, lasciandomi trasportare da quello che sentivo. Il brano descrive il nostro rapporto, che per anni è stato quasi simbiotico, per molti altri una sfida costante che mi ha fatta crescere. Lei è sempre stata estremamente trasparente, diretta, sincera fino in fondo. Non mi ha mai detto qualcosa solo per farmi contenta.
E questa canzone, in un certo senso, è proprio come lei. L’arrangiamento del brano è volutamente spoglio, quasi etereo, nel tentativo di trasportare chi ascolta altrove, nel tentativo, forse, di raggiungerla.
zagara
È la prima canzone che ho scritto per questo album, anche se all’epoca non sapevo ancora che ci sarebbe stato. Era l’inizio del 2019: vivevo con i miei, lavoravo come bagnina, studiavo all’università e, nel frattempo, scrivevo canzoni. Mi sentivo insoddisfatta, intrappolata in giorni che scorrevano inesorabili, pieni di impegni ma privi di una direzione chiara. A venticinque anni sei in un limbo strano: non sei più un’adolescente, ma nemmeno un’adulta nel proprio senso del termine.
In quel periodo rilessi Ossi di seppia di Montale e, inutile dirlo, mi sentii completamente compresa. Mi ritrovavo nel suo senso di smarrimento, nell’insoddisfazione, nella percezione di essere in balia di forze incontrollabili e di non trovare un significato certo nella vita. I suoi versi mi trasmettevano l’idea che l’esistenza fosse fragile e destinata a consumarsi, proprio come gli ossi di seppia sbattuti a riva dal mare.
Avevo iniziato a scrivere il testo per raccontare quel malessere, ma poi, a un certo punto, mi sono detta: “Non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui riderò di questi momenti.” E allora, perché non iniziare a riderne già in quel momento? Mi sono accorta che anche Montale, pur nel suo pessimismo, lasciava emergere a tratti la speranza di un’ “occasione”, un momento fugace di verità e bellezza che potesse dare senso all’esistenza.
Zagara – il fiore dei limoni, il passaggio di mezzo tra le foglie e i frutti, un po’ come i 25 anni- vuole essere un messaggio di fiducia nel futuro. La vita, a volte, è molto più semplice di come ce la immaginiamo. Questa nuova consapevolezza ha ispirato anche l’arrangiamento, che è diventato leggero e spensierato, ma senza perdere profondità. Perché la leggerezza non è superficialità, ma, come scriveva Italo Calvino, “planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore”.
cuore/lingua
Nasce nel 2021, in un periodo di forte crisi personale e artistica. Mi sentivo profondamente incompresa, sia dalla persona a me più cara, sia da chi ascoltava le mie canzoni. Speravo di farmi capire senza bisogno di troppe spiegazioni, ma le mie parole sembravano non bastare mai. E nemmeno il silenzio. Questa frustrazione è diventata il nucleo emotivo del brano. La canzone è nata in modo spontaneo, chitarra alla mano, in un pomeriggio d’inverno, quando il buio arriva presto e ti fa credere che la notte sia più lunga del giorno.
È una delle poche canzoni in cui testo e musica sono venuti alla luce insieme, sottolineando ancora di più l’esigenza comunicativa. Il testo, l’armonia e la melodia riflettono un paesaggio grigio, freddo e sbiadito, che si estendeva sia fuori dalla finestra che dentro di me. A volte le sfumature sono sinonimo di possibilità, ma in quel caso risultavano paralizzanti: mi lasciavano sospesa, incapace di scegliere, di definire, di affermare.
L’indefinito si è tradotto anche nelle scelte musicali. Quando siamo entrati in studio per l’arrangiamento, l’obiettivo era trasformare questo stato d’animo in suono, creare una sinestesia tra il colore e il timbro. Abbiamo costruito un’atmosfera che rimanesse in bilico tra potenza ed evanescenza: chitarre elettriche profonde e scure, una batteria dal suono cupo e avvolgente, e un basso sempre presente, solido filo conduttore sotterraneo.
Il risultato è un brano che non cerca risposte, ma si lascia attraversare dal senso di distanza e incomunicabilità, restituendo quell’urgenza di dire, di esprimere, di mettere il cuore sulla lingua, anche quando chi abbiamo di fronte sembra non ascoltare davvero.

fertili
È una canzone che ho scritto pensando a mio fratello. È più piccolo di me di otto anni e, in quel periodo, cercava in me delle risposte che purtroppo non avevo. Non so se ogni età abbia le sue difficoltà o se, invece, ci portiamo dietro gli stessi interrogativi per tutta la vita, semplicemente declinandoli in forme diverse.
Con questa canzone volevo solo fargli sapere che capivo benissimo il suo stato d’animo, perché era anche il mio, nonostante le differenze di età e di esperienze. Ma non sapevo dirgli se il futuro sarebbe stato diverso, migliore. Questa canzone non offre risposte, ma mette in musica i dubbi che probabilmente molti condividono. E forse proprio il fatto che tante persone possano ritrovarcisi, ci da già una sorta di risposta.
Il suono è uno dei più aggressivi dell’album, non perché fossi davvero arrabbiata, ma perché volevo alimentare una certa grinta, la spinta a reagire nonostante l’ignoto e le incertezze. Il ritornello, con il suo ritmo incalzante, fa anche ballare: ballare sui dubbi, non pensarci troppo, godersi il presente mentre si cerca un senso. Mi diverte sempre inserire nei miei brani riferimenti letterari, e in fertili ho ripreso un’immagine da La ginestra di Leopardi: il fiore che cresce sulle pendici del Vesuvio, in una terra devastata, eppure ancora fertile. È un simbolo di resistenza, di vita che si rinnova anche dopo la distruzione, di quanto possa essere forte la delicatezza.
nontiscordardimé
In questa canzone ho scelto un linguaggio più diretto, quasi parlato, perché il destinatario è qualcuno che non può rispondermi a parole: ovvero Amelie, il mio vecchio cane. Quando l’ho presa, convivevo con un ragazzo. Era stata una scelta condivisa, un pezzo di vita costruito insieme. Ma quando la nostra storia è finita, ho dovuto lasciarla andare. Non potevo portarla con me dai miei, e questa è stata una delle sofferenze più grandi: perdere lei insieme a tutto il resto.
Mi sono chiesta a lungo se si sarebbe ricordata di me. Se, nonostante il tempo e la distanza, il nostro legame sarebbe rimasto vivo dentro di lei come lo era dentro di me. Un anno dopo l’ho rivista. Quando le sono andata incontro, mi ha abbaiato come se fossi una sconosciuta. Mi aveva dimenticata. Nontiscordardimé è il pezzo più cupo del disco, la musica accompagna questo senso di vuoto e di perdita: il suono è cupo, sospeso tra nostalgia e dolore.
erba
È una canzone che affonda le radici nel rapporto con mio padre. Scriverla è stato come attraversare un campo di emozioni irrisolte, dove ogni filo d’erba è un tentativo di essere vista e capita. Crescere accanto a una figura che osserva più di quanto parli, che pesa le emozioni invece di accoglierle, ti insegna presto a trattenere, a ingoiare, a ridimensionare ciò che senti. Ti ritrovi a chiederti se il tuo sentire sia un errore, un’esagerazione, qualcosa da correggere. Per questo ho sempre amato l’autunno perché gli alberi piangono senza paura: si spogliano, si lasciano andare, e questo per me è estremamente invidiabile.
“erba” non è solo un viaggio nel dolore, è anche una presa di coscienza. Ho sempre avuto la sensazione di essere cresciuta troppo in fretta e se da un lato il testo racconta il peso di questa crescita obbligata, dall’altro cerca una via d’uscita: non spezzarsi, non farsi schiacciare, trovare la propria forma anche nella vulnerabilità.
“Affilata taglio la strada” è la mia dichiarazione d’intenti. È la consapevolezza di non poter cambiare il vento, ma di poter imparare a piegarsi senza spezzarsi. È l’erba che si abbassa, che si adatta, ma che rimane lì. Ostinata. Presente. E forse è proprio questa la chiave di tutto: comprendere che anche nelle radici più fragili c’è una forza enorme. Che non serve sempre saltare in alto per essere liberi, a volte basta semplicemente riuscire a restare in piedi.
In questo brano i riferimenti sono a una poetessa del ‘900 poco conosciuta, morta suicida a 27 anni: Antonia Pozzi e la sua raccolta Parole.
sempreverde
È stato l’ultimo brano a prendere forma nel disco, come se avesse atteso il momento giusto per rivelarsi. Da tempo cercavo parole da dedicare ad Andrea, mio marito. Parole che fossero all’altezza di ciò che provo per lui, che potessero racchiudere non solo l’amore che ci lega, ma anche tutto ciò che gli auguro, tutto ciò che sogno per noi. Parlare d’amore è complicato. Non per la paura di esporsi, ma perché nulla mi sembrava abbastanza.
Nessuna metafora riusciva a contenere davvero il nostro legame, la sua profondità, la sua naturalezza. Poi, un giorno, mi sono imbattuta in una poesia di una cara amica, che recita: “Pazienza del vento / informe / di dar forma / al seme nelle sue forme.” Grazie a questi versi ho scritto la prima strofa della canzone e a poco a poco tutto il resto. È il brano più intimo del disco. È una canzone lenta, che chiede all’ascoltatore tempo e spazio per lasciarsi scoprire.
Dentro questo pezzo c’è il desiderio di essere un rifugio per chi si ama, la paura di ferire con le parole, la volontà di costruire un legame che non imprigioni, ma apra orizzonti. Ed è qui che ho trovato il titolo del disco, “immagini sensibili”.
a cura di
Redazione

