Non solo glamour e applausi a scena aperta. La storia del Festival di Cannes è costellata anche di rumorose ed eclatanti polemiche. In questo articolo ricordiamo alcuni film che scandalizzarono la Croisette, ricevendo fischi e pesanti critiche. Il motivo? Scopritelo con noi!
Cannes 78. Manca poco alla nuova edizione del Festival più imprevedibile dell’anno, in programma dal 13 al 24 maggio. Il conto alla rovescia è iniziato per cinefili e addetti ai lavori, impazienti di scoprire la ricca offerta cinematografica di quest’anno. Julia Ducournau, Ari Aster, Mario Martone, i fratelli Dardenne. E ancora Kelly Reichardt, Jafar Panahi, Joachim Trier, Richard Linklater. Sono solo alcuni dei nomi che promettono di illuminare la Croisette. Il tutto sotto gli occhi attenti di Juliette Binoche, presidente di una giuria che, tra gli altri, vanta anche la nostra Alba Rohrwacher.
Negli anni, molte delle pellicole che sono passate dalla Costa Azzurra hanno poi conquistato pubblico e critica, vinto decine di premi e, in un modo o nell’altro, fatto parlare di sé. Ma Cannes non è solo eleganza, spiaggia e feste. All’evento più glamour del panorama cinematografico non sono mai mancate le polemiche. Tra dichiarazioni fuori luogo, esodi di massa durante le proiezioni, fischi e aspri dibattiti, scopriamo insieme alcuni dei titoli più scandalosi che hanno destabilizzato il Festival.
Irréversible
Iniziamo con uno dei titoli più criticati della storia di Cannes. Correva l’anno 2002 e alla 55° edizione del Festival sbarca Gaspar Noè con il suo Irréversible. Sdegno ed indignazione accompagnano l’anteprima mondiale del film. Vincent Cassell e Monica Bellucci sono Marcus e Alex, una giovane coppia sposata che scopre di essere in attesa del primo figlio.
Un montaggio non lineare, movimenti di macchina vorticosi e una crescente angoscia claustrofobica rendono la visione ancora più ardua. Ma l’apogeo dello scandalo arriva con una sequenza che, a 23 anni di distanza, fa ancora discutere.

L’orrore si consuma in un sottopassaggio isolato, quando Alex viene aggredita da un uomo e stuprata brutalmente. Quasi dieci minuti di pura crudeltà animalesca, senza edulcorare nulla. Solo il male nella sua forma più pura. Molti spettatori escono di sala, alcuni nauseati, altri scossi, altri ancora irritati da ciò che hanno appena visto. “Scandaloso” e “malato” sono gli aggettivi con cui viene appellata la pellicola e il suo regista.
Epiteti che, da quel momento in avanti, accompagneranno sempre ogni film del regista argentino, che nel 2015 torna a Cannes con Love. Una pellicola non particolarmente scioccante come il film del 2002, ma destinata a rimanere negli annali del Festival per le tante ed esplicite scene di sesso tra i protagonisti. Menage a trois, masturbazione, penetrazioni ed eiaculazioni in primo piano accompagnano la visione del pubblico in sala, che ne esce a dir poco contrariato.
La grande abbuffata
Facciamo un bel salto indietro nel tempo, al 1973. Edizione numero 26. Viene presentato in concorso La grande abbuffata, film di Marco Ferreri con un cast di stelle: Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Andréa Ferréol. La storia è nota: quattro amici – un pilota d’aerei, uno chef, un regista televisivo e un magistrato – decidono di ritirarsi in una villa alle porte di Parigi, rifornendosi di ogni tipo di pietanza, con il manifesto obiettivo di mangiare fino alla morte.

L’anteprima festivaliera divise nettamente il pubblico e polarizzò il parere della critica. Generò uno scalpore tale da dover garantire una scorta al regista e al cast per uscire dalla proiezione, mentre venivano ricoperti di fischi e insulti.
A creare disagio fu l’uso metaforico del cibo, inteso come mezzo per interpretare, criticare e distruggere le sovrastrutture sociali. E poi rutti, vomito, peti, sesso, bagni inondati di escrementi. Di tutto e di più. Del resto Marco Ferreri non è mai stato un regista accomodante o sobrio. Basti pensare a film come L’harem, La cagna o Non toccare la donna bianca.
Gli unici sostenitori? I Cahiers du cinéma, che lo considerarono idealmente come capitolo finale della “trilogia della degradazione”, insieme a Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci e La maman et la putain di Jean Eustache.
La vita di Adèle
Altra edizione, altro scandalo. Questa volta, a finire sotto i riflettori è La vita di Adèle, premiato nel 2013 con la Palma d’oro. Il film, diretto dal tunisino Abdellatif Kechiche, è l’adattamento cinematografico del romanzo a fumetti Il blu è un colore caldo di Jul’ Maroh, e vede come protagoniste Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos nei panni di due giovani ragazze che vivono un’intensa e turbolenta storia d’amore.

A destare scalpore furono le intense e lunghe sequenze erotiche tra le due protagoniste. Un erotismo fine a sé stesso, accusato di voler solo appagare lo sguardo maschile. Scene di sesso senza filtri, esasperate e (per molti) eccessive. Il film ha fatto parlare di sé anche in virtù del comportamento dello stesso Kechiche sul set. Sia Léa Seydoux che Adèle Exarchopoulos, anche loro premiate con la Palma d’oro, si sono scagliate contro il regista per le orribili condizioni di lavoro.
Ore e ore di riprese, senza sosta, sempre più intense, che hanno portato le due attrici allo sfinimento, dichiarando che non avrebbero più lavorato con lui. “Le riprese sono state dure, oppressive. – ha confermato Seydoux – Abbiamo potuto vedere il film solo a Cannes, scoprendo che era rimasto solo il 5% di quanto avevamo girato. In nessun’altra professione si accetterebbe quello che abbiamo subìto”.
The Brown Bunny
Facciamo un salto indietro di dieci anni. È il 2003 e alla 56° edizione del Festival Vincent Gallo presenta in concorso The Brown Bunny, il suo secondo film da regista. Al centro della storia troviamo il motociclista Bud Clay (interpretato da Gallo), che si tuffa in un viaggio attraverso gli Stati Uniti nel disperato tentativo di liberarsi dalla sua ossessione per l’ex fidanzata Daisy.
Il film, già criticato per la sua trama sconclusionata, finì nell’occhio del ciclone per la scena finale, dove Chloe Sevigny (al tempo compagna reale di Gallo) pratica del sesso orale al protagonista. Fellatio, per di più, non censurata. Scena che portò Kirsten Dunst e Winona Ryder, precedentemente contattate per il ruolo di Daisy, a rifiutare categoricamente di prendere parte al film.

The House that Jack Built
Concludiamo con il re dello scandalo: Lars Von Trier. Ospite fisso del Festival di Cannes fin dal 1984 quando presentò il suo primo film, L’elemento del crimine, il regista danese ha sempre scosso la Croisette. Sia per l’audacia, la violenza, l’esasperazione dei suoi film, sia per dichiarazioni a dir poco sconvolgenti.
Una storia d’amore e odio quella col Festival, che negli anni non ha comunque mancato di premiare alcune delle sue opere. Dal Premio della giuria per Europa nel 1991 al Grand Prix Speciale della Giuria per Le onde del destino nel 1996, fino alla Palma d’oro conquistata nel 2000 col bellissimo Dancer in the Dark.

Dopo essere stato sonoramente fischiato per il suo Antichrist nel 2009, von Trier torna al Festival anche nel 2011 con il magnifico Melancholia. Un film che poteva valergli la seconda Palma d’oro della carriera, se non fosse stato per le sue dichiarazioni antisemite pronunciate durante la conferenza stampa di presentazione. “Per molto tempo ho pensato di essere ebreo e ne ero felice, poi ho scoperto che ero nazista: la mia famiglia, gli Hartmann, è tedesca. E anche questo mi ha fatto piacere”.
Gelo in sala stampa. Giornalisti attoniti e una Kirsten Dunst in evidente disagio. Non contento, von Trier ha poi rincarato la dose. “Capisco Hitler. Ha fatto cose sbagliate, ma me lo immagino alla fine, seduto nel bunker. Simpatizzo per lui”. Dichiarazioni inaccettabili per il direttore generale del Festival Thierry Frémaux, che espulse con effetto immediato il regista, definendolo “persona non gradita”. Il suo film restò comunque in gara.
Dopo 7 anni di esilio forzato, mette nuovamente piede a Cannes durante la 71° edizione. Per l’occasione presenta fuori concorso The House that Jack Built, con Matt Dillon, Uma Thurman e Bruno Ganz. Il film, diviso in cinque “incidenti”, vede Dillon nei panni di un feroce serial killer che vuole trasformare i suoi delitti in opere d’arte. Omicidi efferati e inaudita violenza provocarono grida di orrore durante l’anteprima mondiale del film.

Si dice che più di cento persone uscirono di sala prima della fine, sconvolte e indignate da ciò che stavano vedendo. Immagini talmente cruente da essere state censurate anche in Italia, dove il film circolò in due versioni: una integrale in lingua originale, l’altra doppiata e priva delle scene incriminate.
a cura di
Alessandro Michelozzi

