La Storia e Io: le donne di Alba de Céspedes

La Storia e Io: le donne di Alba de Céspedes
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L’armistizio

L’8 settembre del 1943, alle 19:42, il generale Pietro Badoglio annuncia ai microfoni dell’EIAR l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, firmato con gli anglo-americani qualche giorno prima.

[…] Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza […]

Il suo proclama segna, in maniera controversa, l’inizio della fine della guerra.

Alba De Céspedes e la resistenza

Quel giorno Alba de Céspedes si trova a Roma, ma decide di provare a lasciare la città per raggiungere le zone già libere a Sud. In quei mesi inizia a lavorare per Radio Bari, la prima radio libera, firmandosi Clorinda. Racconta, durante il programma Italia Combatte, il suo attraversamento delle linee. Parla, però, principalmente alle donne, invitandole ad una “sorda e silenziosa resistenza”

A settembre del 1944, in una Roma finalmente libera, fonda la rivista letteraria Mercurio. Mensile di politica, arte e scienza attiva fino al 1948. Si tratta di un progetto culturale che unisce passione civile e interesse letterario. Vi aderiscono, e collaborano, personalità come Sibilla Aleramo, Paola Masino e Natalia Ginzburg

In seguito Alba collabora con il settimanale Epoca, diretto allora da Enzo Biagi, per cui cura la rubrica Dalla parte di lei, che diventerà poi anche il titolo di un suo romanzo. Pubblicato nel 1949 racconta la lotta antifascista e la resistenza ma anche, in modo estremamente introspettivo, la delusione delle donne nel vedere mancate tutte le promesse di cambiamento in merito alla loro situazione.

Sibilla Aleramo, Maria Luisa Astaldi e Alba de Céspedes, Fonte: Internet
Nessuno torna indietro

De Céspedes parla spesso alle donne e di donne, e lo fa fin dal suo primo romanzo. Nessuno torna indietro viene pubblicato nel 1938 da Mondadori, nonostante i tentativi di censura da parte del regime fascista. Le vale il Premio Viareggio, ex-aequo con Vincenzo Cardarelli, che le verrà ritirato poche ore dopo per motivi politici.

L’opera, nonostante i numerosi tentativi di sabotaggio, raggiunge un enorme successo internazionale. Viene tradotta in 18 lingue e nel 1940 raggiunge in Italia la quattordicesima edizione.

Nessuno ha avuto un grande successo. Sono stata sepolta sotto una valanga di lettere, oggi ancora quella entusiasta di Ugo Betti, vero poeta. Eppure la lettera di quella ragazza di Lucca che non conosco che non conoscerò mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. Sono andata alla finestra per divagarmi guardando il Fraiteve e lo vedevo tutto bianco attraverso le mie lacrime. Diceva tra le altre cose: “sono fiera di mandare all’estero un così bel romanzo italiano”. E m’è sembrato che io non dovessi chiedere più altro al destino. Vorrei portare la letteratura italiana sulle mie spalle ai primi posti del mondo.

Alba de Céspedes, Fonte: Internet

Conoscendone la storia la prima cosa che lascia perplessi, finita di leggere l’ultima pagina del libro, è che la scrittrice non parli mai di politica. Almeno non in modo diretto, perché si limita a descrivere la società attraverso gli occhi e le aspirazioni di otto ragazze. Ed è questo il problema: Alba da vita a delle protagoniste diverse dalle puericultrici d’Italia che desidera il fascismo, ma crea donne libere di desiderare e di sentirsi deluse.

Le donne di Alba

Vinca, Valentina, Augusta, Silvia, Xenia, Anna, Milly e Emanuela hanno tutte intorno ai vent’anni. Si incontrano al Collegio Grimaldi di Roma, a due passi da Villa Borghese, tra l’autunno del 1934 e l’estate del 1936. Sono estremamente diverse tra loro, come differenti sono le loro provenienze geografiche ed il loro ceto sociale.

Pagina dopo pagina viviamo con loro la difficoltà di diventare adulte, intessendo rapporti che sanno già non duraturi e non condividendo, invece, i segreti ed i desideri più intimi.

È come se fossimo su un ponte. Siamo già partite da una sponda e non siamo ancora giunte all’altra. Quella che abbiamo lasciato alle nostre spalle, nemmeno ci voltiamo a guardarla. Quella che ci attende è ancora avvolta nella nebbia. Non sappiamo che cosa scopriremo quando la nebbia si dissiperà. Qualcuno si sporge troppo per meglio vedere il fiume, cade e affoga. Qualcuna, stanca, si siede in terra e resta lì, sul ponte. Le altre, quale bene quale male, passano all’altra riva.

Diversi sono anche i destini che vorrebbero disegnarsi: c’è chi sogna di poter far carriera, chi l’emancipazione economica e chi l’amore. Chi non vede l’ora di tornare a casa e chi è atterrita all’idea di dover lasciare Roma per il paesino da cui è scappata.

Alba de Céspedes, sperimentando sia con lo stile che con il contenuto e con un punto di vista corale ma non dispersivo, racconta i differenti percorsi senza mai macchiarsi di giudizio ma, sopratutto, dando voce alle sue protagoniste infrange l’idea della donna creata dal regime, che dominava la cultura e la società.

Nel giorno in cui festeggiamo i primi passi del nostro paese verso la libertà dalla dittatura, dobbiamo anche ricordare che la nostra resistenza non può più permettersi di essere silenziosa come quella che de Céspedes insegnava nel 1943 via radio. Abbiamo bisogno più che mai di far sentire le nostre voci. Perché la politica non può e non deve avere – nuovamente – la libertà di fare dei nostri corpi e dei nostri diritti bieca propaganda populista.

a cura di
Andrea Romeo

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