“Non siamo al centro del mondo”, l’inno al decentramento di Sgrò feat. Fanfara Station

“Non siamo al centro del mondo”, l’inno al decentramento di Sgrò feat. Fanfara Station
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Il nuovo singolo del cantautore Sgrò in collaborazione con il trio cosmopolita Fanfara Station: un invito a superare confini e aprirsi a nuove contaminazioni.

Francesco Sgrò, in arte solo Sgrò, pubblica il suo primo album “Macedonia” lo scorso 19 novembre. Questo 15 luglio è uscito il nuovo singolo “Non siamo al centro del mondo” feat. Fanfara Station, un brano in cui l’universo cantautorale dell’artista si fonde alla world music del trio, fatta di fiati, elettronica e canti del Maghreb, trovando il suo perfetto equilibrio.

La copertina del singolo

Non Siamo al Centro del Mondo è un brano che esorta alla contaminazione e al superamento dei confini, all’uscire dai propri schemi quotidiani e al trovare piacere nella novità e nella scoperta, non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello testuale. Un’operazione che meritava assolutamente un approfondimento: abbiamo intervistato Sgrò per voi ed ecco cosa ci ha raccontato!

Ciao Sgrò, benvenuto a The Soundcheck! Il 15 luglio è uscito il tuo nuovo singolo “Non siamo al centro del mondo” feat. Fanfara Station. Da dove è partita l’idea di questa collaborazione?

Ciao! L’idea della collaborazione è merito di Andrea Ciacchini, produttore artistico di tutto l’immaginario musicale delle mie canzoni e supervisore anche di questo singolo. Andrea, infatti, ha saputo intuire che l’intenzione espressa dal testo, cioè, in sintesi, desiderio di decentrarsi per scoprire lati nuovi di sé e del mondo, dovesse essere sottolineata anche a livello di arrangiamento. Perciò ha pensato che la world music dei Fanfara Station potesse dare alla canzone le spinte centrifughe che raccontava.

Dal punto di vista compositivo, le sfumature e le contaminazioni in questo brano sono ricche e variopinte. Il cantautorato di Sgrò incontra il sound più etnico e la lingua araba del trio Fanfara Station. Come siete riusciti a creare questa crasi tra diversi generi musicali? Come avete sviluppato il brano in fase di realizzazione?

Coniugando uno dei verbi che preferisco, il verbo incontrare. Tutto è nato incontrandosi. L’incontro, che è stato di parole, di immagini, di musica, di motivazioni, è quello che ha permesso di dare voce a questa canzone. In pratica, ci siamo trovati in uno studio di registrazione a Firenze e lì abbiamo provato. Poi, una volta riascoltato tutto il materiale, abbiamo individuato le cellule ritmiche e melodiche più interessanti. Così è nato l’arrangiamento, arrangiamento che, nelle settimane successive, ha avuto anche un’importante aggiunta, cioè la chitarra elettrica di Marcello Giannini, che è la chitarra dei meravigliosi Nu Genea.

Foto di Vanessa Pinzoni
«Nel fantastico Occidente si ha sempre la sensazione che il centro sia il bene, il punto di equilibrio, il luogo naturale di convergenza al riparo da eccessi e da posizioni estreme. Ma se invece provassimo a uscire allo scoperto, a integrarci e contaminarci con prospettive nuove e periferiche, a frequentare i bordi e i margini, ad abitare le crisi, al di là dei confini stabiliti, non ne usciremmo forse più pieni, più consapevoli e meno spaventati dalle violazioni della nostra presunta integrità?», racconti del brano. Il testo infatti ha un forte significato sia personale che politico, un invito ad andare oltre la sicurezza della propria quotidianità e dare spazio alla novità e all’integrazione. Quando è stato scritto e a che lato del tuo vissuto è legato?

Questa canzone è stata scritta poco tempo fa, a marzo. Ricordo dov’ero, in camera, sulla sedia, con una gamba appoggiata sul bracciolo e l’altra penzoloni, che non toccava il pavimento. Avevo la chitarra in mano, e il ritornello mi è uscito lì, con la luce del dopo pranzo che entrava dalla finestra. Sicuramente questa canzone ha dentro gli echi sia di tutta una politica che ha rifiutato drasticamente qualsiasi processo di integrazione con i fenomeni migratori, sia degli anni del covid, anni in cui la prossimità con l’altro è stata forzatamente limitata e condannata. L’altro, infatti, si è trasformato da possibilità di incontro, e quindi di amore, a certezza di contagio, e quindi di morte.

Però, ti confesso che, forse, la canzone viene da un vissuto ancora precedente. Infatti, appena ho scritto il ritornello, mi sono ricordato di una serata di dieci anni fa passata con mio fratello. Lui era venuto a trovarmi a Bologna, eravamo finiti in un centro sociale, eravamo sotto cassa, forse era già l’alba, e a un certo punto mi disse “se muori, questa musica continuerà ad andare avanti, ricordatelo, il mondo non sta ad aspettare te”. Ecco, la frase del ritornello “non siamo al centro del mondo” credo che venga da lì, da quel decentramento forzato a cui ero stato ricondotto da mio fratello. Per me è sua la voce che nell’orecchio mi sussurra quotidianamente “non sei al centro del mondo”. E ha ragione. Anche se probabilmente le sue intenzioni inconsce nel dirmi quelle parole erano altre, a me serve per ricordarmi che non sono immortale, che il tempo passa, e che rimandare non serve a niente perché il mondo è di chi parla e non di chi tace.

Ti hanno definito un “cantautore domestico”: intimo, metaforico e autoironico. Il primo album, Macedonia, è uscito dopo un lungo periodo di incertezze e diversi lockdown, un periodo in cui chiudersi in casa nella propria intimità era l’unica cosa possibile. Quest’estate, così come la scorsa, stai avendo modo di portare la tua voce in giro per le strade d’Italia e così andare oltre la riservatezza dei muri di casa. Come ha influito, se lo ha fatto, questo momento altalenante nella composizione dell’ultimo periodo?

Sicuramente ha influito, perché questo periodo penso che abbia ricordato con forza un po’ a tutti che non siamo padroni del nostro tempo, ma siamo come in affitto, governati da leggi e da istituzioni che possono, quando vogliono e senza dare troppe spiegazioni, sfrattarci.

Foto di Vanessa Pinzoni
Parlando di concerti, la dimensione del live è un’esperienza di intimità, ma soprattutto di apertura e condivisione. Come la stai vivendo e affrontando?

Prima hai parlato di “portare in giro la voce”. È un’espressione bellissima e verissima. Quando canto, infatti, non porto in giro semplicemente delle canzoni, ma porto in giro la mia voce. E la voce è una cosa molto più profonda di quello che sembra. Per portarla in superficie a rivedere le stelle ce ne vuole, visto che vive spessissimo dentro anni di buio, di caverne, di ragni e di ragnatele, ma quando emerge, spunta come un fiore di campo in mezzo alle rocce. È bello vederla fiorire. Stupisce anche me. Infatti sono molto contento di suonare live, pensa che fino a qualche mese fa ne ero totalmente terrorizzato, non avevo il coraggio di spogliarmi, non mi piaceva la mia nudità. Adesso invece riesco a viverla decisamente meglio.

Tramite il tuo sito (fantastico!) hai sempre sviluppato idee di promozione estremamente personali: la tua rivista immaginaria, il love test… un’idea che trovo molto originale e che mette in luce il lato ironico di Sgrò. Continuerai a utilizzare questo canale per comunicare in modo alternativo?

Il sito lo vorrei utilizzare di più, a volte penso che vorrei renderlo anche una pagina di diario in cui appunto tutto quello che penso, giorno per giorno, poi però mi dico “ma a chi potrà mai interessare?”. Il tuo “fantastico!”, che oggi mi metto in tasca e lo porto stretto con me, mi ha dato una grande energia. Quindi, chissà. Magari in futuro mi inventerò qualcos’altro come comunicazione.

Un nuovo singolo preannuncia, solitamente, un nuovo album. E a noi piacciono molto gli spoiler… quali sono i progetti del tuo prossimo futuro? Dopo questo singolo, abbiamo una gran voglia di cantare e ballare!

Che bello! Allora, sto lavorando a un album nuovo, è vero, ma sono in una fase ancora di revisione. Vorrei arrivare a fine settembre che ho ultimato l’ennesima revisione sui testi. Poi registrerò la voce. Non ho idea però quando uscirà la prossima canzone. Sicuramente tra molto. Adesso l’obiettivo è suonare il più possibile e promuovere come si deve non solo questo singolo ma anche “Macedonia”.

  a cura di
Chiara Serri

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