“Yellow Fleet”: quella volta che il canale di Suez rimase chiuso per otto anni

“Yellow Fleet”: quella volta che il canale di Suez rimase chiuso per otto anni
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Per diversi giorni si è parlato dell’enorme nave portacontainer Ever Given bloccata nel Canale di Suez e del conseguente collo di bottiglia del traffico marittimo. Dopo sei lunghi giorni la nave è stata disincagliata, ma la storia ci ricorda che poteva andare ben peggio di così.
Non tutti lo sanno, ma quello della Ever Given è solo l’ultimo episodio che ha visto il canale di Suez chiuso. Nel 1967 non avvenne solo per qualche giorno, ma addirittura per otto anni.

Yellow Fleet: la storia

Nel 1967 quattordici navi da carico stavano viaggiando attraverso il canale quando scoppiò la guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi arabi vicini: Giordania, Egitto e Siria.

Il canale di Suez si trasformò quindi, in quell’occasione, in un campo di battaglia. Israele vinse il controllo della sponda orientale del canale, mentre l’Egitto mantenne l’ovest.

Al termine del conflitto le autorità egiziane decisero quindi di chiudere il passaggio, per impedire a Israele di utilizzarlo, bloccando le navi che si trovavano al suo interno e facendole ancorare nella parte più ampia di Suez, il Great Bitter Lake, ovvero il Grande Lago Salato. Nonostante la guerra durò appena pochi giorni, le navi rimasero bloccate lì per i successivi otto anni, tanto che furono soprannominate “Yellow Fleet“, ovvero flotta gialla, a causa della sabbia del deserto che si depositò sopra durante il periodo di fermo.

Le barche provenivano da Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Polonia, Svezia, Germania Ovest, Regno Unito e Stati Uniti. Niente può incarnare il classico detto del “trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato” più della storia della Yellow Fleet. Infatti, a causa del conflitto lampo gli equipaggi delle navi rimasero a bordo per mesi prima di ricevere il cambio, necessario per proteggere il contenuto dei cargo.

Alcol, francobolli e giochi olimpici

Le compagnie non volevano lasciare le barche abbandonate senza equipaggio, quindi si organizzarono con un’associazione di mutuo soccorso, la Great Bitter Lake Association, fondata sulla Melampus, battente bandiera britannica. Ogni nave aveva un dovere “speciale”. Il mercantile polacco svolgeva la funzione di ufficio postale, quello inglese ospitò le partite di calcio, una nave divenne un ospedale, un’altra un cinema. La tedesca Nordwind ospitò una sorta di chiesa. “Noi la chiamiamo chiesa“, raccontò il capitano Paul Wall al Los Angeles Times nel 1969 “ma in realtà è più una festa della birra“.

Non c’era molto da fare nel Canale di Suez, quindi i marinari si trovarono a socializzare. Vennero organizzati addirittura dei veri e propri giochi sportivi, nel 1968, anno delle Olimpiadi. I cosidetti Bitter Lake Olympic Games comprendevano diverse discipline: vela, tuffi, atletica, tiro con l’arco, salto e pallanuoto. Tutto organizzato con materiali di fortuna. La Polonia si aggiudicò il maggior numero di medaglie, seguita da Germania e Regno Unito.

La Great Bitter Lake Association trovò anche il modo di creare speciali francobolli realizzati a mano.

Ma, più di tutto il resto, vennero consumate enormi quantità di alcol. Si pensa addirittura che venne bevuto un milione e mezzo di bottiglie di birra. Infatti, i tedeschi ricevettero birra gratis dai birrifici di casa, per rinfrancare lo spirito dei marinai.

La festa è finita

Nel 1975, quando le navi vennero liberate, solo due riuscirono a rimettersi in moto, le tedesche Münsterland e Nordwind. Le altre erano talmente deteriorate da dover essere rimorchiate.

La Great Bitter Lake Association fu sciolta e vennero realizzati gli ultimi francobolli commemorativi, ambiti ancora oggi dai collezionisti, per dire addio al Canale di Suez.

a cura di
Daniela Fabbri

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Daniela Fabbri

Daniela Fabbri

Sono nata nella ridente Rèmne, Riviera Romagnola, nel 1985. Copywriter. Leggo e scrivo da sempre. Ho divorato enormi quantità di libri, ma non solo: buona forchetta, amo i racconti brevi, i viaggi lunghi, le cartoline, gli ideali e chi ci crede. Nutro un amore, profondo e viscerale, per la musica, in tutte le sue forme. Sono fermamente convinta che ogni momento della vita debba avere una colonna sonora. Potendo scegliere, vorrei che la mia esistenza fosse vissuta lentamente, come un blues, e invece sono sempre di corsa. Mi piacciono gli animali. Cani, gatti, procioni. Tutti.

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