Dischi che escono – Febbraio 2021

Dischi che escono – Febbraio 2021
Condividi su
Dieci dischi a cui dare la fiducia qualora venga meno quella nei governi

Ho comprato Rumore di febbraio per la copertina con Chris Cornell, da esporre nel reliquiario grunge della mia libreria. Non lo facevo da secoli, e mi ha dolorosamente atterrito la quantità di recensioni presenti in un singolo numero: duecentocinquantaquattro.

Penso che sia il numero di dischi che ho ascoltato negli ultimi 4 o 5 anni, io che ho il vezzo di considerarmi un ascoltatore abbastanza seriale. Ho fissato dunque la mia asticella ad almeno 100 all’anno e quelli che seguono sono i miei dieci ascolti principali del mese di febbraio. Alcuni, tutto sommato, avrei preferito non sentirli.

Foo Fighters – Medicine at Midnight

Quell’imbarazzo fatto canzone di Waiting on a War, le mille volte che è passata su Virgin o Radio Freccia mentre ero in auto, mi faceva scattare immediatamente la mano destra a cercare le mazurche su Radio Torino Popolare.

Shame Shame, al contrario, era monotona, ma faceva sperare in un minimo cambiamento di formula. Alla fine i Foo Fighters rimangono sempre loro stessi tranne in due brani (ottimi: la title track e Chasing Birds), e per il resto sono sempre più prevedibili, noiosi e avvilenti.

In definitiva un mucchietto di canzoni utili solo a rinfrescare le scalette dei concerti in un’epoca in cui comunque di concerti non se ne parla.

Leggi anche la recensione dettagliata di Medicine At Midnight di Edoardo Siliquini

L’highlight: la title track
Per chi apprezza: i ribaltoni annunciati che lasciano tutto al loro posto (per approfondire digitare su google “Draghi”)
Voto:
5/10

Psychedelic Porn Crumpets – SHYGA! The Sunlight Mound

Il trinomio indissolubile tra raggae, sostanze psicotrope e feste d’appartamento che vige dalle nostre parti mi ha portato con gli anni (ma anche coi mesi) a provare enorme malsopportazione per ciascuna delle tre componenti. In realtà, probabilmente, tenderei ad odiare qualsiasi cosa associata prepotentemente al reggae.

Questo è il motivo per cui invidio gli australiani, la loro cultura musicale degli ultimi vent’anni. Hanno un sacco di problemi gli australiani, hanno tantissimi animali che potrebbero ucciderli, attorno a loro prende fuoco un po’ tutto, ma almeno mi pare di capire che nelle circostanze in cui si riducono collettivamente malissimo non mettano Bob Marley (se va bene) o Alborosie (se va malissimo).

Me lo fanno pensare da sempre i Tame Impala, i King Gizzard and The Lizard Wizard, anche questi Psychedelic Porn Crumpets che seguono sempre lo stesso canovaccio: dischi interi dediti a un bordello di psych/stoner dalle strutture arzigogolate e dai tempi velocissimi, dai testi senza senso, dal tono sempre su di giri. Che poi se si riuscisse ad analizzarli lucidamente ci si renderebbe conto che sono pure dei musicisti dannatamente bravi.

L’highlight: Mr. Prism
Per chi apprezza: non capire niente
Voto: 6.5/10

Gazzelle – OK

Ricordo che la primissima canzone che mandai alla mia fidanzata, ai tempi, fu Pariah di Steven Wilson. Lei dopo qualche giorno mi rispose con Non mi ricordi più il mare di Gazzelle.

Gli anni sono passati e, se adesso probabilmente ci penserei cinquecento volte prima di mandare l’ultimo singolo di Steven Wilson a una persona su cui voglio fare colpo, Gazzelle ha decisamente approfittato del processo di secolarizzazione dell’indie depresso operato principalmente da Calcutta (a proposito, dove sei Calcutta?) per suonare confortevole e tradizionale, praticamente quanto Antonello Venditti (se si lascia perdere la pagliacciata con tha Supreme).

L’highlight: GBTR (che, attenzione, non è la normativa sulla privacy)
Per chi apprezza: andare sul sicuro
Voto: 6/10

The Pretty Reckless – Death by Rock and Roll

[Disclaimer: il responsabile Andrea Mariano adora questo disco ma molto cavallerescamente mi lascia totale libertà di espressione. In ambienti meno socialisti probabilmente questa recensione non sarebbe mai stata scritta.]

Anche Death by Rock and Roll è passata su Radio Freccia più della pubblicità della lotteria degli scontrini. All’inizio ho avuto difficoltà a ricondurla a Taylor Momsen, che anagraficamente dovrebbe avere 27 anni ma vocalmente ha raggiunto una profondità e maturità a metà strada tra Doro Pesch e la moglie di Robert Fripp.

L’album dei carini incoscienti, grazie alla (e per colpa della) succitata voce, finisce per essere un concentrato nauseante di nostalgia del ROCK!!! (tutto maiuscolo, e non uno, non cinque, ma esattamente tre punti esclamativi) che fa sembrare i Greta Van Fleet degli esseri strani venuti a preconizzare la musica del 2200.

Da segnalare su traccia 2 Kim Thayil dei Soundgarden che deve trovare fondi per portare in tribunale la vedova Cornell, e su traccia 3 il king del cringe Tom Morello e la sua chitarra-ambulanza seguita da un coretto di bambini.

L’highlight: 25 con un testo diverso potrebbe essere una dignitosa Bond song
Per chi apprezza: il ROCK!!! e Andrea Mariano
Voto: 4/10

Dua Lipa – Future Nostalgia (The Moonlight Edition)

Future Nostalgia sembra una specie di Grand Theft Auto V applicato all’industria musicale, e sta dichiaratamente cercando di polverizzare i record di album più pubblicato di sempre in formati e varianti differenti.

Dopo un’inutilissima raccolta di remix, questa volta il delta consta di una manciata di bonus track casuali che mettono in evidenza in ogni nota perché fossero state scartate in prima istanza, e che con il mood da Chic del nuovo millennio dell’album non c’entrano assolutamente niente.

Quello che va dalla traccia 1 alla 11 rimane comunque un discone pop quasi generazionale, e la copertina può invogliare all’acquisto molto più dell’originale. Da un punto di vista squisitamente collezionistico, sia chiaro.

L’highlight: Love Again
Per chi apprezza: incorniciare i vinili
Voto: 6/10

God is an Astronaut – Ghost Tapes #10

Ascoltare assiduamente post-rock con gli anni deve essere diventato come tifare per il Napoli e vedere i tiri a giro di Insigne, ogni maledetta volta sempre gli stessi. Ogni tanto a togliere le ragnatele, ogni tanto in curva, diversi nel punto di arrivo ma tutti uguali nella preparazione, nella traiettoria, nella potenza.

I God is an Astronaut con Ghost Tapes fanno una x su tutte le caselline degli stereotipi del genere e producono l’equivalente musicale di un insulso tracciante tra le braccia del portiere immobile (minuscolo, aggettivo: un centravanti in porta sarebbe un’inattesa particolarità che non ha equivalenti nell’opera in questione).

L’highlight: il riff dei nove album precedenti
Per chi apprezza: perdere tempo
Voto: 3/10

Mogwai – As The Love Continues

Mi ricollego alla precedente metafora calcistica e sono sicuro che gli stessi Mogwai apprezzeranno, avendo firmato di loro pugno la colonna sonora del documentario sulla vita di Zidane. Questo tiro a giro di Insigne dei Mogwai finisce in porta: non è roba da spellarsi le mani, non è a fil di palo ed è a mezza altezza, ma è comunque dentro, è efficace. Serve.

Gli scozzesi si confermano maestri nel miscelare riff molto educati ed elettronica a volte molto spinta (Here We, Here We, Here We Go Forever pare un pezzo dei Daft Punk. A proposito, addio Daft Punk). Si concedono il lusso di scrivere Ritchie Sacramento, il pezzo più tradizionale e cantato di 25 anni di carriera. Un’ora e un minuto è però effettivamente troppo e buona seconda metà del disco poteva essere falciata senza l’ombra di un rimpianto.

L’highlight: Ritchie Sacramento – ci rivediamo a fine anno nella mia personale top 10
Per chi apprezza: colonne sonore non invasive per qualsiasi momento
Voto: 6.5/10

Ex:Re – Ex:Re with 12 Ensemble

Dopo un anno e fischia di Covid, di concerti irrealizzati e irrealizzabili e di album rimandati a data da definirsi, un po’ tutti gli artisti si sono organizzati come potevano per proporre varianti più o meno live delle proprie opere che provassero a sostituire l’insostituibile.

Elena Tonra ha a quanto pare un album già pronto con i suoi Daughter che vedrà la luce chissà quando. Nel frattempo quel che arriva è una variante realizzata con un’orchestra di 12 elementi del suo ottimo album solista d’esordio.

I lamenti delle viole e dei violini si sovrappongono ai già presenti lamenti vocali in maniera credibile e drammatica, per un’opera riuscitissima ma dal carico emotivo difficilmente sostenibile, se non a dosi moderate. Di sicuro c’è la conferma che Tonra anche fuori dalle post-produzioni è capace di offrire performance di tutto rispetto.

L’highlight: Liar
Per chi apprezza: Non vedere vie di fuga
Voto: 6/10

King Gizzard & The Lizard Wizard – L.W.

Quando scrivevo la micro-recensione degli Psychedelic Porn Crumpets sopra citavo gisto i King Gizzard. Succedeva appena due settimane fa, ed ecco spuntare questi altri sciroccati australiani con un nuovo disco (cosa che succede a cadenza per lo più mensile).

Con L.W. si conclude la trilogia di esplorazioni microtonali degli australiani. Il disco, quindi, è l’ennesimo macello di accordature strane, tempi ancora più strani, vibrazioni orientaleggianti e psichedelia aggravata ma allegrotta.

Indispensabile per i tanti fan, parecchio fresco per chi vuole farsi un’idea, anche di striscio, su cos’è al giorno d’oggi la musica per cervelloni.

L’highlight: i tempi di Static Electricity
Per chi apprezza: finzioni orientali e musica complicata
Voto: 7/10

Maximo Park – Nature Always Wins

La dimostrazione che il titolo di quest’album è una spaventosa e consapevole menzogna sono i Maximo Park stessi. Reduci della primissima ondata di indie rock inglese di inizio 2000, ancora immutati e testardissimi nel riproporre un sound di cui ormai non se ne può più.

Se esistesse selezione naturale, i Maximo Park ora starebbero facendo altro: sarebbero dei professionisti o al massimo scriverebbero trafiletti sul mondo musicale sui tabloid, come i calciatori che diventano opinionisti a fine carriera. E invece no. La band pubblica Nature Always Wins.

A dire il vero, qualche buon pezzo perché somigliante a Books from Boxes (anno 2007) nella tracklist c’è. Purtroppo, tra brani inutili e innocui affiorano anche quelle acute e plasticose tastiere che sono signature sound di chi finge di svecchiarsi, sapendo già in partenza di non avere speranze. Un po’ come i vecchi che vanno in giro con le Gazzelle (le Adidas, non il cantante) rosse o celesti.

L’highlight: Versions of You
Per chi apprezza: Tornare con la mente a quando aveva 15 anni per rendersi conto con tremenda amarezza che sono passati 20 anni
Voto: 3.5/10

a cura di
Riccardo Coppola

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – Sono Dio, il nuovo singolo di Davide Papa
LEGGI ANCHE – “Tribù urbana” di Ermal Meta: un puzzle di vita
Condividi su
Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *