Silek oggi è un rapper solista, un comunicatore che cerca il punto di equilibrio tra forma e contenuto

Silek oggi è un rapper solista, un comunicatore che cerca il punto di equilibrio tra forma e contenuto
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Carnival è il nuovo progetto di Silek, ma soprattutto di Simone, rapper made in Padova, di lungo corso, sia di gruppo sia solista. Un album di otto brani, dalle tinte oscure e dai testi intimi con una radice hip hop ma contaminate da altre incursioni sonore, come da molto nei progetti di Silek, spaziando dall’elettronica al reggae, passando per il boom bap.

Domanda di rito: chi è Silek e cosa vuole trasmettere con la sua musica?

Risposta di rito: Silek è lo pseudonimo di Simone, un ragazzino appassionato e fervido credente nella cultura Hip Hop e amante di tutta la black culture. Ho iniziato a rimare e usare questo nome nel 1996 quando con la mia formazione Dozhens abbiamo dato vita al primo gruppo Rap di Padova, piantando un seme importante, con cui abbiamo lasciato 3 album e girato l’Italia live.

Silek oggi è un rapper solista, un comunicatore che cerca il punto di equilibrio tra forma e contenuto. Sono sempre stato definito Hardcore nel mio modo di approcciarmi alla materia, ma è un aggettivo che sento non appartenermi più, o almeno mi interessa davvero molto poco, anzi mi sta stretto.

Il mio oggi lo concepisco come un progetto di comunicazione dove la parola è il fulcro, domani magari sarà più spostato solo sulla scrittura o solo sulla musica, vedremo. Quello che cerco di trasmette con la musica, non lo so, lo sapevo da ragazzino, ma a quell’età hai quella presunzione di avere una missione che poi per fortuna perdi, oggi non so cosa voglio comunicare, so che fare musica mi fa bene e magari lascia qualcosa a chi a chi ascolta.

“Carnival” è il tuo nuovo album, una raccolta di otto brani brevi ma intensi. Qual è il file rouge che li lega?

CARNIVAL è l’album che non doveva esserci, visto che a settembre era uscito un altro album dal titolo UNDICI, ma in 3 mesi da che ho sentito l’esigenza di scrivere il primo pezzo è nato in maniera fluida.

Col senno del poi come continuo a ripetere è il primo album di Simone dopo tanti album di Silek. Parla di me, di un momento di cambiamento importante, delle mie guerra, della mia eterna ricerca di pace, di un momento di passaggio pieno di speranze e di disillusioni.

E’ stato scritto di getto, senza troppi ragionamenti, per esigenza,  infatti parla molto poco del fuori e molto di cosa mi girava dentro che urlava per uscire. Il file rouge è il denudarsi, il togliersi la maschera e far parlare la persona. Non sempre ma spesso la mia composizione è stata rivolta al sociale, cosa che fa parte di me, ma questa volta volevo togliermi quel personaggio che a sua volta è uno scudo.

Musicalmente è omogeneo, grazie alla scelta di produzioni che avessero delle tinte precise, emozionalmente dentro il mood del mio periodo. 4 su 8 produzioni sono mie, 3 di Nevo e una di Skinny, bpm bassi, pochi suoni, ma chiari.

Secondo te oggi una canzone quali caratteristiche dovrebbe avere per arrivare in maniera diretta all’ascoltatore?

Per arrivare in maniera diretta deve parlare in maniera semplice, avere sonorità che possiamo definire POP nel senso di facile. Forse la domanda è se l’arrivare in maniera diretta è l’unica via possibile. Io spesso preferisco i ricami, gli strati, le metafore, i dubbi alle certezze, il puzzle alla fotografia.

Da anni mi dicono che il primo ascolto delle mie cose è boh, ma man mano si scoprono tanti altri strati e si apprezzano sfumature inizialmente invisibili e lo si apprezza. Credo di essere il meno adatto a parlare di musica diretta, visto che spesso non sono davvero capace a farla.

Da UNDICI (album uscito a settembre) ho mischiato la parte difficile con passaggi inequivocabili e devo dire che la cosa ha giovato alla comprensione non poco, forse nel tempo ci arrivo anche io, ma non è un obiettivo primario.

Nell’album ci sono anche contaminazioni di un cantautorato vecchio ma non solo, quali sono le influenze musicali che ti hanno ispirato?

Il cantautorato vecchio, forse è quello che mi porta a citare pezzi di canzoni altrui? Con un po di imbarazzo ammetto che spesso non so neanche di chi siano, me lo dicono gli altri ricordandomi che ho citato tizio o caio.

Vengo ispirato da tutto quello con cui vengo in contatto, musica, film, letture, grafica (per vivere faccio il digital designer), sono una spugna inconsapevole e tutto finisce in quel grande calderone che è la mia libera espressione con la musica e con la parola.

Spesso parto a comporre ponendo come obiettivo un colore, che so bene che vedo o sento solo io, altre volte da un titolo, altre da un singolo suono che mi ossessiona. Non riesco a dire cosa ha ispirato CARNIVAL nel dettaglio, credo tutto e niente, è stato composto e finito così in fretta che sto capendo ora cosa ho fatto e trovando a mia volta i perché.

Come sei finito dal suonare il violino a fare rapper?

Il violino me lo hanno messo in braccio a forza a 7 anni, ed è stato un profondo amore, poi con la stessa forza però purtroppo me lo hanno tolto qualche anno dopo. Da ancora più piccolo scrivevo in maniera ossessiva così come è stato dopo, il rap non ha fatto altro che mixare 2 amori diversi, uno per la parola e l’altro per la musica, il match perfetto.

Ho cominciato tardi a rimare, dopo tanti anni come ascoltatore nella voglia di recuperare la musica che comunque mi chiamava forte, dopo altre distrazioni in ambito sportivo, ma da che ho preso il microfono in mano non sono stato più capace di abbandonarlo. Non è un caso che spesso le mie produzioni abbiano campionamenti di violino.

Dopo l’esperienza con il gruppo durata dieci anni, hai deciso di intraprendere la strada da solista, quali cose sono cambiate dentro e fuori di te?

Una certa dose di indipendenza mi era sempre appartenuta e pensare da solista non è stato così traumatico. Dopo la fine del progetto Dozhens e un primo disco solista nato in parallelo mi sono preso una pausa di un paio d’anni, poi sono ripartito cercando di capire da solo cosa e chi potevo essere.

Nel frattempo il mondo del rap da cui venivo era completamente diverso perché già prima come formazione eravamo usciti da quella scena dedicandoci alla sperimentazione varia ed eventuale, fra strumenti ed elettronica, quindi ero fuori modo e modalità e decisamente arrugginito.

E’ stato un lungo percorso di recupero, di allenamento, un ripartire da 0, tenendo però una così importante esperienza trasversale e di ricerca e una libertà di visione che è stata utile a riprendere e ampliare quella ricerca, trovando e facendo nascere vecchie e nuove collaborazioni.

Il mio percorso negli ultimi anni è stato trovare l’equilibrio tra la forma cantautorale che so appartenermi e quella del rap multirima, multincastro per cui ho la fissa e trovare un personale modo.

Oggi credo di esserne padrone. Mi piace sottolineare che 3 produzioni, supervisione, mix e master di Carnival sono di Nevo, (Underdogs studio Padova), i 2 unici feat. con Boa e Radio, tutti e 3 membri del mio ex gruppo (Dozhens), quindi in qualche modo si continua assieme.

a cura di
Giulia Perna

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