Autocertificazioni e DPCM ai tempi di Borromeo

Autocertificazioni e DPCM ai tempi di Borromeo
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Il covid del 2020 è come la peste del 1630?

Untori e “bullette” sono termini desueti, lontani dal nostro immaginario di uomini e donne del nuovo millennio, ma se sentiamo di decreti, paziente 1, autocertificazioni, chiusura delle città e dei confini regionali e di quarantena, sappiamo tutti di cosa stiamo parlando. 

Il guaio è che, se per alcuni aspetti, quali diagnosi e presidi di protezione, si sono fatti notevoli passi in avanti, per altri non è cambiato nulla dal lontano 1630 manzoniano: la disinformazione, la paura e la diffidenza sono ancora all’ordine del giorno.

Vorrei con questo articolo ripercorrere un po’ i fatti, come ci vengono raccontati da Manzoni nella lunghissima digressione storica dei capitoli 31 e 32 dei Promessi Sposi, e vedere se esiste qualche analogia con il passato.

L’inizio

La sottostima del pericolo di contagio, ad esempio, è una superficialità che travalica le epoche: evidentemente, 500 anni non ci sono bastati a imparare dagli errori della storia.

Proprio come ci racconta Manzoni, infatti, a nulla servono le notizie certe di morti e contagi, che cominciano già dalla fine di ottobre ad arrivare a Milano:

“All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla”.

I primi sintomi

Nonostante già nell’ultima decade di ottobre 1629 fosse evidente la necessità di produrre “bullette” (simili alle nostre autocertificazioni, indispensabili lasciapassare richiesti per entrare in una città, documenti che attestavano la propria provenienza da una zona “sana”, non infetta”), si riesce a preparare una grida e a pubblicarla solo un mese dopo, il 29 novembre, e nel frattempo, il paziente 1 è già entrato a Milano. 

Intanto che si discute se e quali misure sia necessario adottare, la peste è già entrata in città sotto mentite spoglie, è stato sufficiente l’ingresso entro le mura di un soldato, vestito di panni infetti rubati per strada a un lanzichenecco morto senza troppo clamore, ignaro, probabilmente, di essere vettore di un bacillo rivoluzionario per il panorama epidemiologico del suo tempo. 

I medici e la comunità scientifica, nel frattempo, si scervellano per trovare nomi fantasiosi alla non più tanto misteriosa malattia che provoca sempre nuovi morti: non è peste, si parla “di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno”.

Nel dubbio, però, i fondi economici cominciano a rappresentare una priorità: non potendo chiederli all’Unione Europea, il Tribunale della Sanità si rivolge ai magistrati, i quali iniziano, finalmente, a “dare un po’ più di orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità”

Il contagio e il picco

Ma è ancora la paura, dopo l’iniziale incredulità, a prendere il sopravvento sui cittadini, e allora è rincorsa e accusa all’untore, oltre che appelli a Dio, con annessa organizzazione di processioni e preghiere comunitarie (come quella dell’11 giugno, che passa per tutti i quartieri della città, e che ha come unico e prevedibile risultato l’esplosione del contagio).

Bisognerà attendere l’estate e in particolare l’agosto 1630 per arrivare al culmine della pandemia, ma nel frattempo, si cerca il colpevole.

Il ‘600 è il secolo della caccia alle streghe

Migliaia di donne innocenti bruciano sul rogo, e con loro vengono torturati e puniti barbaramente quelli che vengono considerati, se non gli artefici, i responsabili della diffusione del contagio, gli untori:

“Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore”.

Alla digressione manzoniana non mancano nemmeno i complottisti, quelli che pensavano che la peste fosse tutta un’invenzione, e non si fosse mai stati veramente in pericolo:

“Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, chè nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; […] il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.

Purtroppo oggi non siamo dispensati nemmeno dal naturale senso del pudore per le proprie opinioni, ritenute sempre non solo esatte, ma superiori a quelle di tutto il resto del mondo, e spesso meritevoli di essere diligentemente riportate sui propri canali social. E viva la libertà di espressione!

A voi trovare le analogie tra ieri e oggi

Io mi limito a una breve riflessione, se mi è concesso chiamare un altro “grande” della letteratura italiana. Anche oggi siamo ancora quelli “della pietra e della fionda”, come scriveva Quasimodo?

Se ci lasciamo sopraffare dall’ansia, e facciamo vincere la paura del contagio, sarà il concetto stesso di essere umano a essere in pericolo: è in questi momenti che la bestialità dell’anima ci spinge verso l’orlo del baratro, verso la parte peggiore di noi, ma non possiamo sconfiggerla (solo) da dietro uno schermo.

Abbiamo bisogno degli abbracci, degli sguardi, delle gite fuori porta, delle vacanze, ma non li riavremo mai se passiamo il tempo a puntarci il dito contro l’un l’altro. Pensiamoci su.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo

a cura di 
Irene Lodi 

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