Rimanere integri nonostante le rotture #parliamone

Rimanere integri nonostante le rotture #parliamone
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La storia di #Parliamone di oggi è diversa da tutte le altre. Riguarda una ragazza che mi ha raccontato della sua malattia genetica rara e del modo in cui ha vissuto tutti gli step dalla scoperta all’accettazione.

Si tratta di una storia che mi ha colpito per due cose: la forza e il coraggio. Una storia che mi ha fatto fermare un attimo a riflettere. Siamo sempre di corsa e tendenzialmente diamo per scontato molte delle cose che ruotano intorno alla nostra vita quotidiana.

Non appena sentiamo la parola “malattia” automaticamente facciamo dei passi indietro, principalmente per paura, com’è normale che sia. Le malattie spaventano e di qualunque patologia si tratti la prima cosa che nasce in noi è il timore di sapere o di non sapere cosa fare o dire; oppure nel caso in cui ci tocchi da vicino, quello di non riuscire ad affrontare tutto ciò che c’è e ci sarà da affrontare.

A tal proposito ecco cosa scrive la nostra amica…
“Per diversi periodi, in particolar modo durante la mia adolescenza, non ho riconosciuto la mia condizione e ho finto di essere “sana”; cosa sbagliatissima, perché se soffri di qualche patologia la cosa che dovresti fare è, prima di tutto, cercare di accettarla, e poi prenderti cura di te stesso.”

Mi racconta di una continua lotta con sé stessa, della difficoltà iniziale di accettare tutto ciò che le stava succedendo e della difficoltà nata successivamente per un profondo senso di ingiustizia scandito continuamente dalla stessa domanda:“Perché a me?”

Mi racconta dei sensi di colpa perché spesso le persone prive di tatto, di empatia o semplicemente di rispetto nei confronti dell’altro le dicevano la famosissima frase: “C’è gente che sta peggio di te”, che come spiega, può risultare un’affermazione dannosa…

Non aiuta chi soffre a stare meglio, poiché la persona che la pronuncia non può sapere cosa stia realmente passando l’altro e non cambia lo stato delle cose. Poi il fatto di sapere che c’è qualcuno che soffre di patologie più gravi della mia, non mi faceva sentire meglio, anzi! Semmai acutizzava la sensazione di ingiustizia che provavo nei confronti della vita.”

E continua…

A volte vorrei ricordare a chi si lamenta di continuo per cose futili, che “almeno” hanno la salute. O meglio, che la salute è l’unica cosa importante, poiché è il motore che ti permette di andare avanti ogni giorno.

Come darle torto! Devo anche aver scritto qualcosa di simile da qualche parte…

Quando ho finito di leggere la storia di questa ragazza ho pensato subito ad Expansion, una bellissima scultura di Paige Bradley che si trova a New York City. Essa rappresenta una donna che nonostante tutte le rotture, i segni dell’anima e le cicatrici sul proprio corpo riesce comunque a brillare con una luce preziosissima.

Sono proprio quei segni a determinare chi siamo, a dare maggiore valore alla nostra persona.

Ognuno lotta con le proprie sofferenze, i propri timori e i propri demoni. Forse dovremmo imparare ad avere maggior rispetto nei confronti dei diversi percorsi di vita altrui, oltre che fermarci ogni tanto per riuscire a dare valore alle piccole cose, ai piccoli gesti e a tutto ciò che facciamo in automatico ma che automatico non è.

Dovremmo imparare a dare più valore al nostro tempo e al modo in cui decidiamo di spenderlo. E forse dovremmo anche imparare a dare più valore alle persone, ad ascoltare e ad “allenare” quella parte che tutti teoricamente dovremmo avere e che si chiama EMPATIA.

Di solito chiudo con una canzone, ma questa volta, per questa storia ho deciso di concludere con le stesse parole usate da lei per concludere la sua lettera a #parliamone.

Parole che fanno riflettere, parole che non sono solo semplici riflessioni ma un vero e proprio INNO ALLA VITA

Io voglio vivere e innamorarmi di ogni attimo, ogni respiro, ogni viaggio, ogni persona, ogni giornata di sole, ogni cosa bella che mi può dare la vita, voglio amare me stessa, e mettercela tutta per diventare la versione migliore di me.
Fanculo alle paure.
Ai limiti che ci auto-imponiamo.
Ai giudizi degli altri che plasmano il nostro modo di pensare.
Alle sfighe che ci sono capitate fin dalla nascita.
Alle malattie.
Fanculo alla sindrome di “sto cavolo”, che alla fine è un limite che esiste, perlopiù, nella mia mente.

Io non sono la mia malattia, o forse lo sono, ma solo in parte: questa non mi definisce in toto, perché io sono mille cose. Sono tutte le mie passioni, sono tutte le esperienze di vita che ho fatto, le miriadi di emozioni che ho vissuto, le persone con le quali ho creato dei legami e quelle che amo, sono le mie scelte e tutte le altre infinite possibilità che possiedo, nonostante la mia condizione mi ponga dei limiti, che comunque non sono mai insormontabili.
Io sono qui in questo mondo e comunque respiro ancora.
E questo è già tanto.
Anzi, in realtà è tutto.”

a cura di
Claudia Venuti

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Claudia Venuti

Claudia Venuti

Claudia Venuti nasce ad Avellino nel 1987, a 14 anni si trasferisce a Rimini, dove attualmente vive e lavora. Oltre ad essere il responsabile editoriale della sezione musica di TheSoundcheck, è responsabile dell’area letteratura dell’ufficio stampa Sound Communication. Studia presso la Scuola Superiore Europea di Counseling professionale. Inguaribile romantica e sognatrice cronica, ama la musica, i viaggi senza meta, scovare nuovi talenti e sottolineare frasi nei libri. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, la sua più grande passione è la scrittura. Dopo il successo della trilogia #passidimia, ha pubblicato il suo quarto romanzo: “Ho trovato un cuore a terra ma non era il mio” con la casa editrice Sperling & Kupfen del Gruppo Mondadori.

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