Joker, svelamento, emancipazione e catarsi di un villan senza eroi da combattere

Joker, svelamento, emancipazione e catarsi di un villan senza eroi da combattere
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Le infinite battaglie tra Batman e Joker si fondano su un indissolubile principio: non esisterebbe l’uno, senza l’altro. La contrapposizione di due ideologie folli quanto utopiche, o distopiche a seconda del punto di vista adottato, è figlia di un incontro tanto fortuito, quanto inevitabile, sancito entro i confini di una città, Gotham City per l’appunto, la cui putrescenza non può che generare figli deformi, deviati, sofferenti.

Il film diretto da Todd Phillips, scritto a quattro mani insieme a Scott Silver, è ben più che una rilettura della nascita di Joker in quanto simbolo, ultimo tassello di un mosaico già delineato e completo già durante la difficile infanzia del protagonista, l’aspirante cabarettista Arthur Fleck.

Operando una totale decostruzione del mito DC, il duo di sceneggiatori ha creato una torre che si tiene in piedi pur senza le fondamenta su cui si basa l’eterno conflitto tra l’Uomo Pipistrello e la sua indistruttibile nemesi.

Ambientato nel 1981, nel film non c’è alcun riferimento all’eroe mascherato, né può esserci, vista l’ingombrante presenza di Thomas Wayne, addirittura candidato a sindaco della città. Il piccolo Bruce fa la sua timida comparsa sullo schermo, certo, ma non è l’incontro con il rampollo ad accendere la miccia, a trascinare verso la follia Arthur.

Non c’è momento nel film, in cui non ci sia già Joker, del resto. Joaquin Phoenix, in questo senso, è semplicemente strepitoso, straordinario, immenso. Dagli sguardi carichi di folle disprezzo, sino all’uso disturbante del corpo, sempre proteso ad esagerare certe movenze e pose, esattamente come farebbe un clown, l’impressione che si ha è di una bomba ad orologeria pronta ad esplodere in qualsiasi momento.

Eppure, il più grande merito del lungometraggio è proprio quello di non essere (quasi mai) scontato, di costituire una spirale verso la completa accettazione di sé in modo tutt’altro che lineare o catalizzato attorno ad un evento scatenante. Batman potrà anche essere nato quando il piccolo Bruce cade nel pozzo, ma il Joker di Todd Phillips nasce in un momento imprecisato della vita di Arthur, ben prima che la storia mostrata nel film abbia inizio. Del resto, la simbologia escogitata è sempre puntuale in questo senso, pantaloni a palazzo e scarpe di qualche taglia più grande del normale abbondano nel guardaroba di Arthur.

Il protagonista è affetto da un’indefinita ma evidente malattia mentale, contratta a causa di un’infanzia travagliata, che lo costringe a convivere con un disturbo che rende ancor più difficile il suo rapportarsi con gli altri, una risata isterica, automatica, irrefrenabile, che si scatena in situazioni di forte stress.

Si tratta di un espediente narrativo semplicemente geniale che non solo rende ancor più grottesca ed inquietante la figura di Arthur. Permette al film di introdurre e sviluppare le sue tematiche portanti, come la repulsione nei confronti di ciò che è diverso, la predominanza asfissiante del sentire comune, l’emancipazione, come già anticipato, attraverso lo svelamento e l’accettazione di ciò che si è nel profondo.

In questo senso, Joker è chiamato a ricoprire il ruolo di eroe e villain al tempo stesso, in una Gotham City in cui non sembra salvarsi nessuno, nemmeno Thomas Wayne, filantropo e dai modi raffinati certamente, ma dagli atteggiamenti vagamente prevaricatori.

Da una parte il protagonista mette a nudo le ipocrisie della città in cui vive, aiuta l’anziana madre, cerca ingenuamente di far ridere una bambina annoiata sull’autobus. Dall’altra non trova altro modo per ribadire ed imporre la sua esistenza se non attraverso la violenza, la catarsi, la celebrazione artistica e performistica dell’omicidio, del terrorismo, della rivoluzione totale e senza compromessi.

Sì, perché questo Joker è senza alcun dubbio un film controverso, senza una morale predefinita, proprio perché non ci sono i buoni. Segretamente si simpatizza con la crescente consapevolezza di Arthur, con la rinnovata capacità di opporsi ai soprusi subiti. Allo stesso tempo ce se ne distacca non appena la macabra danza del villain si palesa in tutta la sua stordente ed apparentemente immotivata violenza.

Joker è un film straordinario, frutto anche di una regia e di una fotografia volutamente derivativa, ma graffiante. Non è perfetto, perché soprattutto sul finale preferisce cedere alla facilità di lettura, piuttosto che proseguire con l’efficacissimo ermetismo e simbolismo che caratterizza altri passaggi.

Piccolezze, fortunatamente, diluite nell’arco di centoventi minuti di durata della pellicola che non lasciano mai indifferenti, spizzando continuamente lo spettatore, costretto a costituirsi e costruirsi una morale, in una Gotham City senza salvatori, né salvezza.

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2 pensieri su “Joker, svelamento, emancipazione e catarsi di un villan senza eroi da combattere

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