Il nuovo film di Andrey Zvyagintsev (“Il ritorno”, “Leviathan”, “Loveless”) ripropone “Stéphane, una moglie infedele” di Chabrol, trasformandolo da dramma borghese in un thriller politico che ripercorre lo scoppio del conflitto in Ucraina. Il film sarà in sala dal 29 ottobre con una distribuzione BiM.
Il re di Creta, Minosse, volendo punire la città di Atene per la morte del figlio Androgeo, richiese un pesante tributo. Ogni anno, sette ragazzi e sette ragazze ateniesi sarebbero stati portati in sacrificio all’interno del Labirinto di Cnosso, dove viveva il mostruoso Minotauro. Le versioni della morte di Androgeo sono diverse, ma Virgilio nell’Eneide descrive l’intera vicenda come simbolo dell’insensatezza e dell’efferatezza della guerra.
Il motore di Minotaur è messo in moto da una premessa simile: sei mesi dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino, le imprese di una città di provincia devono mandare una lista di coscritti tra i loro impiegati da spedire al fronte. Il protagonista, Gleb, amministratore di una di queste imprese, deve scegliere quattordici persone da inserire nella lista, mentre scopre nella sua vita privata che la moglie Galina lo tradisce con un giovane fotografo.
Andrey Zvyagintsev torna dopo otto anni da Loveless, che nel 2017 ha vinto il Grand Prix a Cannes: nel mezzo per lui c’è stato il COVID nel 2020, che l’ha fatto finire in coma per 40 giorni, e l’espatrio nel 2023, motivo per cui le riprese di Minotaur sono avvenute in Lettonia. Il film è un remake di Stéphane, una moglie infedele di Chabrol, il secondo dopo il rifacimento americano del 2002 a opera di Adrian Lyne (Flashdance, Proposta indecente) che ne aveva accentuato le caratteristiche da thriller erotico già presenti.

Minotaur eleva il materiale di base inserendolo nella contemporaneità politica della Russia, senza risparmiarsi in un’indagine sullo stato di polizia e propaganda in cui il regista non può più rientrare. La storia di tradimenti tra la coppia protagonista è ricontestualizzata in una critica all’oligarchia, e alla violenza di classe nei confronti di un popolo che è condotto puntualmente al massacro, come i quattordici giovani ateniesi preda del Minotauro ogni anno, senza traccia di un Teseo all’orizzonte.
La Russia di Putin
Zvyagintsev sceglie la provincia per illustrare il potere tentacolare del governo russo. In un’atmosfera plumbea e soffocante, lontani da Mosca, le lunghe ombre di Putin si vedono nei manifesti in strada, le trasmissioni patriottiche, e i funzionari che presentano disposizioni non negoziabili. Sei mesi dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, la propaganda statale è sempre in sottofondo nelle case e nei luoghi di lavoro.
La pressione della guerra si riflette nell’obbligo imposto alle aziende di stilare liste di coscritti da mandare al fronte: una generazione intera nelle mani di pochi dirigenti, che stabiliscono chi tenere e chi mandare in base all’utilità che hanno per le loro aziende. Si mostra quindi perfettamente il meccanismo oligarchico di una classe privilegiata la cui preoccupazione maggiore, con una guerra alle porte, è che i loro lavoratori non possano mantenere in funzione la macchina che crea il privilegio di cui godono.
Gleb è il protagonista di un thriller, ma non è mai in pericolo fisicamente: la sua posizione fa in modo che non lui non veda mai il fronte. Riceve pressioni dal sindaco della cittadina per stilare una lista, ma il rapporto tra i due è tra pari appartenenti alla stessa classe, tra amici che si difendono a vicenda. Il suo punto di vista, che è quello con cui seguiamo le vicende, è quello di un uomo che non rischia davvero nulla di persona.

Lo scenario in cui il regista ambienta la vicenda rimane in larga parte lontano dalla guerra, scegliendo di mostrarne solamente gli echi. L’ambiente borghese in cui si muove il protagonista tratta la realtà del conflitto, molto tangibile per la classe popolare, come una seccatura per i propri affari, da risolvere scegliendo chi è più o meno sacrificabile. In altre parole, i protagonisti sono complici del governo, non vittime.
Un borghese piccolo piccolo
Ciò che tormenta davvero Gleb, più che il suo ruolo lavorativo, è la crisi coniugale con la moglie Galina, la quale lo tradisce con Anton, un fotografo molto più giovane, in risposta a un senso di insoddisfazione generale da parte di lei – e a sottesi tradimenti precedenti da parte di lui. Il capolavoro di Claude Chabrol Stéphane, una moglie infedele viene ripreso piuttosto fedelmente da Zvyagintsev in diversi risvolti di trama, amplificando il senso di ipocrisia e svuotamento morale imputato alla coppia borghese.
La componente di erotismo accentuata nel rifacimento americano del 2002 viene qui asciugata, ricontestualizzata nel dramma medioborghese che il regista russo ha in mente. La ragnatela di segreti, la ricerca di indizi che provino il tradimento, rivelano da parte di Gleb il suo bisogno di controllo, ma anche la sua ipocrisia. La crisi e il desiderio di vivere di Galina non riesce a trovare una risposta concreta, si rivela flebile. Entrambe le componenti della coppia risultano frustranti più che per la loro incapacità di comunicare, per il fatto di non avere niente di importante da dire.
La decostruzione della classe borghese passa attraverso la rappresentazione impietosa dei suoi vizi, dei suoi privilegi e in generale della sua disconnessione dalla realtà della nazione in guerra. Mentre fuori si consuma la tragedia dei coscritti, i protagonisti si dibattono in meschine gelosie e ossessioni private. L’eros diventa così uno spazio di possesso, frustrazione e dominio psicologico.

Il dramma politico recede sullo sfondo di fronte alla gelosia di Gleb, che usa la compilazione della lista di morte come mero carburante per alimentare le proprie ossessioni. La scelta dei coscritti cessa così di essere un dilemma morale per diventare un fastidioso ingranaggio burocratico, da volgere eventualmente a vantaggio di una vendetta privata.
Lo specchio e il labirinto
Stilisticamente, Minotaur unisce il rigore formale delle opere passate di Zvyagintsev a una rinnovata urgenza espressiva. Tornano i paesaggi desolati e monumentali, la precisione geometrica delle inquadrature e l’uso magistrale dei piani sequenza già tipici della sua filmografia, elementi che hanno portato a considerare il regista l’erede formale, a livello di tecnica e di analisi della propria nazione, del maestro Andrey Tarkovsky.
Se in Il ritorno e Leviathan l’elemento ricorrente della famiglia in pezzi si legava a una critica alla disuguaglianza sociale e alla corruzione sistemica, in Loveless era usato per denunciare una certa indifferenza morale nei confronti dei figli della Russia, di cui ci si preoccupava solo una volta scomparsi. Minotaur invece mostra una coppia egocentrica, meno profonda e sofisticata di quanto vorrebbe apparire, senza cura del figlio, e per la quale anche il terzo elemento del triangolo non ha alcuna reale importanza.
Il film porta con sé il peso delle vicende recenti di Andrey Zvyagintsev, che ha concepito l’idea iniziale del film già nel 2017 ma ha iniziato la produzione solo cinque anni dopo. Minotaur è il primo film realizzato dal regista in condizioni di completo sradicamento geografico, dato il suo espatrio. Questa condizione di esule lo rende ancora più libero di denunciare l’oligarchia e la retorica nazionalista russa, che alimenta e giustifica l’invasione dell’Ucraina.

La chiusura del film lascia lo spettatore immerso in un silenzio denso di interrogativi, senza offrire alcun tipo di catarsi. Il tributo di sangue è stato pagato, il mostro continua a vagare nel buio del labirinto e la responsabilità collettiva rimane sospesa. Libero dal controllo governativo, il regista lancia un’accusa contro la barbarie dell’indifferenza e l’apatia morale che preserva il deleterio status quo in cui si trova il suo paese.
Conclusioni
Con Minotaur, Zvyagintsev firma un’opera monumentale, che unisce la tensione del thriller psicologico alla denuncia civile. Il secondo Gran Premio della Giuria di fila conquistato al 79º Festival di Cannes (l’altro lo ha vinto nove anni fa con Loveless) consacra ulteriormente la statura internazionale di un autore capace di rinnovarsi pur rimanendo fedele ai propri temi fondanti.
La parabola di Gleb e Galina riflette non tanto sul potere governativo totalitario di Putin, quanto sull’ignavia della classe dirigente, che non ha intenzione di sfidarlo e rischiare di perdere i propri privilegi. Il labirinto non ha uscite nelle vicinanze, e domani verranno scelti altri quattordici tributi per pagare il prezzo della guerra. Zvyagintsev, ora una voce in esilio, denuncia una società che forse il punto di non ritorno lo ha già superato.
Minotaur sarà nelle sale italiane dal 29 ottobre distribuito da BiM.
a cura di
Luca Murgia

