“It Ends”, la recensione in anteprima – quando la strada diventa una backroom

Un film esistenzialista che trasforma una strada senza fine in una metafora del viaggio della vita, tra incertezze e occasioni mancate. Un concept suggestivo che presto si perde, smarrendo tensione e mordente.

Gli spazi liminali, a quanto pare, rappresentano la nuova ossessione di questi giovani registi approdati all’horror: luoghi che sembrano di nostra conoscenza, ma che, privati della loro funzione abituale, assumono caratteri estremamente inquietanti. L’infinita metropolitana di Exit 8 (2025), i già iconicissimi labirinti gialli di Backrooms e, tornando a qualche anno fa, anche un quartiere residenziale fatto di case identiche, come nel caso dell’affascinante Vivarium (2019).

Alla lista si aggiunge ora It Ends, film d’esordio di Alexander Ullom, che a un primo sguardo potrebbe sembrare il primo prodotto del successo di Backrooms, nonché il rapidissimo tentativo di cavalcarne velocemente il filone. Ma in realtà la pellicola era già uscita all’estero lo scorso anno, prima ancora che l’opera di Kane Parsons conquistasse il grande pubblico al botteghino.

Il progetto di Ullom, infatti, risale a diversi anni fa, poiché una prima versione era già stata girata nel 2022. Nel frattempo, il fenomeno delle Backrooms di Kane Pixels è esploso sul web, contribuendo forse a spingere il regista a portare avanti il proprio lavoro.

Non è un caso, allora, che il film, inizialmente concepito come progetto indipendente e realizzato con mezzi limitatissimi, abbia poi attirato l’attenzione di Chris Ferguson, che, produttore proprio dell’opera di Parsons, ha creduto in due opere che esplorano territori molto simili.

It Ends arriva in Italia con I Wonder Pictures a partire da oggi, 28 ottobre, ed è pronto a diventare uno dei titoli di punta per questo Halloween.

Ma a noi sarà piaciuto?

La sinossi

Quattro amici neodiplomati si mettono in viaggio in auto nel cuore della notte, decisi a trascorrere un’ultima serata insieme prima di dividersi. Il tragitto, però, si trasforma presto in un incubo: i ragazzi si ritrovano bloccati lungo una strada misteriosa che sembra non avere mai fine, circondati da eventi inspiegabili e inquietanti apparizioni.

Con la realtà che si disgrega progressivamente attorno a loro, dovranno decidere se arrendersi all’inevitabile o cercare una via d’uscita apparentemente impossibile.

La strada della vita

It Ends si presenta come un horror-mystery esistenzialista, che prova a trasformare una situazione assurda in una metafora della vita, delle rinunce e delle colpe che ci portiamo dietro. La strada senza fine percorsa dai quattro amici diventa così una prigione che sembra impossibile comprendere.

L’idea interessante è quella di leggere questo percorso come una rappresentazione della transizione all’età adulta, un momento in cui il futuro si presenta come un territorio sconosciuto e ogni possibilità sembra ancora incerta. La paranoia dei personaggi, i continui dubbi sulla veridicità di ciò che stanno vivendo e il senso di oppressione si traducono nella paura di ritrovarsi bloccati in un’esistenza che non si è scelta di vivere, fino ad arrivare alla rassegnazione e alla decisione di smettere anche di fuggire.

Un incubo senza tensione

Il vero problema è che Alexander Ullom non riesce a sviluppare adeguatamente quest’idea.
La regia non enfatizza abbastanza la distorsione spaziale e temporale che dovrebbe rendere questa strada un labirinto infernale. Quello che inizialmente intriga, nel giro di una ventina di minuti finisce per diventare un meccanismo monotono e ridondante.

La situazione non evolve mai davvero e ben presto si esaurisce tutta la tensione. A un certo punto, i protagonisti, ormai rassegnati all’idea di non poterne uscire, iniziano comprensibilmente ad affrontare ciò che sta accadendo con una certa leggerezza. Ciò dovrebbe rappresentare un momento di distensione fatto solo per far abbassare le difese dello spettatore, ma finisce solo per togliere definitivamente mordente al film. La sensazione di minaccia sparisce, gli eventi perdono progressivamente impatto e It Ends comincia a girare a vuoto, senza riuscire a trovare una vera direzione.

Poca cura per i personaggi

A pesare è anche la scarsa caratterizzazione dei protagonisti, che ci vengono presentati senza un vero approfondimento e rimangono per gran parte del film degli estranei. Risulta quindi difficile affezionarsi 

a loro avendo così poco a cui aggrapparsi.

Alcuni flashback disseminati lungo il racconto avrebbero potuto fare la differenza, conferendo un peso emotivo concreto alle scelte e alle colpe che la pellicola vorrebbe mettere al centro. Al loro posto, invece, troviamo soltanto qualche sporadico accenno affidato ai dialoghi, insufficiente per far empatizzare sul serio il pubblico.

Attraverso questi scambi emerge una delle suggestioni più interessanti, purtroppo abbandonata subito: l’ipotesi che la strada sia una sorta di limbo – o Purgatorio – dove questi ragazzi sono destinati a vagare come anime erranti. Uno di loro ipotizza che la propria presenza lì possa essere legata a un tentativo di suicidio, intuizione che avrebbe potuto aprire una lettura ben più strutturata, ma che rimane isolata. Paradossalmente, è proprio il film stesso a suggerire una chiave di lettura che avrebbe potuto risultare più convincente.

Un bosco da pubblicità

Nemmeno lo spazio circostante viene sfruttato a dovere: il bosco circostante rimane quasi sempre un elemento di sfondo, senza diventare una presenza capace di alimentare il senso di minaccia. Non che dovesse prevalere sulla strada, ma avrebbe potuto contribuire a rendere l’ambiente più ostile e indecifrabile.

A sabotare ulteriormente la tensione è l‘atmosfera luminosa dei momenti diurni, che rendono certe sequenze più vicine a quelle di uno spot automobilistico. L’ultima associazione che vorremmo fare vedendo un horror.
Senza scomodare i grandi maestri del genere, pensando a come due giovani registi italiani come Roberto De Feo e Paolo Strippoli avevano saputo rendere spettrale la Foresta Umbra in A Classic Horror Story (2021), ci troviamo delusi davanti uno sforzo così minimo.

Un’idea per un cortometraggio

Purtroppo, nonostante la buona volontà nello sviluppare un’idea ambiziosa con mezzi limitatissimi, It Ends finisce per dimostrare quanto possa essere difficile costruire una riflessione che vada oltre il presupposto iniziale, risultando inefficace anche come horror puro.

Quando i protagonisti cominciano finalmente a perdere il controllo, a scontrarsi tra loro e a rivelare i lati più egoisti e codardi della propria personalità, è trascorso ormai troppo tempo. L’attenzione dello spettatore, anche del più indulgente, si è già dispersa lungo una narrazione blanda e approssimativa.

Un’idea che avrebbe trovato la sua forma migliore come cortometraggio, o, con una scrittura più strutturata, come episodio di una serie antologica horror. Dilatato fino alla durata del lungo, il film finisce invece per risultare pedante e a perdersi per strada.

a cura di
Alfonso La Manna

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – “Digger”, la recensione – la satirica coppia Iñárritu-Cruise è pronta a colpirvi al cinema (come un iceberg)
LEGGI ANCHE – “Her Private Hell” – la recensione in anteprima del ritorno al cinema di Nicolas Winding Refn

Related Post