“Hope”, la recensione – quando Predator diventa un western coreano

Na Hong-jin torna al cinema dopo 10 anni con un folle incrocio tra western e fantascienza, portando l’invasione aliena nel cuore della Corea rurale. Presentato a Cannes, il film arriverà al cinema dal 5 novembre con MUBI.

Na Hong-jin è finalmente tornato. 10 anni dopo il suo terzo film, il clamoroso Goksung – La presenza del diavolo, mancava solo lui all’appello di questi straordinari registi coreani, i cineasti che stanno ridefinendo il cinema del XXI° secolo, trasformando la Corea del Sud in una garanzia assoluta.

Pur rimanendo al momento ancora meno noto rispetto ai più affermati Bong Joon-ho, Park Chan-wook e Lee Chang-dong, Na Hong-jin con soli tre film si dimostra già abbastanza promettente da essere considerato pari a questi giganti. Parliamo infatti di un regista che nel thriller/horror si è rivelato un maestro assoluto della suspance, nonostante i suoi film sforino abbondantemente le 2 ore. Allo stesso tempo, si tratta di un virtuoso che, attraverso storie intrise di sangue e violenza, si è saputo distinguere come un nuovo grande autore.

Per questo, il suo annuncio in concorso allo scorso Festival di Cannes ha generato l’entusiasmo di chi scrive, specie dopo un attesa così lunga dalla sua ultima opera. Ma, dopo film che hanno sempre ruotato intorno ad una dimensione crime, tutto sarebbe stato pronosticabile tranne che la sua ultima opera sarebbe stata questo Hope.

Il progetto si pone infatti come un vero e proprio grande blockbuster sci-fi coreano, più precisamente il loro film più costoso mai realizzato (una stima di 33 milioni in dollari) e solo il primo tassello di una potenziale trilogia, pensata ovviamente per una larga distribuzione internazionale.

Dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best Of, Hope è in uscita nelle sale italiane il 5 Novembre distribuito da MUBI, a un solo giorno di distanza dall’altro magnifico connazionale Possible Love, e si spera a breve distanza dall’ottimo Colony, passato a sua volta a Cannes. Ma in un anno cinematografico iniziato in Italia con No Other Choice, dobbiamo ancora stupirci di quanto cinema eccezionale questo paese ci stia portando?

A questo punto non resta che capire se Hope sarà l’ennesima conferma di questa straordinaria annata.

La premessa

Nel paesino rurale di Hope Harbou l’indagine del commissario Bum-seok (Hwang Jung-min) sull’aggressione di un presunto animale selvatico prende una piega inaspettata quando gli abitanti si trovano a fronteggiare una minaccia che sembra di tutt’altra entità.

L’orrore arriva nella piccola provincia

Cosa accadrebbe se gli alieni per una volta non scendessero a New York, ma si ritrovassero nel posto sbagliato, per esempio in Africa? Questo era il brillante quesito su cui si reggeva District 9 (2009) di Neill Blomkamp; Na Hong-Jin apprende l’ottima intuizione e fa lo stesso, nel suo paese.

Assistiamo infatti allo svelamento progressivo di un’invasione aliena nella Corea rurale – quella che vedevamo in Memorie di un assassino (2003), per intenderci – non a Seul o Busan con i loro grandi palazzoni. Lo sfondo del film è questo piccolo paese, quello che per gli americani sarebbe l’equivalente di una cittadina del Texas.

Ma ciò che porta il film su un altro livello è come Na filma questi ambienti apertissimi e vasti, che, in mano a un regista qualunque, non riuscirebbero mai a risultare spaventosi e claustrofobici. Al contrario, Na Hong-jin riesce a creare un senso di oppressione assoluta, facendo sentire in trappola i personaggi e lo spettatore, come si trovassero nel mare aperto con Lo Squalo (1975) che incombe.

Perché un paragone così importante? Perché esattamente come Spielberg ci mostrava 50 anni fa la minaccia col contagocce, qui il regista costruisce la prima ora con un gusto diabolico, non permettendo mai allo spettatore di guardare apertamente ciò che sta per arrivare. E così: personaggi che sparano verso un lontano orizzonte a cui ci viene negata la possibilità di sbirciare, inquadrature dall’interno di antri oscuri dove – forse – abbiamo già la soggettiva di queste creature, ma a cui non assistiamo frontalmente. Insomma, siamo davanti a un lento e progressivo svelamento dell’entità aliena, di cui non sappiamo aspetto, presenza numerica, pericolosità: abbiamo solo una lunga serie di indizi, orme, arti amputati trovati durante la ricerca. Il regista usa tutta la durata a lui necessaria per costruire ancora una volta un meccanismo di tensione pura, dimostrando nuovamente che è tra le cose di cui è più capace.

Tutto ciò rimane valido fino alla fine di questa lunga sezione iniziale.

Quando poi il regista sente che la miccia è pronta a esplodere, Hope diventa definitivamente un ibrido filmico dalle mille suggestioni diverse: un neo-western, un horror, un blockbuster di fantascienza, un arido film distopico. Quella che fino a un istante prima sembrava essere una piccola vicenda provinciale, diventa sempre di più grande scala, fino a raggiungere una proporzione cosmica.

Il gusto dell’eccesso

Se scorporassimo i singoli elementi di questo assurdo frullato non troveremmo poi nulla di realmente nuovo. Le dinamiche di caccia sono quasi le stesse di un film di Predator o di Alien, e, a rafforzare l’idea, ci pensano anche gli interni di una certa astronave dal sapore Gigeriano, che dimostrano la sua intenzione di seminare qualcosa che vada dalle parti di Prometheus (2012).

E allora perché da Cannes sono fioccati così tanti parari che lo paragonavano a un Mad Max Fury Road (2015) di questo decennio? Perchè, asciugando tutto l’impianto che sorregge i 157′ minuti, si potrebbe ridurre tutto Hope a un continuo inseguimento tra il gruppo di protagonisti che si aggrega e il manipolo di alieni spietatissimi.

Na Hong-jin ci ha di certo preso gusto a mettere in scena corse e rincorse indiavolate ed esasperate alla Tom & Jerry, già presentissime nei suoi film precedenti, ma in Hope raggiungono un livello di sublimazione – e tamarraggine – senza pari. I lunghissimi inseguimenti vertiginosi sono talmente da capogiro da portarci per forza a pensare di essere di fronte a un talento come quello di George Miller.

E, come lui, infatti, anche Na si diverte come un matto ad esasperarli il più possibile, nei tempi e nell’invulnerabilità di certi personaggi. Che siano in macchina o a cavallo, ogni corsa è girata con un ritmo e un senso del montaggio assolutamente sorprendenti. Che poi si sfoci spesso in sequenze troppo lunghe e ripetitive è piuttosto evidente, ma si tratta anche di un regista completamente incontenibile, sempre stato eccessivo, e, infatti, ancora ci ricordiamo la lunghissima scena del rito dello sciamano in Goksung.

Il grande elefante nella stanza

C’è però in Hope un aspetto problematico che ne abbassa inevitabilmente la qualità generale: gli effetti speciali degli alieni sono decisamente pessimi. Per quanto il film sia un enorme sforzo produttivo per il paese, resta comunque in una scala molto piccola rispetto alle megaproduzioni a cui ci ha abituato l’altro emisfero.

Non che fosse stato il caso di pretendere il fotorealismo, ma, soprattutto nelle scene più concitate, i modelli delle creature fanno veramente fatica a integrarsi con gli elementi reali e la profondità di campo. Sembrano usciti da un vecchio videogame horror dei primi anni 2000 e sono platealmente il risultato di un paese che ha puntato a concorrere con gli USA avendo a disposizione però un budget 10 volte inferiore. Per questo, un minimo di indulgenza è necessaria, specie se in passato siamo stati capaci di riconoscere la straordinarietà di The Host (2006) di Bong, nonostante i medesimi problemi.

Gli alieni della frontiera

Come la premessa lasciava intuire, Hope è davvero un film simile a tanti, ma uguale a nessuno. Il regista mette in piedi un meccanismo che fonde fantascienza e western, trasformando progressivamente la cittadina in una polveriera: gli inseguimenti a cavallo, gli alieni che assumono quasi il ruolo degli indiani e i protagonisti chiusi in macchina come una carovana assaltata. Per certi versi, il film è molto vicino al Nope (2022) di Jordan Peele, anch’esso costruito su una lunghissima attesa della minaccia aliena che muta infine in un western.

E proprio riguardo la presenza aliena: perché affidare le voci delle creature a Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell? La scelta di tre attori occidentali potrebbe non essere casuale, soprattutto considerando come Hope suggerisca all’inizio una lettura legata ai confini territoriali: ci sono i cartelli che invitano a denunciare le spie, i campi minati adiacenti e l’ipotesi iniziale che dietro i cadaveri non ci siano alieni, ma una tigre siberiana in agguato.

La territorialità è poi un tema già presente nel cinema di Na Hong-jin: in Goksung il demone era proprio un giapponese, e anche in The Yellow Sea (2010) i confini tra i Paesi coinvolti erano elementi fondamentali della storia. In Hope, allora, possiamo interpretare gli alieni “americani” come una minaccia coloniale pronta a invadere.

In conclusione

Hope è un’esperienza da vivere assolutamente in sala, nonché la conferma di un talento raro, che, anche con effetti speciali traballanti e una struttura narrativa troppo ripetitiva, riesce a confezionare un film che, già solo per la componente action, sarà ricordato tra i picchi più alti raggiunti negli ultimi anni.

Il finale apre una porta non indifferente verso un sequel, aggiungendo carne al fuoco, ma dando al contempo molto più contesto e “spiegazioni” su quanto visto precedentemente, solo un ennesimo motivo per rivederlo più e più volte. Allo stesso tempo, il finale risulta talmente suggestivo da funzionare benissimo anche se la corsa di Hope dovesse concludersi qui.

Ci troviamo di fronte a un regista mostruoso e, avendo visto i tempi di lavorazione tra un suo film e l’altro, speriamo solo che a questo punto si dedichi anche ad altri progetti. Ben vengano Hope 2 e 3, ma sarebbe un vero peccato se si confinasse per altri 10 anni solo su questo progetto. Di fatto, Na Hong-Jin è soprattutto un regista che vorremmo vedere al cinema più spesso.

a cura di
Alfonso La Manna

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