La sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, dedicata alle nuove tendenze estetiche con particolare attenzione ai registi emergenti, regala come sempre delle perle nascoste. In questo articolo potete trovare le recensioni di tre titoli di spicco di quest’anno: Moragheb, La Moula e The Difficult Bride.
Quando si parla della Mostra del Cinema di Venezia, si fa tendenzialmente riferimento ai titoli In Concorso o, al massimo, Fuori Concorso. In questo modo, la sezione Orizzonti, che ha come missione la valorizzazione dell’innovazione attraverso nuove tendenze estetiche ed espressive, rimane spesso un po’ più nell’ombra. Eppure, è indubbio che, anno dopo anno, Orizzonti permetta agli spettatori di Venezia di trovare un’oasi più sperimentale che offre spazio anche – e soprattutto – ai registi esordienti.
Quest’anno la categoria ha visto brillare Un Detour par Diane (Diane in the Loop) di Ann Sirot e Raphael Balboni, vincitore del premio per il Miglior Film. Altri film premiati nella serata conclusiva sono stati I figli della scimmia di Tommaso Landucci, A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra di Jacqueline Lentzou, La Maison du Vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu e Moragheb (Falling House) di Mohsen Gharaei. Moragheb in particolare è, a mio avviso, una delle opere più toccanti presentate a questa Venezia83, ragion per cui ve ne parlerò in modo più approfondito a breve.
Tralasciando i film premiati, la sezione ha presentato anche delle opere che hanno lavorato in modo interessante sul genere, offrendo nuove prospettive su metodi di narrazione già esplorati. In particolare, mi riferisco agli altri due lungometraggi che intendo approfondire in questo articolo, vale a dire il mockumentary francese La Moula di Jerome Pierrat e il body horror bangladese The Difficult Bride di Rubaiyat Hossain.
“Moragheb”: quando il cambiamento fa paura e la protezione è una prigione
Da qualche tempo a questa parte, il cinema iraniano si sta prendendo un suo spazio nel panorama internazionale, come dimostrano i casi fortunati di Un semplice incidente e Divine Comedy (tra l’altro Ali Asgari era In Concorso quest’anno con Kami Nour). Moragheb, distribuzione permettendo, promette di entrare a far parte di questi titoli che, attraverso storie potenti, riescono a raccontare vari aspetti dell’Iran contemporaneo.
Nel suo film Mohsen Gharaei parte dalla sfera privata, la famiglia, e ambienta buona parte del suo dramma tra le mura di casa, il luogo in cui le difese crollano e si lascia respirare la propria parte più intima. Nell’universo di Moragheb, però, come suggerisce il titolo internazionale Falling House, la casa sta crollando sotto tanti punti di vista. In primis, ci sono le cause esterne, ovvero la demolizione del quartiere in cui vivono i protagonisti in vista di un progetto di riqualificazione urbana. Tuttavia, il crollo è anche interno alla famiglia stessa, composta da madre, padre e due figlie.

Catalizzatrice di tutto è Ensi (la cui attrice, Laleh Marzban ha vinto il premio come Miglior Attrice della sezione Orizzonti), la figlia maggiore, intenzionata a seguire il suo sogno e lasciare l’Iran per diventare una modella all’insaputa del padre Rashid, guardia carceraria accusata di corruzione. Nel momento in cui l’uomo scopre che, non solo sua figlia se ne vuole andare, ma tutta la famiglia lo ha tenuto all’oscuro della situazione, la sua reazione è devastante e, in poco tempo, la casa si trasforma in un carcere. Rashid è convinto di agire per proteggere ciò che è suo; le donne della famiglia, invece, stanno vivendo un’oppressione identica a quella che incontrano per le strade di Teheran.
“Eppure “Moragheb” non vuole essere uno slogan. È un avvertimento, un allarme sommesso ma urgente sul collasso di una società. Sul momento in cui la protezione si trasforma in prigionia, l’amore si fa soffocante e lo spazio privato della casa riflette una più ampia struttura di oppressione”.
Mohsen Gharaei
Cosa vuole raccontare dunque Moragheb? Da un lato è certamente la storia universale di un amore paterno soffocante. Il rapporto tra Ensi e Rashid è infatti ricco di sfumature: Ensi adora suo padre e, per lungo tempo, ha accettato tutte le sue regole, ragion per cui le azioni paterne per ostacolare il suo sogno la feriscono in modo irreparabile. Dal suo canto, Rashid ama la sua famiglia, ma, purtroppo, il suo non è un amore sano, bensì possessivo: nella sua visione, proteggere e soffocare sono la stessa identica cosa.
Allo stesso tempo, però, Moragheb è anche un racconto fortemente iraniano che parla tanto di gerarchie di genere all’interno di una famiglia, quanto della tensione fra tradizione e un cambiamento imposto dall’alto. Il crollo della casa della famiglia protagonista è inevitabile fin dall’inizio del film e, forse, è proprio questa consapevolezza a rendere così doloroso tutto il percorso.
“La Moula”: il mockumentary di un documentarista
Con ben 25 anni di esperienza alle spalle come documentarista specializzato proprio in reportage sulla criminalità organizzata, Jerome Pierrat decide di avventurarsi nel mondo della finzione con il mockumentary La Moula.
Il film segue il regista nei panni di una versione estremizzata di sé stesso: caduto in disgrazia, Jerome tenta infatti di riabilitare il suo nome con un servizio sul recupero di un carico di droga bloccato al porto di Marsiglia da parte di una banda di trafficanti. Questa storia, così simile a quelle documentate per anni da Pierrat, diventa ancora più realistica se si considera che, per interpretare i criminali, è stato scelto un gruppo di ex detenuti. Di più: anche il lato delle forze dell’ordine non è composto da attori, bensì da poliziotti di professione.

La domanda che può allora sorgere spontanea è: perché staccarsi dal documentario?
“L’intero percorso ha fatto emergere un interrogativo fondamentale: dove risiede il limite? Fino a che punto ci si può spingere per testimoniare la realtà? Quando un reporter smette di essere un semplice osservatore e ne diventa parte integrante?”
Jerome Pierrat
Queste sono le parole di Pierrat per descrivere la genesi de La Moula che, dunque, si può intendere come una riflessione sul lavoro di reporter e sul rapporto che si instaura tra quest’ultimo e la realtà che osserva. Nel caso specifico del regista, il soggetto rappresentato è sempre stato la criminalità organizzata, un mondo che, inevitabilmente, fa sorgere domande etiche a cui è difficile trovare risposta. Ecco forse spiegato il cambio di rotta del regista: un buon reportage non lascia necessariamente spazio al sentire del suo autore, ma la finzione permette di indagare anche i sentimenti più scomodi.
Certamente, vale la pena chiedersi anche in che modo l’utilizzo del genere del mockumentary sia un cambiamento rispetto al documentario e la risposta, come spesso accade, è un po’ nel mezzo. Da un lato, per quanto i codici di costruzione del racconto siano simili, il mockumentary rimane comunque una finzione costruita ad arte e, dunque, richiede a prescindere l’utilizzo di capacità diverse da quelle di un reportage. Allo stesso tempo, però, la natura della storia narrata e il forte attaccamento alla realtà nella scelta degli interpreti inserisce La Moula nel reame del documentario giornalistico ben noto a Pierrat.
Dunque, il film è fantasia ma, contemporaneamente, è abbastanza radicato nella realtà da poter esistere veramente. In altre parole, quello di Pierrat è un mockumentary ben riuscito.
“The Difficult Bride”: body horror e bellezza si incontrano anche nel cinema del Bangladesh
Negli ultimi anni, il cinema internazionale ha riportato in auge il sottogenere body horror, legandolo indissolubilmente a un tema specifico: gli standard di bellezza della contemporaneità. In titoli come The Substance o The Ugly Stepsister appare evidente come la mostruosità risieda nella manipolazione e degenerazione del corpo, al fine di aderire ad un canone di bellezza irraggiungibile.

The Difficult Bride di Rubaiyat Hossain dimostra che questa visione non ha come confine gli Stati Uniti o l’Europa, ma può raggiungere tutto il mondo. Il film presentato a Venezia83 proviene infatti dal Bangladesh e segue i preparativi estetici di una futura sposa, intrecciando critica sociale e body horror. Contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare, la protagonista, Zaineen, è ricca e vive in un universo di abbondanza e bellezza. Eppure, nonostante questo, è profondamente infelice. D’altro canto, il desiderio della Hossain era proprio rappresentare il limite di questa bellezza che, dopotutto, non equivale alla libertà.
Nato come cortometraggio e, successivamente, lavorato per vent’anni, The Difficult Bride usa i preparativi per il matrimonio come scusa per raccontare la condizione femminile. In questo modo, i rituali del centro estetico e i rimedi casalinghi escono dal confine della tradizione e diventano un’oppressiva imposizione da cui è difficile sfuggire. Il body horror esprime così un senso di disagio femminile interiore, corroborato anche dagli aspetti più folkloristici. Dopotutto, a fare da specchio a Zaineen per tutto il film è il fantasma di una sposa del passato, morta proprio durante la preparazione nel centro estetico. Zaineen ha dunque due possibilità davanti a sé: farsi soffocare diventando una sposa come tante altre prima di lei, oppure ribellarsi al sistema.

Nonostante le sue imperfezioni formali – banalmente la gestione dei tempi della narrazione – The Difficult Bride è una pellicola che rimane impressa e che riesce ad emergere in un contesto come Venezia, in cui, in media, si visionano almeno quattro opere al giorno.
D’altro canto, forse, non c’è troppo di cui sorprendersi: si tratta pur sempre di una storia di resistenza alle regole e reticenza a seguire la norma. In fin dei conti, lo ha affermato la regista stessa: “The Difficult Bride è un esperimento di libertà: libertà dai modelli di femminilità imposti e dalle rigide convenzioni cinematografiche”.
In conclusione
Pur essendo tornati a casa senza premi tra le mani, La Moula e The Difficult Bride rimangono due titoli particolarmente interessanti nel contesto di Orizzonti di quest’anno. Il mockumentary e il body horror non sono certamente due generi nuovi, tuttavia l’uso che ne hanno fatto Pierrat e la Hossain ha una sua rilevanza. In entrambi i casi, infatti, la scelta di un genere specifico si collega al vissuto del regista: Pierrat usa il mockumentary in virtù del suo passato da documentarista, mentre la Hossain si inserisce in una recente tradizione di body horror e la sfrutta per raccontare la condizione femminile in Bangladesh.
Moragheb, invece, ha ricevuto il premio per la Miglior interpretazione femminile, ma, per la portata politica del suo messaggio, forse ne avrebbe meritati anche altri. Con il suo carattere tanto universale quanto iraniano, si tratta di un film imperdibile che vi lascerà veramente scossi.
Nella speranza che tutti e tre riescano a trovare una distribuzione in sala, vi invito caldamente a recuperarli!
a cura di
Claudia Camarda

