Un giro negli inferi danteschi che prendono la forma di un campus universitario: l’ultimo romanzo (uscito in Italia) di R. F. Kuang
Katabasis, l’ultimo romanzo di R. F. Kuang, porta in scena una romantica discesa negli inferi a colpi di citazioni accademiche a tratti poco contestualizzate, in un’opera fantasy che – a mio parere – non regge il confronto con il suo predecessore: Babel.
L’idea di partenza è difficile da non trovare affascinante: due studenti di dottorato, Alice Law e Peter Murdoch, rivali nell’ambiente accademico della magia, devono scendere negli Inferi per recuperare l’anima del loro professore, Jacob Grimes, spregevole uomo dedito alla sofferenza accademica e le molestie sessuali. Il motivo? Non esattamente altruistico. La morte del loro relatore rischia di compromettere il loro futuro accademico

È una premessa brillante, assurda e molto Kuang. L’idea di trasformare l’accademia in un vero e proprio Inferno è probabilmente il punto di partenza più riuscito del romanzo: non a caso riprende l’esperienza dell’autrice. L’accademia non è soltanto l’ambientazione: è il vero mostro del libro.
Il problema è che, a un certo punto, sembra quasi che Kuang si innamori così tanto della propria idea da dimenticarsi di doverci costruire intorno una storia. Katabasis è un romanzo estremamente consapevole di essere intelligente, acculturato. Forse troppo.
La ricerca è evidente in ogni pagina. Filosofia, letteratura, mitologia, logica, storia dell’accademia e riferimenti ai grandi racconti di discesa nell’oltretomba vengono continuamente intrecciati alla vicenda di Alice e Peter.
In teoria dovrebbe essere uno degli elementi più affascinanti del romanzo; nella pratica, per me, diventa spesso un ostacolo alla lettura. Alcune digressioni sembrano esserci non perché siano indispensabili alla storia, ma perché Kuang vuole dimostrare di aver fatto i compiti.
E qui arriva il problema della pretenziosità.
Non credo che un libro sia pretenzioso semplicemente perché è colto, pieno di riferimenti o difficile. Il problema nasce quando la cultura smette di essere uno strumento e diventa quasi una performance. In Katabasis ho avuto spesso la sensazione che il romanzo non si limitasse a raccontarci qualcosa, ma volesse ricordarmi continuamente quanto sia intelligente ciò che sto leggendo.
Alice e Peter sono persone estremamente intelligenti, competitive e spesso insopportabili. Ed è evidente che debbano parlare, pensare e persino vivere attraverso il linguaggio dell’accademia. E questo rende tutto più pesante.
Eppure, proprio quando la storia dovrebbe diventare più personale, il romanzo tende nuovamente a rifugiarsi nelle proprie dinamiche.
Questo è ciò che mi ha lasciata più insoddisfatta: Katabasis sembra avere continuamente qualcosa da dimostrare, mentre io avrei semplicemente voluto affezionarmi ai suoi personaggi. Non concentrarmi per capire cosa stessero dicendo.
Non significa che il libro sia privo di momenti interessanti, anzi. Il concetto stesso di Inferno è costruito con grande immaginazione e il sistema della “magia” legata alla logica e ai paradossi è probabilmente uno degli aspetti più originali del romanzo.
Ma un buon concetto non è necessariamente una buona storia. Mi dispiace dirlo, ma è pur sempre un prodotto del BookTok.
E forse è proprio qui che Katabasis mi ha fatto rimpiangere gli altri libri dell’autrice.

Con Babel, Kuang riusciva a utilizzare la ricerca e l’erudizione per costruire un mondo narrativo molto più immediato, mentre Yellowface aveva dalla sua una componente satirica molto più diretta e, soprattutto, una capacità maggiore di trascinare il lettore nella storia. Anche The Poppy War, con tutti i suoi difetti, possedeva una dimensione emotiva e narrativa che rendeva difficile ignorare ciò che stava succedendo.
In Katabasis, invece, mi sono ritrovata più volte ad ammirare il lavoro dietro al libro senza necessariamente divertirmi a leggerlo. Ed è una differenza enorme.
La sensazione finale è quindi stranamente contraddittoria: non penso che Katabasis sia un libro stupido, superficiale o privo di ambizione. Al contrario, è forse proprio il suo essere così ambizioso a rappresentare il problema. Forse sono semplicemente troppe cose contemporaneamente.
E alla fine, almeno per me, rimane soprattutto la sensazione di un’occasione mancata.
Perché Katabasis avrebbe potuto essere un romanzo incredibile. Due dottorandi rivali che devono attraversare l’Inferno per recuperare il loro professore? Un sistema magico basato sulla logica? Una relazione fatta di rivalità, dipendenza, risentimento e forse qualcosa di più? I’m in.
Eppure, leggendo, ho avuto spesso l’impressione che il libro fosse più interessato a farmi capire quanto fosse brillante la propria costruzione che a farmela vivere davvero.
Per questo, nonostante apprezzi R. F. Kuang e continui a pensare che sia un’autrice capace di avere idee davvero incredibili, Katabasis è probabilmente il suo romanzo che mi ha convinta meno. Non perché sia troppo intelligente, ma perché a volte sembra avere così tanta paura di non sembrare tale da dimenticarsi di essere, prima di tutto, una storia.
E forse è proprio questo il paradosso più interessante del libro: un romanzo nato per criticare l’élite accademica finisce, in alcuni momenti, per assomigliare un po’ troppo a ciò che sta criticando.
a cura di
Ludovica Marinelli

