Shumei. The Living Legacy of Kabuki – l’esordio al documentario di Takashi Miike in anteprima a Venezia83

Takashi Miike, uno dei registi giapponesi più prolifici, esordisce al documentario con “Shumei. The Living Legacy of Kabuki”, presentato Fuori Concorso a Venezia. Di seguito la recensione, in anteprima per “The Soundcheck”.

Giovedì 4 settembre è stato presentato in anteprima a Venezia 83 Shumei. The Living Legacy of Kabuki, il primo tentativo documentaristico del prolifico regista giapponese Takashi Miike (Audition, Ichi the Killer, 13 Assassini). Il film segue i preparativi per la cerimonia di successione dell’attore Kabuki Ichikawa Ebizo, al quale verrà formalmente attribuito il prestigioso nome Ichikawa Danjuro XIII. In contemporanea, l’uomo si impegna anche nella formazione di suo figlio di cinque anni che, prima o poi, erediterá il nome.

“I invite you to experience on screen the piercing gaze of a demonic intensity that strikes through the soul of those who wish to be freed from shallow words such as “moving””

Takashi Miike

Conosciuto per i suoi film visionari caratterizzati da un’estetica della violenza estrema, Miike approccia il documentario andando in una direzione all’apparenza contraddittoria al resto della sua filmografia.

Ma è veramente così?

Il trionfo dell’arte “punk”

Quando ho sentito che un regista così amante dell’eccesso avrebbe portato a Venezia un documentario sul teatro Kabuki, ammetto di essere rimasta piuttosto sorpresa.

Eppure, in apertura di Shumei. The Living Legacy of Kabuki viene immediatamente ribadito un concetto fondamentale per comprendere questa scelta di Miike, che, in realtà, si dimostra molto coerente col suo percorso artistico. Il teatro Kabuki non deve infatti essere considerato una forma d’arte tradizionale rigida e lontana dalle sensibilità moderne, bensì come una forma di intrattenimento popolare sopravvissuta fino ad oggi.

Nel ‘600, durante l’epoca Edo, ad interpretare il Kabuki erano attori coraggiosi pronti ad assumersi rischi portando in scena (con tanto di effetti speciali) storie ricche di passione, delitti e vendette. Insomma, il teatro Kabuki nasce come forma d’arte “punk” e, di conseguenza, deve essere considerato un antenato del cinema estremo di genere. In altre parole, le opere dello stesso Miike devono tanto a questa tradizione, ragion per cui non è poi così sorprendente che l’abbia scelta come soggetto del suo primo documentario. Per esempio, un personaggio come Asami in Audition – così come tutte le figure di fantasmi femminili presenti nel cinema horror giapponese – derivano dall’opera Kabuki Ghost Story of Yotsuya.

Tenendo conto di tutto questo, ecco che Shumei diventa una scelta perfettamente logica all’interno della filmografia di Miike. In fin dei conti, un ritorno alle origini a volte è necessario per comprendere meglio il presente e, in questo caso, è indubbio che il cinema “punk” giapponese sia un diretto discendente del teatro Kabuki.

Un’ereditá identitaria

Ma Shumei. The Living Legacy of Kabuki ha anche un altro aspetto preponderante, vale a dire la questione identitaria. Essere un attore del teatro Kabuki è infatti un’esperienza totalizzante che richiede anche una modifica della propria identità in nome della tradizione. Ichikawa Ebizo deve diventare in via ufficiale Ichikawa Danjuro XIII, ereditando così un nome fondamentale alla storia del teatro Kabuki. Ogni generazione passata ha avuto il suo Danjuro, così come lo avrà ognuna di quelle future. La domanda che sorge spontanea è: questa cerimonia è solo un grande onore, oppure anche una rinuncia?

Indubbiamente, si tratta di un’ereditá importante, ragion per cui ottenere questo nome è motivo di orgoglio personale. Allo stesso tempo, però, essere un Danjuro significa sentire un dovere verso il proprio pubblico e l’arte stessa del Kabuki. Questo senso di responsabilità raggiunge il suo culmine con l’abbandono della propria identità in favore di quella prescelta nel mondo del Kabuki: in primo luogo si è parte di una tradizione secolare e, solo in un secondo momento, si può tenere conto della propria individualità.

Il fatto che la tradizione del Kabuki venga tramandata di padre in figlio fin da un tenera età (ad inizio documentario il figlio di Ichikawa ha solo 5 anni e già si esibisce sul palco accanto al padre) va a sostegno di questa tesi. In un certo senso, essere un attore del teatro Kabuki diventa un’ereditá identitaria la cui diffusione non ha mai veramente fine.

In conclusione

Shumei. The Living Legacy of Kabuki dimostra ancora una volta la straordinaria capacità di Takashi Miike che, pur approcciandosi per la prima volta al linguaggio del documentario, riesce a rimanere perfettamente coerente alla sua visione artistica.

In parte riflessione sul rapporto tra identità e tradizione, in parte esplorazione dell‘intrattenimento “punk” nella sua essenza, Shumei è indubbiamente un titolo particolarmente interessante in questa Venezia83.

a cura di
Claudia Camarda

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