“Almeno per ora” è il nuovo e terzo disco degli Elephant Brain che celebra il presente in tutte le sue sfaccettature
Gli Elephant Brain celebrano la maturità, ma soprattutto della coerenza del loro percorso con il nuovo album. “Almeno per ora” guarda al passato della band senza rimpianti o nostalgia, ma solo per vivere al meglio il presente. Anticipato dal singolo “Impareremo a perdere”, il terzo album degli Elephant Brain, registrato da Marco Romanelli e prodotto da Jacopo Gigliotti, è un disco che riconosce la fragilità e la forza del vivere l’oggi come uno spazio in cui il passato smette di essere solo dolore e il futuro inizia a farsi possibile
Ciao, benvenuti su The Soundcheck! “Almeno per ora / fa ancora paura” è l’ultima frase che sentiamo, a dimostrare che sì, gli Elephant Brain sono cresciuti, ma ci sono cose che non cambiano mai: l’amore per la musica, la consapevolezza che scrivere canzoni sia un modo per resistere ed aiutare a resistere, la paura che tutto possa svanire da un momento all’altro e la conseguente gratitudine per tutto ciò che di buono arriva.”; Com’è avvenuto il passaggio da “Canzoni da odiare” a quelle amabili del nuovo album? È cambiata in qualche modo la prospettiva dei pezzi o, comunque, la vostra prospettiva sui pezzi?
Semplicemente siamo cresciuti. Diventiamo adulti, con tutto ciò che questo implica, a partire da una consapevolezza diversa che, forse, è quella che ci porta anche ad accettarci, ad essere più clementi con se stessi. La scrittura, in questo contesto, resta la nostra forma di espressione più immediata, viscerale, inevitabile, una forma di resistenza che ci aiuta a sentirci meno irrisolti.
Il concept del nuovo album, “Almeno per ora”, è il tempo, “Un invito a non voltarsi dall’altra parte, a non dimenticare, ma anche a non restare immobili.”; a livello discografico, tra i vostri colleghi, notate una tendenza diversa? Se sì, vi sembrano più propensi a dimenticare o a restare immobili?
Non ci piace parlare per dicotomie, tra una o un’altra cosa, tra dimenticare o restare immobili, ad esempio. Ci piace piuttosto pensare che ognuno abbia il proprio approccio perché ciascuno è diverso. Noi sicuramente lo sappiamo da che parte stare e non ci voltiamo dall’altra parte. E ovviamente le artiste e gli artisti o band che apprezziamo di più sono quelli che sentiamo affini a noi e alle nostre scelte.
In riferimento al titolo del singolo che ha anticipato l’uscita del disco, c’è stato un momento eclatante in cui gli Elephant Brain hanno “imparato a perdere” come band?
Magari ce ne fosse stato uno solo. Ce ne sono stati – e ce ne sono – tanti. Noi, peraltro, dobbiamo sempre conciliare la musica con i nostri impegni lavorativi e familiari: una cosa che può sembrare piuttosto semplice ma che in realtà non lo è. Soprattutto in tour questo crea un cortocircuito in cui abbiamo spessissimo la sensazione di “perdere”, di “non farcela”, che sia “tutto troppo”. Quindi, per rispondere alla tua domanda, forse più che un momento eclatante, diciamo che “l’imparare a perdere è qualcosa con cui conviviamo” – e che ci ritroviamo ad accettare – spesso. Soprattutto ora che siamo “diventati grandi”.
Chi sono le star che non sono star a cui fate riferimento in “Solo un’altra domenica”?
Siamo noi. A volte capita di sentirsi o di venir considerati da fan e amici “le star” che però, fondamentalmente, non siamo. Sempre nel nostro esorcizzare gli sforzi che compiamo per fare musica, ci piaceva ribadire il concetto del guarda che vita fanno le star, che non sono star.
Dal punto di vista sonoro, “Almeno per ora” mi sembra un po’ più variegato e intimo rispetto ai vostri album precedenti, è così? C’è stata una maggiore ricerca durante la sua fase di scrittura?
È assolutamente così, lo dicevamo anche prima: la scrittura e i suoni rispecchiano un momento nuovo che confluisce in un disco, dal nostro punto di vista, più maturo e riflessivo. Per la prima volta, inoltre, siamo entrati in uno studio di registrazione, uscendo dalla comfort zone del “facciamo tutto da soli e poi mixiamo”. Insieme a Jacopo Gigliotti – da sempre al nostro fianco – c’era anche Marco Romanelli (eravamo nel suo studio), e ci siamo immersi totalmente nelle sessioni di registrazione portando avanti, allo stesso tempo, il nostro “vero” lavoro. Quello per il quale eravamo spesso alle quattro di notte in macchina tra Arezzo e Perugia. Un periodo indimenticabile.
A chi parlate nel brano “Le prime luci”? Verso chi andate?
Ciascuno di noi cinque potrebbe dare una risposta diversa: un amore, un luogo, una sensazione, di sicuro è andare verso qualcosa o qualcuno che tiene accesa l’energia, la voglia di ricominciare, ogni giorno.
È in corso il vostro tour. Cosa deve aspettarsi di diverso dal solito chi viene ad ascoltarvi?
Abbiamo lavorato molto al concerto per questo nuovo tour. Far convivere tre dischi sonoricamente simili ma concettualmente diversi non è facile, qualche pezzo ci ha lasciato le penne, banalmente è uscito dalla scaletta, altri invece sono diventati vere colonne portanti. Abbiamo lavorato molto sui suoni e sull’esperienza che ha anche dei momenti intimi rispetto ai precedenti tour degli Elephant Brain.
a cura di
Lucia Tamburello

