The Hard Quartet – Locomotiv Club, Bologna – 8 giugno 2025

Cronaca (semi) seria di un concerto. Attesissimi gli Hard Quartet per l’unica data italiana. La band ha calcato il palco del Locomotiv Club a Bologna in una serata surreale malgrado un caldo rovente. E vi assicuro che non è stata una passeggiata.

A scanso di equivoci diciamolo subito. Non chiamate gli Hard Quartet un “progetto”, definizione che ormai ha rotto i cabasisi. Andare alla voce “band” più specificamente Rock’n’roll band. Questa definizione così dannatamente boomer calza a pennello per questi quattro attempati ragazzi. Nello specifico (ecco, andiamo alle presentazioni come si fa d’uopo) Stephen Malkmus, figura di spicco del sound indie americano negli anni ’90 con anni di militanza nei Pavement e Silver Jews. Emmett Kelly, cantante, compositore e chitarrista che ha supportato artisti come Bonnie “Prince” Billy , Ty Segall , Angel Olsen , Azita , Joan of Arc. Matt Sweeney musicista e produttore con collaborazioni che vanno da Guided by Voices, Cat Power, Johnny Cash e Neil Diamond. E infine Jim White, batterista e cantautore, noto per il suo lavoro con Dirty Three, Xylouris White e per collaborazioni con Guy Picciotto, Cat Power, Bill Callahan e Venom P Stinger.

Code e gin-tonic

Ma la giornata era partita male. Il buon Mirko Fava mi conferma l’accredito quando ormai avevo perso le speranze. Poco prima ero davanti al televisore che bestemmiavo per la partita Sinner-Alcaraz. Ma non avevo considerato le code chilometriche dei rientri dalla Riviera Romagnola per Bologna e quindi mi son fiondato nella mia bella Renault Clio senza aria condizionata, a schiumare nelle file altezza Faenza-Imola. Arrivato a destinazione, il dopo-lavoro ferroviario annesso al Locomotiv è un posto che distende i nervi, soprattutto dopo un buon gin tonic a prezzi “umani”.

Ad aprire il concerto un’artista che ritengo una rivelazione: Any Other. Uno dei nomi più interessanti dell’indie italiano che si è accompagnata sola con chitarra. Ha presentato i brani del suo ultimo EP “Per te che non ci sarai più”. Questo disco segna la svolta dell’artista, dopo il precedente “Two Geography” completamente in inglese, con canzoni interpretate in italiano e giapponese (sua grande passione). Nei testi colpisce la fragilità e l’esplosione, nell’esecuzione una buona capacità di arpeggio.

Quattro cavalieri

Tende chiuse come nei sipari che si rispettano, gli Hard Quartet si preparano come nelle grandi occasioni di gala. I quattro cavalieri dell’underground sono pronti a portarci al galoppo verso distese di suoni non convenzionali, intrecci di chitarre, batteria minimale ma sempre vitale. I tre davanti si passano chitarre e basso fra di loro dopo ogni pezzo. Il basso Gibson orrendamente graffiato e con la firma di Iggy Pop in calce sa di strumenti consumati da intensi live, sudati, accarezzati e sbattuti come quando si fa all’amore. Un loro show è tutto questo ma anche di più.

Stephen Malkmus ha ancora l’aspetto dell’universitario e rocker alternativo malgrado i capelli grigi e gli altri si muovono con una naturalezza con i cori che riecheggiano i Byrds. Canzoni sospese fra ballate e cavalcate elettriche alla Neil Young insieme a momenti di pura improvvisazione. Ma, malgrado i momenti in cui le chitarre prendono il volo, la band non perde mai l’orientamento e la struttura di base, una dimostrazione di maturità e di grandezza.

Strumenti in libertà

La scaletta era incentrata sull’omonimo album uscito lo scorso ottobre. Una band non convenzionale. I cantanti si alternano nelle esecuzioni e si cambiano strumenti in ogni brano. Stephen Malkmus è maledettamente magro senza “panzetta da birro” e fa ancora la sua porca figura. Scherza sulla partita Sinner-Alcaraz col pubblico. Nel brano “Six Deaf Rats” gli strumenti si lasciano andare senza nessun controllo, quel lato del rock’n’roll che non ha schemi ma si dimostra nudo e crudo nella sua essenza.

Un finale imprevisto, con l’ultimo brano “Chrome Mess” non completato per un black out improvviso sul palco. Jim White alla batteria ha continuato a suonare e il pubblico battendo le mani insieme incitava a non interrompere il brano. Quando tutto è stato ripristinato gli Hard Quartet hanno regalato un bis non previsto: una commovente versione di “Advice to The Graduate” dei Silver Jews, una dedica indiretta a David Berman, compagno di Università e co fondatore dei Jews.

Conclusioni

In definitiva un concerto di marziani venuti dal pianeta USA dove c’è ancora vita vera e non miliardari che litigano al potere. Una lezione di musica da quattro veterani che hanno attraversato la linfa vitale dell’underground rock degli ultimi anni. Un concerto che, malgrado il caldo e un vento di libeccio (che in Romagna chiamiamo “garbino”) ha registrato il sold out. Sempre domenica, in altri contesti, l’affluenza è stata minore, ma questa è un altra storia. Intanto recuperate qualsiasi cosa degli Hard Quartet, non ve ne pentirete.


Scaletta:
Thug Dynasty
Heel Highway
Rio’s Song
Our Hometown Boy
Earth Hater
Renegade
Killed by Death
Hey
It Suits You
Gripping the Riptide
Lies (Something You Can Do)
Six Deaf Rats
Action for Military Boys
Jacked Existence
North of the Border
Chrome Mess

Encore: Advice to the Graduate (Silver Jews)

a cura di
Beppe Ardito

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di Beppe Ardito

Da sempre la musica è stata la mia "way of life". Cantata, suonata, scritta, elemento vitale per ridare lustro a una vita mediocre. Non solo. Anche il cinema accompagna la mia vita da quando, già da bambino, mi avventuravo nelle sale cinematografiche. Cerco di scrivere, con passione e trasporto, spinto dall'eternità illusione che un mondo di bellezza è possibile.

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