Uscito nel 1999 e prodotto da Paramount Pictures, Il Mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton, considerato ingiustamente uno dei suoi lavori minori, intesse un profondo ed interessante legame con il cinema gotico del passato, riprendendone i fili e ampliandone lo sfarzo grazie alle nuove possibilità cinematografiche.
Pensando ad un film per celebrare Halloween, una delle feste che mi stanno più a cuore fin dalla tenera età dei ‘dolcetto o scherzetto’, mi sono soffermato sulle centinaia di pellicole e di autori la cui carriera appare inevitabilmente collegata alla Vigilia di Ognissanti.
La scelta di un campione personale di questo periodo ricade quasi certamente su Tim Burton, regista che non ha certo bisogno di presentazioni e che considero non solo uno dei più grandi teorici del cinema di genere, ma proprio della concezione di Halloween, fin dai tempi della sua collaborazione con Henry Selick per la realizzazione di A Nightmare Before Christmas (1993).
Tra tutti gli splendidi film che hanno scandito la stellare decade burtoniana dei ’90, il posto d’onore del mio sabba cinefilo è occupato da Il Mistero di Sleepy Hollow, che considero il mio film di Halloween preferito.
Ritorno alle origini
L’agente di polizia Ichabod Crane (Johnny Depp), criminologo ante litteram, viene inviato nello sperduto entroterra americano presso l’inquietante villaggio di Sleepy Hollow, macabro teatro di alcuni omicidi con decapitazione. I cittadini anziani interrogati da Crane, pensano che dietro questi crimini si nasconda il fantasma del Cavaliere Senza Testa, tornato dall’inferno per reclamare i crani dei suoi nemici.

Per il soggetto, tratto da un omonimo racconto breve dell’americano Washington Irving pubblicato nel 1820, Tim Burton decide, sulla scia di quanto già fatto da Coppola per il suo Bram Stoker’s Dracula (1992), di proporre la nuova trasposizione di una delle storie horror più famose del folklore americano.
Irving infatti, al pari del mio amato Edgar Allan Poe, è considerato uno dei padri del gotico americano, avendo contribuito attivamente, attraverso le sue ambientazioni e le sue idee ad una parziale canonizzazione del genere. Il suo legame con il cinema di Burton si estende anche al di là dei confini di Sleepy Hollow, essendo stato il primo ad usare il soprannome Gotham per indicare la città di New York, anticipando così la creazione della patria di Batman, portato in scena da Burton nel 1989.
Gli Stati Uniti sono una nazione giovane, senza storia precedente all’arrivo della Mayflower, (se si esclude chiaramente quella dei nativi, tragicamente bistrattata), non hanno vissuto i castelli medioevali, gli intrighi di palazzo cinquecenteschi o l’incubo della peste nera. Per dare solide basi al neonato folklore a stelle e strisce, Irving e Poe decidono di individuare i legami che collegano il Vecchio e il Nuovo Continente, così da ricercare nel secondo il prosieguo di quei fantasmi, mostri e paure che caratterizzavano la tradizione europea, e lo stesso fa Burton, mettendosi sulla scia di questi due maestri letterari.
L’ Ichabod di Johnny Depp, abbandonando le bianche strade pavimentate di Manhattan per approdare sugli sterrati sentieri di campagna che portano al villaggio, giunge in una sorte di non-luogo congelato in una nebbiosa coordinata spazio-temporale, spazio fertile per leggende e i misteri.

Sleepy Hollow, come ricordano i cognomi dei suoi cittadini, è popolato da coloni olandesi, inconsci dorifori del folklore del loro paese d’origine e, per questo, perfetti veicoli della nuova leggenda nera. Al loro pari, anche il Cavaliere Senza Testa non è americano, bensì tedesco. Si tratta infatti di un temibile e spietato mercenario Assiano, giunto per combattere i neonati Stati Uniti nella Guerra d’Indipendenza.
La scia dell’orrore antico arriva da oltre oceano, diventando fondamento delle nuove storie di terrore e dando vita a vecchi-nuovi fantasmi, particolarmente minacciosi e violenti in quanto veicoli dell’oppressione d’ancien regime. Allo stesso modo, i modelli cinematografici di riferimento per Sleepy Hollow non sono del tutto americani, ma provengono dal Vecchio Continente.
L’alba del cinema gotico
Tra i vari incubi cinematografici alla base della poetica burtoniana, è possibile individuare due semini che, piantati nell’anima del regista di Burbank quando era ancora bambino, sono stati l’origine di due alberi inquietanti e rigogliosi al pari del tronco infernale sorto dalla tomba maledetta del Cavaliere.
Quello che più stupisce guardando il film è infatti la costruzione del mondo grandguignolesco in cui si svolge l’intera vicenda. Rifiutando qualsiasi tipo di realismo naturalistico, il villaggio, le case diroccate e i boschi della campagna americana sono stati tutti ricreati all’interno di teatri di posa, favorendo una messa in scena barocca, dallo spiccato gusto teatrale che rese possibile giochi di colore e di luce, affidati al grande DOP Emmanuel Lubezki, praticamente impossibili da realizzare in altro modo.

In questa scelta, Burton, decise di riprendere la costruzione scenica propria della Hammer Film Productions, una casa di produzione britannica celebre proprio per le trasposizioni horror-gotiche tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’70.
Accanto ai classici del genere che riprendevano storie horror più tradizionali, come The Curse of Frankenstein (T. Fisher, 1957) o Dracula (T. Fisher, 1958), il cinema della Hammer ispirò anche una sorta di revival gotico nel corso degli anni ’60, al quale partecipò attivamente, tra gli altri, il grande Roger Corman con il suo ciclo di film ispirati alle opere di Edgar Allan Poe.
Propria dei film della Hammer era anche la contrapposizione tra il terrore ultraterreno e gli sforzi umani per contrastarlo.

In questo senso, Ichabod appare un personaggio diviso a metà tra Van Helsing e i primi detective deduttivi (anche cui ritorna l’Auguste Dupin di Poe), impegnato nella spasmodica ricerca di una verità umana ma costretto a scontrarsi, suo malgrado, con veri orrori soprannaturali, dietro ai quali si nascondono però motivazioni tragicamente terrene, come nei migliori gialli.
All’inizio del film inoltre, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio passaggio di testimone, rappresentato dall’incontro tra il quasi mitologico Cristopher Lee, attore simbolo del cinema Hammer qui nel ruolo di giudice, e Johnny Depp, a sua volta maschera feticcio del cinema di Burton, che riceve dal collega più grande una sorta di investitura horrorifica.

L’esagerato sfarzo gotico di Sleepy Hollow non può poi prescindere dallo studio degli incredibili costumi di scena, realizzati dalla storica collaboratrice di Burton, Colleen Atwood, una vera e propria istituzione vincitrice di ben quattro premi Oscar. Le sue mirabolanti creazioni, che frappongono l’austerità degli abiti maschili all’anima romantica di quelli femminili, ricchi di pizzi e broccati, sembrano quasi anticipare i mutamenti in atto dei personaggi man mano che la matassa viene sbrogliata.
Per puro gusto personale mi è impossibile non citare l’imponente divisa di morte del Cavaliere, punzonata con teste di drago in argento (simbolo che ritorna anche sull’elsa del suo spadone).
Assieme alla Hammer, l’altro modello di riferimento è rappresentato da un gigante del cinema italiano, grande innovatore di generi (e forse inventore di qualcuno di essi), ovvero Mario Bava, da sempre identificato dal regista di Burbank come uno dei suoi padri spirituali. Del resto, Bava è ritenuto anche il genitore dell’horror gotico italiano, un sotto-genere di grande successo negli anni ’60, le cui ambientazioni e le cui scene di grande violenza possono essere ritrovate anche nella mattanza di Sleepy Hollow.
L’incubo poetico baviano, destinato a fare scuola per tutto il cinema successivo, trova forse la sua massima espressione ne La Maschera del Demonio (1960), che Burton ha deciso di omaggiare nel flashback dedicato alla madre di Ichabod, interpretata da Lisa Marie Smith. Allo stesso modo, l’uso espressionista del colore in alcuni film di Bava, come in Sei Donne per l’Assassino (1964) o I tre volti della paura (1963), ritorna anche nella pellicola di Burton, specialmente quando si tratta di usare il rosso vivo, quasi acido, del sangue (che in Sleepy Hollow scorre in grandi quantità).

Nell’avvicinarsi della notte delle streghe, non posso fare altro che consigliarvi la visione (o il rewatch) di questo gioiello d’atmosfera, impregnato di Halloween, rappresentato dai nebbiosi campi di zucche, fino agli spaventapasseri e alle cavalcate sanguinarie del Cavaliere. Passando da visitatori per il villaggio di Sleepy Hollow, non si può fare a meno di pensare che, esattamente come nella città di Jack Skellington, qui non possa esistere altra festa che non una perenne Viglia di Ognissanti.
a cura di
Tommaso Rubechini

