Il lavoro meraviglioso del cinema – Claudio Santamaria ospite allo IED di Milano per una lezione speciale

Martedì 20 ottobre Claudio Santamaria è stato ospite di una lezione speciale allo IED di Milano, per chiacchierare un paio d’ore del suo mestiere con studenti e non.

Il lavoro dell’attore affascina chiunque, quindi, martedì 20 ottobre, Claudio Santamaria, ospite di una lezione speciale allo IED di Milano, ha risposto alle domande dei presenti e ha raccontato il suo percorso, con qualche aneddoto divertente.

“Avrei voluto qualcuno che mi indicasse la via in un mondo di cui non sapevo nulla”. Santamaria inizia l’incontro con questo messaggio, affermando di essere contento di poter aiutare anche in minima parte chiunque si senta perso e non sappia come farsi strada in questo settore tanto ambito. E così, quando gli chiedono quanto sia importante frequentare una scuola di cinema, l’attore risponde positivamente. Dal suo punto di vista, infatti, sono ambienti fondamentali, un’opinione opposta a quella di Sorrentino che, durante una masterclass passata sempre allo IED, aveva dichiarato le scuole di cinema relativamente inutili, perché, a detta sua, si può fare tutto da autodidatti.

Santamaria prosegue poi raccontandoci della sua esperienza personale: a 16 anni, non provenendo da una famiglia legata al cinema e avendo poche informazioni sul settore, cercò sulle Pagine Gialle una
scuola di doppiaggio a Roma, preferendo prestare solo la sua voce, perché credeva di vergognarsi troppo al centro dell’attenzione. Ha quindi studiato per anni con diversi insegnanti di teatro in svariate scuole: in primis c’è stata Beatrice Bracco, secondo cui dentro ogni attore convivono tutti i personaggi e recitare consiste nell’aprire le “porticine” interiori giuste, ma anche altri nomi come Francesca De Sapio, Michael Margotta e Giancarlo Sepe. Proprio perché non crede nell’esistenza di un’ unica formula perfetta, Santamaria incoraggia lo studio di approcci diversi, così da aiutare ogni ragazzo a costruire il proprio metodo.

Ai suoi tempi, senza social, la connessione fra ragazzi che condividono gli stessi interessi, era quasi impossibile. Ad oggi, nonostante il web, incontrare di persona qualcuno con la stessa passione e avere l’occasione di fare gruppo è un aspetto che solo una scuola può dare. Relazionarsi con i propri coetanei, ma anche confrontarsi con docenti ed esperti del settore, aiuta a sentirsi meno soli e meno “pesci fuor d’acqua”. Inoltre, un grande vantaggio regalato da questi corsi di formazione è la costante chance di creare nuovi contatti da mantenere per una possibile collaborazione futura.

Dalla scuola al set

L’ospite racconta che a scuola si dedicava molto tempo a esercizi insoliti, talvolta imbarazzanti, utili a esplorare possibilità espressive e mettere alla prova l’attorialità di ognuno. In particolare, però, ci si focalizzava sul rilassamento e sulla ricerca delle tensioni fisiche e psicologiche, per arrivare preparati e liberi di agire.

Rispondendo alla domanda di una studentessa del corso di cinema IED, offertasi volontaria di curare l’intervista, l’attore ammette che la sua più grande convinzione maturata durante gli studi e smontata sul set è stata proprio questa: si aspettava che anche girando gli sarebbe stato offerto un percorso guidato e uno spazio per sviluppare il personaggio.

Lo shock principale sono stati infatti i ritmi serrati che non prevedono alcuna prova o indicazione pratica e, di conseguenza, la necessità di prepararsi in autonomia e la prontezza a mettere tutto in discussione, nel caso in cui il regista non dovesse essere convinto. Con l’esperienza si impara a lasciar andare e ad adattarsi alle condizioni di produzione, comprese le pressioni sui tempi. Un attore alle prime armi, invece, potrebbe trovarsi in difficoltà nel girare le scene fuori sequenza e sentirsi trattato come un pupazzo a cui viene semplicemente chiesto di dire la sua battuta. Avere tempo per provare è sempre un grande lusso e un’occasione preziosa: Santamaria racconta infatti delle molteplici prove fatte a tavolino con registi come Muccino e Soldini per, rispettivamente, Ecco Fatto e Agata e La Tempesta. Lui, personalmente, col tempo ha cercato collaborazioni più affini al proprio modo di lavorare.

Per illustrare questa crescita al meglio, alternate alle sue risposte, abbiamo visto alcune clip dei suoi lavori nel corso degli anni. Inizialmente hanno proiettato una scena di Agata e La Tempesta, film del 2004 di Silvio Soldini, dove un giovane Claudio, nei panni di Nico, corteggia la libraria. Qui, Santamaria era ancora agitato, ansioso di dire le battute, forse un po’ inesperto, ma già carismatico e di grande presenza scenica.

La sottile linea tra finzione e realtà

Mantenendo una vita normale, non dovrebbe risultare difficile lasciarsi il personaggio alle spalle al termine le riprese. Dato che gli aspetti più profondi del loro carattere sono già presenti nell’attore, col tempo è necessario imparare a riconoscere quei tratti come parti di sé, senza però identificarsi completamente con essi.

Come esempio, Santamaria cita il lavoro con il suo amico di vecchia data e ex compagno di recitazione, il
regista Gabriele Mainetti, per il suo lungometraggio d’esordio Lo chiamavano Jeeg Robot: un’opera sorprendente, tendente al genere supereroistico, ma radicata nella realtà italiana, uno spartiacque che ha contribuito a riaprire la strada ai film di genere e che Santamaria definisce come “il film che aspettava di vedere in Italia anche da spettatore”. D’altro canto, l’attore sceglie principalmente nuovi progetti affidandosi ai cortometraggi dei registi emergenti e, soprattutto, seguendo il proprio intuito e gusto personale.

Nonostante avesse già anni di esperienza al cinema, Santamaria accettò di partecipare ai provini per il
ruolo nel film di Mainetti. Il regista gli aveva affidato un personaggio opposto alla sua indole più estroversa, mentre a Luca Marinelli, descritto come più introverso, era stato assegnato il percorso
contrario. Durante la preparazione per questo personaggio scontroso e “cupo”, oltre a mangiare e allenarsi per guadagnare massa muscolare, Santamaria è rimasto chiuso in casa, ha osservato gli orsi allo zoo, ha abbassato la voce di tre ottave e litigato con tutti. Nonostante il grande impegno, terminato il film, l’attore ha considerato comunque l’esperienza conclusa.

Un altro esempio è stato il lavoro per Eros, personaggio molto sensuale di Follemente, che l’ha portato a essere fisico e “appiccicoso” con chiunque gli stesse accanto, così da dargli una profondità e non farlo sembrare solo un buffone. Secondo Santamaria, dunque, la recitazione è un gioco serio, ma non si deve trasformare in ossessione: è un lavoro in cui occorre essere scrupolosi, ma serve sempre anche un po’ di leggerezza. L’attore ricorda infatti di aver accettato alcuni ruoli banalmente “solo” per denaro e di essersene pentito, arrivando a soffrire sul set. Ad oggi le sue decisioni sono influenzate molto dal gruppo di lavoro e dal semplice divertimento. Su un set corale come Follemente (di cui ha annunciato essere in produzione il sequel), ad esempio, il divertimento è stato reso possibile in parte dalle prove, ma, soprattutto, dalla conoscenza reciproca tra gli interpreti, dalla loro capacità d’improvvisazione e dalla sintonia che si crea nei dialoghi. Il loro lavoro si è infatti sviluppato come un “ping pong” in cui gli attori si passano la battuta e lasciano lo spazio per le reazioni altrui.

La commedia, però, non va trattata come una semplice sequenza di battute: far ridere è molto difficile e richiede un lavoro preciso e raffinato. Per rispondere a una domanda fatta dall’autrice di questo stesso articolo, Santamaria ha dichiarato che, secondo lui, in questo l’Italia batte anche l’America. Se per altri fattori i set qui possono invidiare quelli hollywoodiani, la capacità di far ridere anche in un film drammatico, il senso dell’umorismo e i tempi comici dei nostri grandi talenti non hanno rivali.

La sua esperienza su diversi set internazionali lo ha portato, chiaramente, a paragonare i due ambienti lavorativi. Santamaria, quindi, racconta di produzioni enormi con centinaia di persone e file intere di camion, il ricchissimo catering ma, soprattutto, la meticolosa preparazione e l’abbondanza di tempo. Molti fondi, per produzioni importanti, come, ad esempio, quella di Casino Royale, permettono di affrontare la scena con sicurezza e tranquillità. Non c’è fretta, si hanno quindi tante prove con stunt di combattimento, giornate di sessioni con l’armaiolo, molteplici takes, props da poter rompere e diversi tentativi per gli inseguimenti automobilistici, con l’obiettivo di ridurre il rischio di infortunio.

La cura delle condizioni di lavoro

L’aspetto che più lo ha colpito di quel set non è stato soltanto il budget, ma il rispetto per il lavoro di ciascuno. L’assistente, infatti, rispettava il suo bisogno di silenzio e concentrazione prima di una scena.
L’attore ricorda che sul set ogni professionista, dagli attrezzisti ai macchinisti, poteva svolgere il proprio compito senza pressioni inutili. A suo avviso, questa attenzione non richiede necessariamente grandi risorse economiche, ma consapevolezza e rispetto reciproco, che rendono l’ambiente più piacevole.

Dopo una clip di Casino Royale e qualche altro aneddoto divertente vissuto con Daniel Craig, l’ospite rilascia consigli a un aspirante attore presente nel pubblico e a chiunque studi recitazione. Propone un approccio pratico al mestiere: prepararsi con costanza, osservare il proprio lavoro senza paura e senza vergogna.

Nonostante vedersi in video possa essere uno shock, come quando tutti noi ascoltiamo la nostra voce registrata, è fondamentale per migliorare. Lo paragona al processo artistico di un pittore che riguarda un primo schizzo: si possono notare energia sprecata in un movimento, battute accelerate, momenti non vissuti pienamente o cali di concentrazione. Ancora oggi considera traumatico rivedersi, ma ritiene anche che imparare a farlo, ignorando il disagio inevitabile, sia importante. Soprattutto, bisogna liberarsi dall’aspettativa di dover offrire ogni volta “la scena della vita”.

La direzione artistica del Milano Film Fest

“I festival sono parte del problema o una soluzione per le opere prime che, lì, riscuotono successo ma faticano ad arrivare in sala?” A questa domanda fatidica l’attore risponde che, dal suo punto di vista, i festival non sono il problema, dal momento che possono prolungare la vita dei film, dare loro visibilità e, in alcuni casi, diventare una possibilità di salvezza o di accesso alla distribuzione. Come esempio cita il Milano Film Festival che, sotto la sua direzione artistica, sta cercando di crescere e ottenere maggiore risonanza, affinché i film presentati e premiati possano essere più conosciuti e trovare distributori.

Partecipando negli anni come giurato a festival di cortometraggi e lungometraggi, Santamaria, ogni volta che incontrava un lavoro non di suo gusto, si chiedeva chi scegliesse i titoli In Concorso. Perciò, quando si è presentata la possibilità, ha accolto con interesse la possibilità di contribuire alla selezione. L’attore sostiene infatti di voler dare una concezione del cinema più ampia del solito: non solo opere d’autore o film associati a un circuito festivaliero ed elitario, ma anche commedia, intrattenimento, riflessione, confronto, condivisione e introspezione, accogliendo così generi diversi. Lo spettatore è sempre invitato a prepararsi: deve raggiungere la sala, pagare il biglietto e dedicare due ore a un film. Proprio per questo, Santamaria afferma che se il cinema è fatto per gli altri, l’obiettivo dovrebbe essere offrire qualcosa al pubblico, invece che limitarsi a raccontare storie comprensibili soltanto a chi le ha create.

Secondo Santamaria anche l’attore ha un ruolo in questo e, citando una massima attribuita a Marcello Mastroianni, che, a sua volta, la riferiva a un attore della Comédie-Française, afferma che: “in scena servono forza, intelligenza e sangue freddo”. L’emotività può essere utile, ma non deve trascinare l’attore al punto da impedirgli di valutare il proprio lavoro e riprovare. Anche per questo è fondamentale avere al proprio fianco una persona di cui ci si può fidare ciecamente per un consiglio sincero.

Infine, l’attore ammette di ritenere il doppiaggio molto più difficile, dal momento che richiede sia un lavoro di immedesimazione nel personaggio, sia la sincronizzazione di sguardo e respiro con un’altra persona. Allo stesso tempo, Santamaria non fa mistero di voler un giorno cambiare lavoro. Da quando ha diretto un cortometraggio diversi anni fa, ha infatti scoperto un altro grande amore e sogno: la regia. Dal suo punto di vista, diventare regista sarebbe un’attività più bella, interessante e stimolante della recitazione.

a cura di
Olga Raimondo

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