Diego Pani: dalla canzone al romanzo, dentro le contraddizioni di Ventimiglia

Con il progetto Amado, Diego Pani ha costruito negli anni il proprio percorso attraverso la musica. Con Sorriso, invece, sceglie di confrontarsi con la narrativa e con una forma di scrittura che gli permette di raccontare ciò che, secondo lui, la canzone oggi fatica a contenere.

Al centro del romanzo c’è Ventimiglia, città di confine attraversata da tensioni, contraddizioni e dinamiche quotidiane che difficilmente possono essere ricondotte a una sola interpretazione. In questo passaggio dalla scrittura musicale a quella narrativa entrano anche vecchie e nuove collaborazioni, come quella con Naesh, artista che Pani conosce e apprezza da molto tempo. Abbiamo parlato con lui di Sorriso, del rapporto tra musica e narrativa, di Ventimiglia e del bisogno di raccontare una realtà senza trasformarla necessariamente in una tesi.

1. “Sorriso” nasce da un’esigenza narrativa che, a quanto hai raccontato, la forma canzone in questo momento non riusciva più a contenere. Che cosa ti ha dato la possibilità di raccontare un romanzo che non avresti potuto raccontare attraverso una canzone?

Raccontare una storia usando la forma canzone trovo che sia anacronistico, che sia appannaggio di una forma di cantautorato che ha fatto il suo tempo. Dylan poteva permetterselo, vedi The Hurricane, come poteva farlo Guccini con Don Chisciotte. Oggi essere tanto esplicito nel racconto musicato, suonerebbe stanco.

2. Sei cantautore con il progetto Amado e oggi ti confronti con la narrativa. Quanto sono vicini, nella pratica, il Diego che scrive una canzone e quello che scrive un romanzo? Ci sono gesti, abitudini o meccanismi della scrittura musicale che ti sei ritrovato spontaneamente dentro “Sorriso”?

La scrittura narrativa è figlia di una nuova maturità che si rivela proprio quando creo: se la scrittura musicale è stata per me una scrittura notturna ed ebbra, quella narrativa è chiara, mattutina e molto lucida.

3. Nel tuo percorso musicale hai incrociato anche Naesh, con cui hai condiviso la scrittura di “Marcello Cammi”. Com’è nata la vostra amicizia e che tipo di rapporto avete costruito al di là della musica? C’è qualcosa che riconosci nel suo modo di scrivere che senti vicino al tuo?

La mia stima artistica nei confronti di Naesh è nata ben prima dell’amicizia con Giacomo: ancora ragazzino scaricavo le sue prime tracce da internet. Era molto più grande di me, a quel tempo. Con gli anni ci siamo raggiunti e capiti, ci siamo voluti bene. Ciò che amo di più della sua scrittura, è forse ciò che la accomuna alla mia: la ricerca di concetti universali restando comunque profondamente legati a questo pezzo di terra.

4. “Sorriso” racconta Ventimiglia e un territorio di confine senza cercare, almeno nelle intenzioni, una lettura semplicemente politica o ideologica della realtà. Quanto è difficile, quando si raccontano temi così delicati, lasciare spazio alle contraddizioni senza trasformare la storia in una tesi?

È facilissimo quando si vive questa città e le sue dinamiche tutti i giorni: si cerca di restare buoni, a volte si inciampa.

5. Dopo aver attraversato musica, ricerca e ora narrativa, ti sembra che stia emergendo un unico modo di raccontare il mondo, indipendentemente dal linguaggio che scegli? Oppure senti che ogni forma — una canzone, un libro, persino una conversazione — ti costringa a guardare la realtà in maniera diversa?

Sì, credo che stia emergendo un modo abbastanza preciso e riconoscibile di guardare il mondo, anche se faccio fatica a definirlo. Mi accorgo che, qualunque sia il mezzo, torno spesso sulle stesse cose: le contraddizioni, quello che sta ai margini, ciò che è bello ma anche un po’ storto, e soprattutto le persone quando smettono di rappresentare una parte e si mostrano per quello che sono.

Allo stesso tempo, però, non credo che i linguaggi siano intercambiabili. Una canzone mi porta verso la sintesi e l’istinto, la ricerca mi obbliga alla precisione, la narrativa mi permette di stare nell’ambiguità e nelle contraddizioni molto più a lungo. Quindi forse lo sguardo rimane lo stesso, ma cambia il modo in cui sono costretto a usarlo. E credo che sia proprio questo cambio di prospettiva a interessarmi.

a cura di
Staff

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