The Long Walk: la recensione in anteprima del film di Frances Lawrence

The Long Walk è il nuovo adattamento di Stephen King firmato da Francis Lawrence: un survival distopico che si concentra sulle dinamiche dei personaggi, lasciando nello sfondo uno scenario politico spaventoso.

The Life of Chuck di Mike Flanagan, Welcome to Derry tratta da It, The Running Man di Edgar Wright: il 2025 è stato un altro anno (come ormai capita spesso) ricco di adattamenti tratti dagli infiniti romanzi di Stephen King. A questi si aggiunge anche The Long Walk, uscito negli Stati Uniti e in buona parte del mondo lo scorso settembre e in uscita a grande attesa anche in Italia il 23 aprile dopo diversi rinvii.

Alla regia troviamo Francis Lawrence che, dopo aver rilanciato l’interesse per la sua saga di successo Hunger Games, decide di realizzare – tra Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente (2023) e il prossimo capitolo in uscita a fine anno – l’adattamento di un ulteriore, sadico gioco al massacro, questa volta attingendo direttamente all’immaginario Kinghiano.

La sceneggiatura è firmata da J.T. Mollner, già regista e sceneggiatore di Strange Darling (2023), titolo che, anche in Italia recentemente, aveva generato un certo chiacchiericcio tra gli appassionati di cinema di genere. E fin dalle prime settimane d’uscita all’estero, anche The Long Walk ha iniziato subito a farsi notare, alimentando una curiosità tutt’altro che trascurabile.

Alla base troviamo dunque La lunga marcia, un romanzo distopico scritto da Stephen King nel 1979 sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, lo stesso utilizzato anche per The Running Man e altri racconti, tutti caratterizzati da una certa carica politica e ferocia, più di quanta lo scrittore ne avesse inserita nei suoi precedenti lavori. E che proprio il The Running Man di Wright sia arrivato nelle sale oltreoceano con una tempistica curiosamente vicina alla pellicola di Lawrence, forse è sinonimo di quanto gli scritti più politici di King ci riescano a parlare ancora più lucidamente a distanza di quasi cinquant’anni?

Ma soprattutto: l’adattamento di questo racconto avrà soddisfatto le aspettative, rivelandosi davvero uno dei film più interessanti della stagione?

La trama

In un’America distopica, sotto un regime dalle sembianze passate ma non collocabile temporalmente in un’epoca precisa, ogni anno cinquanta ragazzi vengono scelti per partecipare a una competizione estrema nota come Long Walk: una lunga marcia che impone loro di camminare per giorni interi senza mai fermarsi, mantenendo un’andatura costante.

Chi rallenta sotto la velocità minima di tre miglia orarie riceve un ammonimento dall’esercito, che li scorta e li segue lungo tutto il tragitto. Al terzo ammonimento, ogni concorrente viene ucciso all’istante. Tutto ciò finché non ne sopravvive uno solo, che si conquista così un premio in denaro e la possibilità di vedere esaudito qualsiasi desiderio dal regime.

Il protagonista Ray Garraty (Cooper Hoffman) sembra determinato a vincere a qualunque costo, spinto da un piano ben preciso che intende portare a termine. Ma presto la conoscenza degli altri concorrenti, tra cui Peter McVries (David Jonsson), con cui instaurerà una forte connessione fraterna, metterà sempre più a dura prova sia la sua volontà, sia la possibilità stessa di diventare l’ultimo in gara.

La marcia come specchio di un sistema malato

Francis Lawrence, reduce dagli Hunger Games, si cimenta nella regia di un adattamento tratto da un altro romanzo profondamente radicato nell’immaginario dei survival games, considerando il genere nella sua accezione più ampia possibile.

La scelta del film è quella di restare ancorato alle dinamiche dei personaggi e alle relazioni che si instaurano tra di loro durante questa marcia estenuante, portata fino al limite della credibilità. Miglia e miglia percorse in condizioni disumane, senza la possibilità di fermarsi a dormire o anche solo di soddisfare i bisogni primari. Tutto diventa iperbole di un sistema malato che spinge i giovani, reduci da condizioni personali disastrose, a vedere questa competizione come l’unica via percorribile in una vita che non sembra offrire alternative. In questo scenario lo sfondo politico è solo accennato e funzionale: non serve sapere altro, anche se non ci viene spiegato né come sia nato il regime né come si sia arrivati a instaurare questo evento annuale.

In un momento storico in cui i survival – basti pensare al più pop Squid Game – hanno catalizzato ancora di più l’interesse del pubblico, l’efficacia di quanto un discorso politico e sociale possa essere veicolato bene e alla portata di tutti attraverso il genere è evidente. Anche perché le metafore classiste e gli scenari politici recenti fanno sì che queste storie non risultino più così lontane o surreali. Diventano piuttosto il riflesso di un senso diffuso di smarrimento, soprattutto per le nuove generazioni. Se il romanzo di Stephen King nasceva come allegoria della mattanza dei giovani soldati in Vietnam, la scelta del film di non collocarsi in un tempo preciso conferisce alla storia un valore ancora più universale, fatto di perdizione e violenza nei confronti dei giovani di tutto il mondo.

Ciò che più inquieta è l’idea che questa marcia sia volontaria: i ragazzi non vengono prelevati con la forza, come in Battle Royale (2000) o negli stessi Hunger Games (2012), ma scelgono di partecipare, spinti da condizioni disperate. I loro passati restano quasi del tutto fuori campo, affidati ai racconti e alle parole, con la sola eccezione di un breve scorcio dedicato al protagonista.

Un adattamento solido ma poco coraggioso

Nonostante il gruppo non sia particolarmente numeroso, la sensazione è quella di avere davanti personaggi tagliati con l’accetta. L’amicizia tra i due protagonisti regge e funziona lungo il percorso, ma molte altre caratterizzazioni risultano troppo abbozzate per un lungometraggio che punta proprio sulle relazioni.

La regia riesce a farci entrare soprattutto nel loro rapporto, ma proprio questa centralità finisce per indebolire la tensione: essendo chiaramente i protagonisti, non si ha mai la sensazione di un vero racconto corale. Si percepisce fin troppo presto che saranno loro ad arrivare fino in fondo, rendendo difficile temere davvero per la loro sorte a metà film.

Si ha così la sensazione di un film riuscito, ma anche di un film piccolo, nonostante una produzione da 20 milioni di dollari. Un budget che fa riflettere su quanto siano lievitati i costi negli ultimi anni, soprattutto considerando un cast composto da volti poco noti al grande pubblico.

Se il meccanismo nel complesso funziona, anche grazie a un finale coraggioso e in parte divergente dal racconto originale, ciò che manca a The Long Walk per essere un grande film è quella carica dirompente che aveva il suo film gemello The Running Man. Il film di Edgar Wright insisteva sulla spettacolarizzazione della violenza, mostrando un mondo distopico spaventosamente vicino al nostro e riuscendo davvero a graffiare. Qui, invece, si ha la sensazione che Lawrence realizzi un adattamento solido, ma senza prendersi particolari libertà rispetto al materiale di partenza.

Si sarebbe potuto, ad esempio, introdurre una dimensione più esplicita di intrattenimento mediatico, magari con una troupe a seguire i ragazzi per riprendere la sofferenza in live streaming, creando un ponte diretto proprio con The Running Man. Ma il racconto resta ancorato al romanzo senza eccedere in libertà che aggiornino la storia ai giorni nostri. Ed è curioso che manchi proprio quella riflessione sul rapporto tra violenza e spettacolo, considerando che lo stesso regista ha costruito l’universo degli Hunger Games su questi elementi.

Nel complesso, l’ora e quaranta alterna momenti di grande tensione ad altri più ripetitivi e prevedibili. Nonostante una buona confezione, resta la sensazione che, con questo materiale, un altro regista avrebbe potuto realizzare qualcosa di decisamente più incisivo.

a cura di
Alfonso La Manna

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