Sabato 17 gennaio, presso il Teatro EuropAuditorium di Bologna, è andato in scena Anastasia, musical sulla famosa principessa russa diretto da Federico Bellone, con le coreografie di Chiara Vecchi e i testi di Franco Travaglio. Uno spettacolo tutto da scoprire, che vi raccontiamo qui, nella nostra recensione!
Ci sono molte grandi storie che valgono la pena di essere raccontate, viaggi che meritano di essere vissuti. Leggende da riscoprire e riesumare attraverso le parole poetiche di libro, le immagini evocative di film o la visione di uno spettacolo. Con la musica, l’arte e perfino le canzoni di un musical.
Una di queste è sicuramente quella di Anastasia, la storia della principessa perduta, scampata alla morte e scomparsa nel nulla con la caduta dell’Impero Zarino.
Una diceria che inizia presto a circolare, tra le strade affollate di San Pietroburgo. Ma niente di più di un’illusione, destinata a svanire nel 2008 con le analisi del DNA compiute su due corpi trovati vicino a Ekaterinburg, luogo dove i Romanov furono fucilati nel 1918 dai bolscevichi.
Eppure, il mistero e il fascino attorno alla figura di Anastasia non si sono incrinati col tempo e perdurano tuttora, sicuramente alimentati dal film del ‘56 (che valse il Premio Oscar a Ingrid Bergman) e dall’omonima pellicola d’animazione di Casa Fox, con la quale Don Bluth si prese una meritata rivincita sulla Disney.
“Anstasia”, il musical
Proprio a quest’ultima si ispira il musical, già messo in scena – nella sua versione inglese – in anteprima a Broadway il 23 marzo 2017 e poi ufficialmente in tour dal 24 aprile del medesimo anno.
In Italia arriverà, invece, appena più tardi, ma lo spettacolo di Federico Bellone conquisterà fin da subito tutti, incantando con le sue musiche indimenticabili e con coreografie complesse e spettacolari, che conferiscono un nuovo volto a questa meravigliosa storia senza tempo.

Pur basandosi sul film d’animazione del ‘97, infatti, Anastasia prende presto una direzione diversa, costruendo una storia riuscita che, con l’aggiunta di una ventina di nuovi brani (più i reprise) ai sei ben più iconici della nostra infanzia, esplora numerose tematiche.
Dalle più classiche – quelle dell’identità perduta e della scoperta di se stessi che, già presenti nelle due pellicole precedenti, rendono quest’opera un grandissimo racconto di formazione -, fino al conflitto interiore tra dovere e sentimento, la nostalgia per un’epoca ormai lontana e il dolore di chi è costretto ad abbandonare la propria terra.
Proprio quest’ultima sarà al centro di una commovente performance quando, immersi nell’oscurità della notte, nella stazione di San Pietroburgo Anya, Dimitri e Vlad diranno addio alla città che li ha visti crescere, assieme ad un gruppo di ex funzionari e nobili in rovina costretti a lasciare la loro vecchia vita a causa delle persecuzioni dell’esercito rivoluzionario.
E su quel treno il partenza che si avvicina, in una coltre di fumo e di polvere, saliamo anche noi, con il cuore stretto in un doloroso addio.
Le scenografie
Dal punto di vista tecnico, Anastasia si dimostra davvero impeccabile, superando di gran lunga le più rosee aspettative di qualsiasi spettatore. Oltre alle eccellenti coreografie e al grande talento del cast, infatti, risulta impossibile non menzionare le numerose scenografie mozzafiato, che non si limitano a fare da sfondo alla storia di Anya ma che interagiscono con essa, diventando esse stesse parte integrante del racconto.

Arricchite da effetti speciali mozzafiato e geniali artifici, hanno il potere di trasportarci lontano, tra le strade della capitale russa e le stanze di antichi palazzi, abitate solo dai fantasmi dimenticati del passato.
L’ombra di un ufficiale si staglia, nera ed enorme, davanti ai nostri occhi, in una ricercata prospettiva, studiata per evocare terrore e paura. Un punto su una cartina segna la nostra fuga, verso la Francia, verso Paris. Dietro di essa, il tempo scorre, accelerando e dilatandosi, fermandosi per un istante.

Il tempo di una canzone, alla fine del primo atto. Davanti alle porte di Parigi, di fronte al futuro imponente che si staglia dinnanzi a noi. Davanti alla sagoma della Torre Eiffel, sulle dolci note di Cuor non dirmi no.
Chi sono io?
Al centro dello spettacolo c’è il dramma dell’identità perduta, una ricerca costante che Anya vive nella speranza di un ricongiungimento con la sua famiglia e con le proprie origini.
La giovane donna non sa chi sia, ma ha un unico indizio: “Insieme a Parigi”. Deciderà così di partire per la capitale francese assieme a Dimitri e Vlad, due truffatori che le insegneranno, lezione dopo lezione, come diventare la Granduchessa Anastasia, nella speranza di mettere le mani sulla generosa ricompensa offerta dall’Imperatrice in persona.
Ma quello che si prospetta un piano ben congegnato porterà i due ad un confronto con loro stessi che, tra vecchi ricordi e persone di una vita passata, li spingerà a mettere in discussione le loro scelte, facendoli tornare sui propri passi e mutandoli profondamente.

Perché la rievocazione di un primo e fugace incontro casuale è più forte di qualsiasi carillon o chiave misteriosa che un racconto possa offrire.
Tanto da spingerti a rifiutare una corona imperiale.
O una ricompensa da 10.000.000 di rubli.
Gleb Vaganov
L’elemento di rottura più forte, tuttavia, è sicuramente incarnato dal personaggio di Gleb, l’ufficiale bolscevico che rappresenta, con la sua spietata ossessione e la sua lucida follia militare, il vero antagonista della storia.
Nessun Rasputin redivivo da contrastare, nessun demoniaco e potente reliquiario da infrangere su Pont Alexandre. Solo la violenza della Rivoluzione che, con bombe e fucili, fa crollare a terra muri e pareti. “Solamente” l’odio di un popolo oppresso, in grado di spezzare le catene della tirannia infrangendo al suolo i pesanti lampadari della sala da ballo del Palazzo d’Inverno.
Spingendosi oltre ogni limite, se necessario, Glen è determinato ad adempiere ciò che suo padre prima di lui aveva iniziato: la totale distruzione dei Romanov.
Ma è proprio nel riflesso di quegli occhi nemici che il cuore del giovane ufficiale vacilla, colto da sentimenti improvvisi e inaspettati che lo confondono e lo consumano.

Brian Boccuni non sfigura di certo a fianco di Sofia Caselli (Anastasia) e Cristian Catto (Dimitri), regalandoci una performance di spessore che conquista e trascina. “Di più”, anzi, sembrerebbe chiedere il pubblico, poiché l’approfondimento di questo intrigante personaggio meriterebbe sicuramente maggiore spazio, accrescendo ulteriormente quel dramma interiore che lo consuma.
O, forse, la semplice aggiunta di qualche canzone.
Il potere del musical, la potenza di un abbraccio
“Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci”, sosteneva David Lynch, al quale sembrava quasi di accedere ad un’altra dimensione con l’apertura di un sipario “forse rosso”.
Da sempre uno spettacolo esercita un incantesimo seducente sul suo pubblico, ammaliandolo e trascinandolo a sé direttamente sulla scena. Poco importa che si tratti dell’opera, di un balletto o di un varietà. Tu sei lì, nel momento esatto in cui fantasie, personaggi e racconti si fanno carne. Dove l’immaginario diventa realtà.
Il musical, d’altro canto, rende questa esperienza ancora più immersiva, attraverso la potenza di canzoni e coreografie dalle quali risulta impossibile distogliere lo sguardo. Se sei disposto a smarrirti, le parole ti trasportano lontano, in un dolce naufragare per luoghi inaccessibili e dimenticati; inesistenti, se non nel ricordo di qualcun altro. Davanti a te si innalzano mura e castelli, e anche ciò che è distante assume una dimensione più tangibile, sussurrato piano dalle parole e dalla musica.
Col suo linguaggio, fatto di metafore e di gesti, anche la sovrapposizione temporale diventa possibile. Così l’immagine dell’Imperatrice Madre Maria Fëdorovna, ricoperta dai suoi gioielli, sfuma lentamente, lasciando spazio, per un istante, alla grand-mère che, commossa davanti a una donna senza nome, abbraccia il ricordo della giovane nipote perduta.
Una scena intensa, carica di un pathos e di una potenza emotiva che non lascia spazio a dubbi, dimostrando come il teatro sia, innegabilmente, Vita.
Che aggiungere, dunque, su Anastasia, se non il consigliarne a tutti – perfino ai più scettici – un’irrinunciabile visione?

Smarrendovi tra i dolci ricordi dell’infanzia, questa magica fiaba vi condurrà ancora una volta dalle strade di San Pietroburgo fino a Parigi, alla ricerca di un’identità a lungo dimenticata che, forse, vi farà scoprire qualcosa di più su voi stessi.
a cura di
Maria Chiara Conforti
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