Macchiarelli e Brandimarte: “MOZO” e l’arte del tradimento necessario

In questa intervista Filippo Macchiarelli e Michelangelo Brandimarte raccontano il processo radicale con cui hanno attraversato l’opera di Peter Gabriel nel loro nuovo disco “Mozo”: non un omaggio rispettoso, ma un atto di ascolto profondo e di distanza consapevole.

Tra strumenti che cambiano funzione, cover che resistono e brani intesi come conversazioni aperte, emerge un’idea di fedeltà che non riguarda il suono originale, ma l’urgenza emotiva che lo tiene vivo.

Quando avete deciso di lavorare su brani di Peter Gabriel, qual è stata la prima cosa che avete scelto di non rispettare degli originali? Un punto da cui prendere distanza per poterli abitare davvero.

La prima cosa è stata non rispettare la “funzione” degli strumenti. Nei brani originali c’è spesso un impianto ritmico-armonico molto riconoscibile: noi abbiamo deciso di togliere quel pavimento sotto i piedi e di ricostruirlo con due bassi ch diventano batteria, chitarra, synth, orchestra. Non ci interessava replicare i pattern o la produzione: ci interessava la “psicologia” del brano. Prendere distanza, per noi, significava smettere di imitare l’architettura e provare a entrare nella stanza da un’altra porta.

C’è stato un momento in cui una cover vi ha “resistito” più delle altre, come se il brano non volesse lasciarsi attraversare? Come avete capito che non dovevate forzarlo ma ascoltarlo in modo diverso?

Sì, succede quando un pezzo è talmente iconico che sembra avere già una pelle definitiva. In quei casi ti accorgi che ogni tentativo di suona falso, e ogni tentativo di “stravolgimento” suona gratuito. La resistenza l’abbiamo capita così: quando, dopo ore, non rimaneva niente di vivo. Allora abbiamo smesso di forzare e abbiamo cambiato domanda: non “come lo rifacciamo?”, ma “che cosa sta dicendo davvero questo brano, sotto la superficie?”. È lì che trovi un punto d’accesso: magari non è il groove, magari è il respiro, un intervallo, una parola, una tensione armonica. E da quella fessura il pezzo ricomincia a passare.

In MOZO sembrate più interessati a spostare il punto di vista che a omaggiare. Quanto è stato importante “tradire” Peter Gabriel per rimanere fedeli a voi stessi?

È stato fondamentale. “Tradire” qui non è mancare di rispetto: è rinunciare alla reverenza. Peter Gabriel per noi è un faro, ma proprio perché lo è non volevamo trasformarlo in una teca. L’omaggio rischia di essere educato, e l’educazione spesso anestetizza. Spostare il punto di vista significa scegliere un angolo che non è previsto dall’originale e accettare che, da lì, alcune cose cadano e altre si illuminino. Se un brano resta riconoscibile ma ti obbliga a guardarlo con occhi diversi, allora — paradossalmente — stai rendendo omaggio alla sua vitalità, non alla sua fotografia.

Lavorare su canzoni così riconoscibili espone inevitabilmente al confronto. In quale momento avete smesso di pensare all’ascoltatore “che conosce già l’originale” e avete iniziato a seguire solo l’istinto?

Nel momento in cui abbiamo capito che l’unico ascoltatore che poteva “giudicare” davvero era il brano stesso. Se suonava vero, respirava; se suonava falso, si spegneva. Quando sei in studio e senti che una scelta ti fa venire la pelle d’oca, capisci che stai parlando la tua lingua. Da lì l’ascoltatore “informato” diventa quasi un fantasma: lo rispetti, ma non lo assecondi. È un lavoro che chiede coraggio, perché sai che qualcuno dirà “non è così”, ma tu stai cercando un’altra verità: non la fedeltà al suono, la fedeltà all’urgenza.

Se MOZO non fosse un disco di cover ma un disco di conversazioni, quale canzone sentireste come un dialogo riuscito e quale come un confronto ancora aperto?

Il dialogo riuscito è quello in cui senti che nessuno dei due sta parlando “sopra” l’altro: l’originale resta una presenza, ma tu non sei schiacciato. Ci sono brani in cui abbiamo avuto proprio la sensazione di una conversazione intima, quasi a bassa voce: come se avessimo trovato il tono giusto per entrare senza invadere.

Il confronto ancora aperto, invece, è quello che continua a farci domande anche dopo la registrazione: non perché sia irrisolto, ma perché è un brano che non finisci mai di comprendere. E forse è giusto così: alcune canzoni non si “chiudono”, si attraversano e basta. MOZO, in parte, è questo: un diario di attraversamenti.

Dopo aver attraversato l’immaginario e la scrittura di Peter Gabriel, cosa pensate che questo disco abbia cambiato nel vostro modo di ascoltare — prima ancora che di scrivere — la musica degli altri?

Ci ha insegnato ad ascoltare le intenzioni più che le superfici. Quando lavori così a fondo su una scrittura altrui, impari a riconoscere i dettagli invisibili: un silenzio messo nel punto esatto, un suono che entra come una lama, una scelta armonica che non è “bella” ma necessaria. E soprattutto ti resta addosso una cosa: la musica migliore non riempie, scava. Da allora ascoltiamo gli altri chiedendoci: “dove sta la ferita? dov’è l’aria? qual è la verità emotiva che tiene insieme tutto?”. E questo cambia anche il tuo modo di scrivere e di produrre: ti fa cercare meno il “giusto” e più il vivo.

a cura di
Redazione

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