Urban Quartet intervista prima del tour in Europa

Gli Urban Quartet stanno per partire per un intenso tour in Europa e per l’occasione abbiamo organizzato un’intervista. Ecco cosa ci hanno raccontato e cosa si aspettano da questa avventura.

Come vi siete conosciuti e cosa vi ha spinto a formare gli Urban Quartet?

Veniamo da percorsi musicali condivisi, come quello del Saint Louis college of music, ma soprattutto abbiamo frequentato e frequentiamo tutt’ora, lo stesso giro di musicisti a Roma, di jam session di concerti… la stima musicale ed umana reciproca c’ha spinto a creare questo ensemble in maniera da poter lavorare con continuità sui brani dei singoli membri, sugli arrangiamenti e su una idea di suono comune.


Cosa vi ha lasciato l’esperienza formativa al Saint Louis e come ha influenzato il vostro percorso artistico?

Il Saint Louis è stato un po’ il punto di partenza per tutti noi, il luogo dove la musica è diventata qualcosa di più di una passione. Lì abbiamo iniziato a studiarla con uno sguardo concreto al professionismo, a capire cosa significa davvero farne un mestiere. È stato un ambiente che ci ha spinti a crescere, a confrontarci e a sviluppare una visione più matura del nostro percorso artistico.


Cosa rappresenta per voi il tour “Live in European Conservatories” e come vi state preparando?

Rappresenta sicuramente il punto più alto della nostra carriera fino ad ora. La possibilità di poter effettuare un tour in Europa, in conservatori ed accademie di primo piano nel nostro continente è un privilegio, una responsabilità ed un onore grandissimo. Ci stiamo preparando al meglio, facendo prove e studiando quotidianamente ciò che porteremo sul palco.


Tutti i concerti verranno registrati per un nuovo album live: che tipo di sound vi aspettate emerga rispetto al vostro disco d’esordio “Sofà”?

Sicuramente più maturo e consapevole, anche grazie agli anni trascorsi dalla pubblicazione (2023) ad oggi. Non possiamo prevederlo con esattezza, vista la delicatezza della registrazione di un disco live, in così tante location, che tipo di suono avrà. Sicuramente sarà un disco di jazz, con al centro del discorso l’interplay della band e il suono generale di essa.


Come è nata l’idea della masterclass e quali aspetti ritenete fondamentali trasmettere ai giovani musicisti?

L’idea della masterclass è nata in modo molto spontaneo, probabilmente tra una prova e un caffè — come spesso succede. Ci siamo resi conto che, dopo tante esperienze diverse, avevamo voglia di condividere ciò che abbiamo imparato lungo il percorso: non solo tecnica e teoria, ma anche approccio, curiosità e rispetto per la musica. Allo stesso tempo, è un’occasione per noi di metterci in gioco, confrontarci e continuare a migliorarci, sia come musicisti che come didatti.


Quanto conta l’improvvisazione nella vostra musica e come la coltivate come ensemble?

Nel jazz l’improvvisazione è un elemento essenziale, è l’essenza di questa musica, che si crea ogni sera, sempre diversa, ma che riesce sempre a comunicare. Come singoli musicisti tutti noi ci lavoriamo in continuazione quotidianamente. Come ensemble cerchiamo di bilanciare parti “scritte” ed arrangiate a momenti di improvvisazione dei singoli membri della band, senza mai sacrificare né un aspetto né l’altro.


Avete già calcato palchi importanti come Umbria Jazz e Casa del Jazz. Che emozione vi portate dietro da queste esperienze?

Esperienza incredibili e bellissime, che si aggiungono a tutti gli altri splendidi festival o club che ci hanno ospitato. Ogni volta salire su un palco è una emozione ed una responsabilità. Qualsiasi esso sia. Ovviamente suonare su palchi dove magari molte volte sei stato dall’altro lato, sotto, ad ascoltare i tuoi idoli, aggiunge quel tocco di emotività personale.

a cura di
Staff

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