Pubblicato nel 2022, Superfake è la penultima opera della scrittrice singaporiana di origine cinese Kirstin Chen. Insieme alle due novelle “Bury What We Cannot Take” e “Soy Sauce for Beginners”, l’autrice è considerata tra le scrittrici contemporanee più di spicco del panorama letterario mondiale dal New York Times
Superfake o Courterfeit è il libro che ha reso la scrittura “chic” di Kirstin Chen famosa a livello globale. Tradotto in otto lingue, italiano compreso, la novella è stata consigliata da molte testate giornalistiche internazionali, tra cui il Washington Post, il Time e Vogue. Grazie a Superfake e alla sua brillante carriera letteraria, l’autrice ha ricevuto numerosi premi sia nella sua terra natia dal National Arts Council di Singapore sia in Europa dall’American Library a Parigi. Il meritato successo di Kirstin Chen si deve alle sue scelte stilistiche eccentriche che hanno reso il romanzo Superfake una novella energica e accattivante. Come suggerisce il titolo del racconto, Superfake rimanda all’idea di falsificazione estrema. Tema centrale dell’opera è, infatti, la contraffazione non solo di prodotti di lusso, ma anche di maschere che ogni giorno la società contemporanea è destinata ad indossare.
L’aspirazione al successo e il duro scontro con la realtà sono le fondamenta sulle quali si basano tutti i contrasti che compongono il romanzo. Legami culturali, desideri di rivalsa e soprattutto aspettative sociali elevate spingono le protagoniste del racconto a perdere la propria identità e a vivere una vita di segreti. Pagina dopo pagina, il lettore si ritrova immerso in un vortice di eventi confusionari e racconti dissacranti, a tratti umoristici, che gli impediscono di percepire il confine tra il bene e il male. La compassione viene usata come strumento per modellare e plagiare non solo le povere vittime del racconto, ma anche coloro che lo stanno sfogliando. Del resto, il messaggio dell’autrice è molto chiaro: niente è mai davvero autentico.
“Impulsiva e accattivante . . .una provocante storia di moda, amicizia e falsità (sviscerata in più modi), con protagonisti che sovvertono e capitalizzano il concetto di minoranza etnica” . Vogue, The Best Books of 2022
L’infelicità di una ricchezza solo ostentata
Protagonista di Superfake è Ava Wong, una giovane ex avvocatessa che dopo essersi sposata e aver avuto un figlio da un uomo molto facoltoso si ritrova in una fase di stallo. Il ruolo di moglie e madre cinese modello non le si addicono e desidera realizzarsi professionalmente seppur temendo il giudizio critico della sua famiglia. Giunta in una caffetteria della città dove vive, San Francisco, incontra una sua amica dell’università di Stanford di cui si erano perse le tracce: Winnie Fang. Elegante, raffinata e con un look vistoso, Winnie incarna la femme fatale in carriera che Ava aspira a diventare. Da timida ed impacciata, Winnie è ora una donna che porta con sé un’aura di mistero e una Birkin (apparentemente) originale. Affascinata dal glamour, Ava decide di accettare l’offerta losca di Winnie: entrare a far parte del suo impero di vendite di borse contraffatte.
Prodotte in Cina da artigiani esperti e molto simili alle originali, la pelletteria falsificata è diventata un’operazione su scala internazionale. Per questo motivo, il passaporto americano di Ava e il suo volto “affidabile” sono lo strumento perfetto per ampliare il mercato anche negli Stati Uniti. Nonostante la riluttanza iniziale, Ava partecipa attivamente alle attività illecite di Winnie ritrovando l’energia e la vitalità che tanto le mancavano. Dopo l’euforia iniziale, Ava sospetta dell’affidabilità dell’amica. Capisce di essere stata usata come capro espiatorio e quando la dogana statunitense intercetta un carico di spedizioni sospette, Winnie sparisce. Ava si ritrova davanti al commissario di polizia e confessa tutto passando per la vittima di un’amica brillante ma senza scrupoli. Eppure, la realtà è ben diversa e la “crudele” Winnie, nella seconda parte del romanzo, racconterà la sua verità in un finale dai colpi di scena inaspettati.
“La donna all’ingresso mi vide. Ava gridò. Si affrettò verso di me tendendo un braccio per salutarmi, mentre l’altro era appesantito dalla grande Birkin. I clienti abituali alzarono lo sguardo con oziosa curiosità, probabilmente la etichettarono come un’altra di quelle famose influencer, e tornarono ai loro schermi.”
La necessità di apparire sempre perfetti
Con Superfake, l’abilità di Kirstin Chen di sfumare il confine tra realtà e apparenza viene messa in primo piano. L’ambiguità delle due protagoniste riflette l’inconsistenza dell’animo umano pronto ad indossare vaporosi costumi di scena, e a rinunciare all’autenticità del proprio Io pur di conquistare un certo status quo. Se da un lato Winnie incarna l’ideale della donna in carriera e di successo pur nascondendosi dietro una rete di menzogne, dall’altro Ava mostra la crudeltà della manipolazione fingendosi la più vulnerabile delle due. L’ambizione spinge le due giovani a mentire e a crearsi uno stile di vita illegale parallelo pur di toccare con mano il tanto decantato “sogno americano”. Sia Winnie che Ava sono di origine cinese e, quindi, esempi perfetti della faticosa scalata sociale nel contesto delle migrazioni.
La difficoltà di ambientarsi in una cultura di prevaricazione dell’individuo aumenta l’ansia e l’insoddisfazione dei figli di immigrati asiatici, che cercano di essere accettati dalla comunità ospitante. L’eccellenza accademica, il comportamento disciplinato e la professione di spicco sono spesso visti come obblighi impliciti da parte delle stesse famiglie d’origine. In questo contesto soffocante di continua ricerca della perfezione, i giovani cinesi-americani scelgono di nascondere la propria personalità dietro alla facciata di “figli modello”. L’identificazione conflittuale, cinese da una parte e americana dall’altra, le disuguaglianze e lo stereotipo di asiatico riservato e diligente fomentano due tipi di reazioni nell’individuo: conformarsi alle aspettative imposte (Ava) o sovvertire le regole scegliendo sé stessi (Winnie).

L’impercettibile differenza fra copie e originali
I beni di lusso rappresentano da sempre l’élite economica e, di conseguenza, sono più che semplici oggetti ricercati. Il consumo delle borse di marca porta a chi le possiede un certo status sociale sinonimo di appartenenza ad una classe agiata e di trionfo personale. Entrambe le protagoniste di Superfake selezionano la piccola pelletteria come mezzo di affermazione e legittimazione sociale. L’ossessione verso questi oggetti rispecchia la cultura capitalistica di ostentazione della ricchezza. La borsa di marca, in questo caso una Birkin, è il biglietto da visita di chi la possiede andando a determinare non solo il tipo di lavoro che l’individuo svolge ma anche quanto vale. Dunque, se le relazioni sociali sono basate sulla superficialità, anche chi non può permettersi il vero lusso decide comunque di procurarselo per mostrarsi parte di quel ceto.
In questo romanzo avvincente e di facile lettura, l’intera società è costruita sul falso. Winnie e Ava non vanno a contraffare sole le borse, ma anche la loro individualità. Ava finge di essere la madre perfetta mentre Winnie si mostra come l’amica gentile e premurosa che vuole soltanto aiutare un’amica. Per loro, adulterare l’originale non è soltanto una truffa, bensì una strategia di sopravvivenza e libertà. La falsificazione degli accessori fa guadagnare alle protagoniste potere in un sistema fondato sulla totale assenza di valori. Il “superfake” mette in crisi il concetto di firma che rimanda all’esclusività e all’autenticità. In fin dei conti, nella società dell’apparenza dove tutti mentono, è necessario sfoggiare una borsa di lusso e godersi una vita da copertina, che poi sia vera o finta è poco rilevante.
a cura di
Elisa Manzini
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