Una cosa vicina, primo lungometraggio del già premiato regista Loris G. Nese, è stato appena presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia. Prestano la propria voce al progetto Francesco di Leva e suo figlio Mario.
Alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia quest’anno parteciperà anche il già premiato regista Loris G. Nese con il suo primo lungometraggio Una cosa vicina. Attraverso l’ibridazione di genere e tecniche, il giovane regista salernitano riflette sul proprio passato denso di segreti di famiglia e, in particolare, sull’evento che ha fatto da catalizzatore: la morte del padre.
Nonostante sia il suo debutto al lungometraggio, Nese non è estraneo alla partecipazione a grandi festival come Sundance, Torino, Locarno e la stessa Venezia. In più, la sua esperienza pluridisciplinare (regia, sceneggiatura, animazione, fotografia) appare evidente in Una cosa vicina, in cui persiste un’alternanza di riprese documentarie, materiali d’archivio e animazioni.
Il film, prodotto da Lapazio Film, ha avuto la sua première nella giornata di ieri 29 agosto, proprio al Lido.

Le ineffabili ombre del passato
Una cosa vicina indaga le vicende personali della famiglia del regista, ma, andando più a fondo, è anche un viaggio introspettivo volto alla costruzione della propria identità.
Loris G. Nese ha perso il padre da bambino, molto probabilmente a causa della camorra, eppure in famiglia non se n’è mai parlato troppo. Questo è il punto di partenza del film: un trauma infantile per anni ignorato e, ancora oggi, difficile da descrivere.
Ma le ricerche del regista delineano due rette parallele che andrebbero invece intrecciate. Da un lato la cronaca, attraverso cui si potrebbero ricostruire a grandi linee i fatti, ma che, allo stesso tempo, fornisce solo una sagoma sbiadita della verità. Dall’altro, ci sono i racconti fatti da famigliari e amici che, uniti alle riflessioni di Nese, creano un quadro molto più complesso. Ma nonostante questa dicotomia, ciò che emerge dal racconto è l’urgenza di riconciliarsi con il proprio passato.
Questa necessità si collega con l’altro grande tema del film: la costruzione, o meglio, la ricostruzione della propria identità. Una cosa vicina fa più volte riferimento al peso del cognome del regista che, quindi, diventa manifestazione di un’identità imposta dall’alto e nella quale Nese non si riconosce. Forse è proprio questo conflitto a generare l’urgenza di riconciliazione con il passato, anche se, come dimostra la pellicola, non si tratta di un processo semplice.
Le ombre del passato, su cui Nese cerca di fare luce, rimangono sempre abbastanza nebulose e, di conseguenza, l’attenzione non è rivolta tanto alla scoperta della verità, quanto alla capacità di accettare ciò che è stato.

Una storia in capitoli
Una cosa vicina si struttura in cinque capitoli e un epilogo, tutti volti a dare un significato a quella “cosa” senza nome, seppur vicina, che dà il titolo al film.
Il punto di partenza di Nese è il mezzo con cui sta conducendo la sua indagine: il primo capitolo, infatti, è intitolato “I film”. Di fatto, un’introduzione in cui vengono esplicitati i temi e le ragioni che stanno alla base del lungometraggio. Questi elementi vengono poi approfonditi nel secondo capitolo, “Le domande”, che pone l’attenzione sugli interrogativi del regista.
Con il terzo capitolo, “Le due città”, si entra nel vivo della ricerca e si approfondisce la doppia identità della città di Salerno, che diventa un parallelismo della costruzione identitaria del regista. Il quarto capitolo, “L’incubo”, serve invece a ricostruire nella mente di Nese il trauma che ha segnato la sua infanzia e che ha dato impulso a Una cosa vicina.
Infine, il quinto capitolo, “Genitori e figli”, mette in luce le dinamiche di potere che si sono ripetute a lungo tanto nella storia famigliare di Nese, quanto nella violenza per le strade di Salerno. Il punto di arrivo diventa quindi la necessità di unire tanti frammenti diversi per ottenere le risposte necessarie e ritrovare un equilibrio.

Un film ibrido
Una grossa particolarità di Una cosa vicina è sicuramente l’ibridazione stilistica che, nello specifico, unisce riprese documentarie, immagini d’archivio e animazioni di vario genere. L’alternanza di questi elementi rafforza l’impatto delle tematiche sullo spettatore.
Quando i racconti di familiari e amici non bastano a dare vita alla storia, sono le immagini d’archivio a fare da testimoni del passato. Le animazioni, invece, sono utili a collegare l’indagine concreta alla sua dimensione più introspettiva grazie, soprattutto, al loro potere evocativo. Tante le tecniche usate, tra cui spicca la stop-motion.
Una cosa vicina è dunque contemporaneamente un film molto personale e un’arena di sperimentazione stilistica non indifferente.
a cura di
Claudia Camarda

